Umberto, il bersagliere tornato dalla steppa

di Giovanni di Girolamo


Nonostante siano trascorsi settantotto lunghi anni, l’eco del tragico epilogo vissuto dalle truppe dell’Armir sopravvive alla dimenticanza, restituendo nuove testimonianze, nomi e frammenti di vita.

Aleksander Perminov è un cittadino russo con un forte legame per la storia della sua terra. Già impegnato negli scavi condotti anni orsono dalle Autorità russe ed italiane, ama trascorrere parte del tempo libero nella campagna russa, talora addentrandosi nei campi di battaglia e nei villaggi dove sostarono i soldati italiani e dove talvolta ritrova oggetti ad essi appartenuti, appena coperti da qualche strato di terra, rifiuti e residui di fuochi domestici. Tale circostanza ha portato ad ipotizzare che tali oggetti siano stati raccolti dai civili russi al termine delle battaglie, per essere successivamente abbandonati. Fra essi non di rado si trovano piastrini di soldati, spesso deceduti in prigionia o reduci, segno che tali oggetti furono presumibilmente gettati via dai possessori o loro sequestrati all’atto della cattura da parte delle truppe russe.

Questa è la storia del piastrino di riconoscimento del tenente Umberto Puce, rinvenuto da Aleksander e Ivan nei pressi della località dove i superstiti del 3° reggimento bersaglieri opposero l’ultima resistenza alla poderosa offensiva delle truppe sovietiche.

L’oggetto è stato riportato in Italia grazie all’impegno di Enia Accettura e Cristiano Maggi del gruppo Armir – Ritorno dall’oblio, che negli ultimi anni sono stati artefici di analoghe iniziative. In accordo con i princìpi che animano la loro opera volontaria, il piastrino sarà donato al nipote Umberto. La sua famiglia ha vissuto per anni a fianco dello zio e ha accolto con commozione questa notizia inattesa.

Il tenente Umberto Puce e il suo piastrino di riconoscimento.

Umberto Puce nato a San Cassiano (frazione di Nociglia) il 10 agosto 1910, da Ippazio e Leopoldina Petracca, fu ammesso al corso A.U.C. presso la scuola di Bassano del Grappa alla fine del 1935, quindi inviato in Libia, dove rimase in servizio dalla fine del 1937 all’estate del 1939. Nel marzo 1941 partiva per l’Albania, assegnato al 2° reggimento bersaglieri.  Nominato tenente nel novembre 1941, su domanda veniva destinato al fronte russo in data 28 settembre 1942. Il 21 ottobre lasciava il territorio italiano e il 6 novembre raggiungeva la Russia, aggregandosi al 3° reggimento bersaglieri, giacché destinato al comando di un plotone della 2a compagnia del XVIII battaglione, di cui condivise la sorte in occasione della battaglia di Meshkovskaya.

La cronaca degli eventi è narrata nella pagine del recente volume Prigionieri della Steppa, dove viene ricostruito il destino dei bersaglieri della Celere e viene citato il tenente Puce. Nel dicembre del 1942, mentre il fronte italo-tedesco cedeva all’offensiva dell’Armata Rossa, al 3° reggimento fu ordinato di resistere lungo la linea avanzata sul fiume Don, fino al momento in cui gli venne comunicato un tardivo ripiegamento, con il compito di presidiare il paese di Meshkovskaya e garantire il passaggio delle altre divisioni. I bersaglieri erano ignari del fatto che l’intero fronte stava andando in frantumi. Il 6° reggimento bersaglieri aveva ripiegato verso ovest, attendendo il sopraggiungere del reggimento gemello ma, visto il precipitare della situazione ed in assenza di comunicazioni, il colonnello Carloni non ebbe altra opzione che ripiegare repentinamente verso sud, combattendo coraggiosamente per aprire una via di uscita dalla sacca. Le altre colonne in ritirata procedevano per itinerari diversi rispetto a quelli inizialmente programmati. Tutto ciò fece sì che il 3° reggimento rimanesse isolato e che, dopo una lunga marcia a piedi nella neve, trovasse la strada sbarrata. Non rimase che combattere l’ultima coraggiosa battaglia, senza il supporto dell’artiglieria e con le poche armi che erano state portate in spalla dai soldati.

Sotto un plenilunio surreale, spezzato dai lampi delle traccianti luminose, la bianca spianata che conduceva alla collina di Meshkovskaya si tinse di fuoco e di sangue. Senza riparo dal fuoco nemico, i volenterosi bersaglieri si inerpicavano sulla collina, avanzando con difficoltà fra le isbe puntavano al ponte e raggiungevano la grande chiesa, dove erano appostati i russi e in prossimità della quale la battaglia si protrasse per alcune ore. Quando intervennero i carri armati avversari gli italiani furono costretti ad indietreggiare e, per non soccombere al gelo della notte, cercarono riparo nel villaggio di Kalmykov. All’alba del giorno successivo i superstiti venivano circondati e catturati.

Umberto Puce con altri reduci della Russia.

Fra essi Umberto Puce, internato nel campo n. 56 di Minchurinsk-Uciostoje, dove i soldati furono ammassati in bunker interrati all’interno di un bosco, sprovvisti di porte e coperti da tronchi, e dove perirono poco meno di 4200 italiani, solo fra febbraio e marzo 1943. A fine marzo Puce raggiunse il campo di Vilva Viesvolod, poi quello di Baskaia, per finire infine nel campo n.160 della città santa di Suzdal. Sopravvissuto alla prigionia, nel luglio 1946 faceva ritorno in Italia e nel 1956 gli veniva conferita la medaglia di bronzo al valor militare.

Umberto Puce non dimenticò il ricordo delle battaglie, la fame, il gelo e le sofferenze patite nel corso della dura prigionia, quando il dilagare delle malattie epidemiche mieteva migliaia di vittime fra i debilitati prigionieri. Il nipote ricorda una frase emblematica che lo zio soleva ripetere a testimonianza di quanto vissuto: “In Russia non circolavano neanche le mosche”. Umberto non si sposò e visse fino al 25 gennaio 1989, circondato dall’affetto dell’unico fratello e della sua famiglia.

Ogni volta che una famiglia ha l’opportunità di ritrovare il ricordo di un amato familiare è per Enia un momento di grande commozione:

“La riconoscenza ripaga del lavoro in cui io, Cristiano e tutto il gruppo investiamo tempo ed energie. I nostri sforzi hanno il solo fine di non dimenticare i nostri cari che persero la vita, di rendere memoria al loro sacrificio”.

Umberto Puce fu testimone al processo D’Onofrio, intentato dallo stesso nei confronti dei reduci italiani che nel 1948 denunciarono le tremende condizioni patite nei campi di prigionia e le migliaia di decessi avvenuti nei primi mesi del 1943, manifestando le responsabilità dei funzionari italiani che operavano al servizio delle autorità sovietiche.

Una testimonianza di Umberto Puce è presente in Fronte russo: c’ero anch’io di Giulio Bedeschi. Inoltre, egli viene citato nelle memorie di Bruno Cecchini, con cui condivisero il periodo di prigionia seguito alla battaglia di Meshkovskaya, dove si erano trovati fianco a fianco ai piedi della collina, cercando riparo alle spalle di un muretto di pietre, oltre il quale persero la vita centinaia di soldati italiani. Della grande chiesa ortodossa che dominava la collina si scorgono solo le fondamenta, ma i solchi delle granate, il muretto di pietra e un’atmosfera di malinconia sono ancora lì a rammentare il sacrificio dei soldati, sia italiani che russi.

Umberto Puce ad un raduno di bersaglieri.

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