13 aprile 1904: La morte di un ammiraglio russo – Stepan Osipovič Makarov

Prima della famosa battaglia di Tsushima (27 maggio 1905) la Russia subì altri disastri nella tremenda guerra contro il Giappone. Particolarmente drammatica fu la fine dell’ammiraglio Stepan Makarov, perito nell’esplosione della sua nave, la Petropavlovsk che, colpita da una mina, affondò in pochissimo tempo, inghiottita dal mare…


Stepan Osipovic Makarov (1849-1904)

Uno dei fatti più notevoli della storia mondiale a cavallo tra XIX e XX secolo è l’emergere come grande potenza del Giappone, il primo paese totalmanente extraeuropeo a raggiungere tale status. La Russia fu la prima a dover fare i conti con il nuovo arrivato. È nota l’avventura dell’ammiraglio Rozestvenskij, che condusse la flotta del Baltico in un avventuroso periplo attorno al globo fin nelle acque del Pacifico e che trovò poi la sconfitta nelle acque di Tsushima. Meno nota, almeno qui in Occidente, è la figura di Stepan Makarov, l’ammiraglio che comandò con grande abilità la flotta russa del Pacifico, inferiore per tecniche, tattiche e morale alla flotta giapponese guidata dall’abile ammiraglio Togo Heihachiro.

Era quella un’epoca in cui i generali potevano stare lontani dalla linea del fronte; ciò non era consentito agli ammiragli che, stando su una nave, rischiavano la vita al pari di ogni altro marinaio.
Così sarà per Makarov.

La guerra era iniziata male per la Russia. Port Arthur, la principale base nel grande golfo tra la Corea e la Cina, era minacciata di ritrovarsi sotto assedio da terra e la flotta era bloccata nel porto da quella giapponese. Dopo alcuni insuccessi, lo zar Nicola II chiamò Makarov al comando della flotta. Makarov era stato ufficiale di valore nella guerra russo-turca del 1878 e poi grande innovatore della marina russa in molti campi.
Così Frank Thiess (interessante autore di cui abbiamo parlato in precedenza) lo presenta nel suo libro-romanzo Tsushima – il romanzo di una battaglia navale:

“Questo soldato di grande tempra, ‘Barba Stormente’ come lo chiamavano i suoi uomini, di voce tonante, rumoroso nell’ira e nel riso, prudente e impavido nello stesso tempo, lavoratore instancabile e audace combattente, che non dava alla sua vita maggiore importanza che a quella del suo ultimo marinaio, rappresenta un tipo non raro nella storia russa. Della sua specie erano i marescialli Kutuzov e Suvorov, l’ammiraglio Senjavin e il generale Todleben, il difensore di Sebatopoli. In massima erano più valorosi che prudenti, ma veri guerrieri, che al momento decisivo sapevano fare d’istinto il giusto e trovavano sempre una via d’uscita dalle situazioni più difficili.
L’ammiraglio Togo, molto tempo prima della guerra, si era fatti tradurre in giapponese gli scritti di Makarov e li aveva studiare e meditare profondamente. Quando a Tokio si seppe che Makarov arrivava a Port Arthur, compresero che la guerra diventava seria. Il maresciallo Oyama poteva entrare in campagna soltanto se le comunicazioni marittime con la patria erano sicure. Si sapeva che i russi lavoravano febbrilmente a riparare le navi avariate, e quando la squadra russa fosse di nuovo al completo, un uomo come Makarov l’avrebbe lasciata in porto? Certamente no!”

Makarov impresse una svolta decisiva e rivitalizzò gli equipaggi depressi dall’andamento delle operazioni.

“Sotto il comando di Makarov la squadra di Port Arthur aveva acquistato un’importanza strategica, che la strategia navale inglese definisce “fleet in being”. La flotta russa non era né bloccata, né battuta, ma non ancora tanto forte da poter rischiare il combattimento. Essa intralciava la libertà di movimenti del nemico, perché usciva quasi ogni giorno a manovrare in mare aperto, rappresentando così una costante minaccia per la navigazione giapponese, proprio quando questa richiedeva più che mai di potersi svolgere con sicurezza per gli sbarchi in Corea… La sicurezza giapponese del dominio del mare diminuiva ogni giorno.”

Per contrastare l’attività notturna dei giapponesi, che erano soliti minare le acque antistanti Port Arthur, Makarov uscì con il grosso della sua flotta nella speranza di avere a che fare solo con gli incrociatori giapponesi e non con l’intera squadra nemica.

“All’improvviso si levarono all’orizzonte le nuvole di fumo della 1a divisione dell’ammiraglio Togo: sette navi di linea e i due nuovi incrociatori corazzati Nishin e Kasuga, appena arrivati dall’Europa. Makarov invertì la rotta e Togo lo seguì. Le distanze diminuivano rapidamente, perché i giapponesi correvano a tutta velocità e le loro navi erano più veloci delle corazzate russe. Alla retroguardia era l’incrociatore Diana. La distanza del Diana dalla Mikasa [nave ammiraglia di Togo] discese a circa settemila metri. Gli armamenti dei pezzi di poppa attendevano che la nave ammiraglia aprisse il fuoco sull’incrociatore da un momento all’altro. Il silenzio era angoscioso. Perché Togo non sparava? Nel frattempo erano uscite dal porto anche le navi di linea Peresvét, Pobeda e Sevastopol’ e si erano unite al grosso russo. Erano le 9.30. Makarov con la sua nave ammiraglia si avvicinava alla zona protetta dalle batterie costiere. Alle 9.40 il nemico, senza aver sparato un colpo, abbandonò l’inseguimento, facendo rotta a ponente». Tredici minuti dopo, quando la Petropavlovsk voleva accostare per eseguire una nuova manovra, avvennero quattro enormi esplosioni, che si susseguono rapidamente.

La nave da battaglia Petropavlovsk a Kronstadt nel 1899.

La nave ammiraglia aveva urtato contro una torpedine, che sfondò lo scafo, Saltarono in aria diciotto teste di siluro, scoppiarono le caldaie subito dopo esplosero anche i depositi delle munizioni. La nave si sfasciò, albero di prora si spezza in due, la poppa si sollevò in aria, mostrando le eliche che giravano pazzamente in mezzo al fumo. Dopo pochi secondi la Petropavlovsk era scomparsa in acque profonde… I giapponesi erano stati a guardare come impietriti. Le loro torpedini e gli spiriti dei morti avevano condotto la battaglia per loro. Della Petropavlovsk furono salvati 7 ufficiali e 73 uomini, fra cui il granduca Cirillo di Russia, il futuro zar degli emigrati. Con la nave ammiraglia scomparvero 600 uomini, 31 ufficiali, il capo di stato maggiore contrammiraglio Molas, il pittore Vereščagin e il capo delle forze navali russe, Makarov.
La relazione dell’ammiragliato giapponese riferisce il rapporto di un ufficiale russo, che si conclude con le parole:

“Nelle batterie e sulle alture, dove si era osservata tutta la scena, cominciarono a piangere ed a pregare”.

Il granduca Boris, che aveva seguito gli avvenimenti dalla Montagna d’Oro svenne. Il 17 aprile l’ammiraglio Togo ricevette dal Mikado il seguente telegramma: “La flotta ha investito Port Arthur e ha affondato una nave nemica. Le faccio di tutto cuore le mie felicitazioni per questo successo”.

Togo, uomo pio, che ne sapeva più dell’imperatore, rispose: il successo conseguito nell’attacco a Port Arthur è dovuto principalmente alla potenza e alle virtú di Vostra Maesta. Le forze umane non lo avrebbero potuto. Le gentili parole di Vostra Maestà vanno perciò molto oltre il merito.”

La Mikasa, nave ammiraglia di Togo oggi adibita a museo.

Makarov non fu l’unico ammiraglio russo a morire in azione in quel conflitto. Stessa fine farà il suo successore, Wilgelm Vitgeft, nel tentativo di salvare la flotta del Pacifico muovendola da Port Arthur a Vladivostok.
Nel 1946, una delle città delle isole Sakhalin, appena sottratte dall’Urss al Giappone e ancora oggi motivo di contesa, sarà rinominata “Makarov” in onore dell’ammiraglio.

Nelle immagini lo sfortunato ammiraglio Makarov, una mappa della guerra, l’ammiraglia di Togo oggi adibita a nave museo e un’illustrazione giapponese sull’affondamento della Petropavlovsk.


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Invito alla lettura: Frank Thiess – “Tsushima”

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