Linebacker II (18-29 dicembre 1972): la fine dell’intervento USA in Vietnam

Cinquant’anni dalla “Dien Bien Phu dell’aria” (1972-2022)

In copertina: manifesto vietnamita celebrativo del cinquantenario della battaglia.

Le premesse

Nelle elezioni presidenziali del 1968 Richard Nixon lo aveva spesso ripetuto: egli aveva un “piano” per porre fine alla guerra in Vietnam, che proprio in quei mesi aveva gettato l’America, dopo la famosa “offensiva del Têt”, nello scoramento più profondo. Lo stesso presidente Johnson aveva annunciato di rinunciare alla terza ricandidatura alla presidenza (che pure gli era consentita dalla costituzione).

In realtà, Nixon non aveva un piano per il Vietnam. Egli, semplicemente, non voleva essere il primo presidente Usa a firmare una sconfitta. Perciò, preso atto del pantano delle operazioni militari, adottò la politica della “vietnamizzazione”: graduale ritiro delle truppe americane ma massiccio armamento delle forze del Vietnam del Sud. Tale fase, che aveva anche il compito di preservare agli occhi degli stessi americani la propria aurea di invincibilità, durò dal 1968 al 1972. Le trattative di pace di Parigi giunsero (dopo alterne vicende) ad un punto di svolta nell’ottobre del 1972, quando il segretario di stato Henry Kissinger e il capo-delegazione nordvietnamita Le Duc Tho trovarono una bozza d’accordo:

  1. riconoscimento dei due Vietnam;
  2. riconoscimento del confine de facto come zona demilitarizzata;
  3. ritiro completo delle forze americane;
  4. permamenza delle forze vietcong nel Sud.

Fu quest’ultimo punto, soprattutto, ad innescare la crisi tra gli Usa e il presidente (divenuto de-facto dittatore) del Vietnam del Sud, Nguyen Van Thieu, rieletto nel 1971 in elezioni prive di avversario. Thieu, che sapeva che ciò consentiva al Nord di tenere un piede nel Sud e poter riprendere le operazioni di guerra, disconobbe tale bozza e avanzò nuove proposte. Il Vietnam del Nord, di fronte a questo, lasciò il tavolo delle trattative.

Ma Nixon non aveva tempo da perdere. Anche se rieletto trionfalmente nel novembre del 1972 il Congresso, a maggioranza democratica, gli era ostile e aveva intenzione di porre fine ai finanziamenti al Vietnam. Urgeva convincere tutti gli attori a tornare al tavolo delle trattative…

Era tempo di dare luogo alla “teoria del pazzo”.

L’Indocina nel 1972.

Briefing di missione

La mattina del 18 dicembre 1972, nella base aerea di Andersen, isola di Guam, gli equipaggi di oltre 40 bombardieri B-52 (eredi dei B-29, ovvero le “fortezze volanti”, della Seconda guerra mondiali) furono convocati per un briefing. Venne data lettura del messaggio inviato direttamente dagli Stati maggiori riuniti di Washington.

“Vi è richiesto di iniziare un massimo sforzo di tre giorni, ripetiamo massimo sforzo, di bombardamenti di B-52 e di supporto aereo tattico nell’area di Hanoi/Haiphong… l’obbiettivo è la massima distruzione dei bersagli selezionati nell’area. Siate pronti per estendere l’operazione oltre i tre giorni, se necessario.”

Messaggio similare arrivò nella base USA di U-Tapao in Thailandia. L’operazione nacque a seguito della scadenza dell’ultimatum di 72 ore con cui il presidente USA Nixon imponeva ai delegati nordvietnamiti, guidati da Le Duc Tho, di tornare al tavolo delle trattative di Parigi, che essi avevano abbandonato dopo diverse divergenze, pochi giorni prima, il 14 dicembre.

L’accoglienza degli equipaggi nella base di Andersen fu mista. Anzittutto, non pochi membri avevano un’età media superiore a quella degli equipaggi dei caccia; avevano quindi già delle famiglie a casa. Poche settimane prima i nordvietnamiti, usando un missile terra-aria sovietico (l’S-75 Dvina o SA-2 nella nomenclatura Nato) avevano abbattutto in azione di guerra il primo B-52 della guerra. Inoltre, fu subito evidente il salto di qualità rispetto alle missioni degli anni precedenti. I bombardamenti della lunga operazione Rolling Thunder avevano sofferto della proibizione di colpire Hanoi ed Haiphong; quelli dell’operazione Linebacker I, decisivi nell’arrestare l’offensiva di Pasqua del Nord, si erano per lo più svolti in zone di guerra al centro e al sud, dov’era stato difficile garantire copertura missilistica alle truppe vietnamite.

Ancor più dubbi nacquero quando a Guam arrivarono, a distanza di poche ore, le istruzioni per i bombardamenti dei giorni 2 e 3 (rispettivamente 19 e 20 dicembre 1972) dell’operazione, che prevedevano stesse tattiche, stesse formazioni e stessi obiettivi delle tre ondate del primo giorno. Era stato infatti stabilito che le operazioni non fossero decise dagli ufficiali delle forze aeree nel settore (ovvero l’Ottava e la Settima forza aerea), ma dagli stati maggiori del SAC (Strategic Air Command) di Omaha nel Nebraska, guidati dal generale John C. Meyer.

Tali circostanze, unite alle contromisure messe in atto dai nordvietnamiti e ad altri fattori, si rivelarono fatali in quei primi giorni delle operazioni e condussero alle più pesanti perdite USA dalla seconda guerra mondiale.

Esaminiamo ora armamenti e tecnologie delle parti contendenti.

I bombardieri B-52: le “Superfortezze volanti”

I bombardieri strategici B-52, ufficialmente chiamati “Stratofortress” o anche scherzosamente BUFF (Big Ugly Fat Fucker), erano e sono tuttora una componente fondamentale della triade nucleare USA (assieme ai sottomarini nucleari e ai missili intercontinentali). Durante la guerra del Vietnam essi furono largamente impiegati con compiti convenzionali di bombardamento tattico e strategico, rivelandosi fondamentali in diverse occasioni per alleggerire o eliminare la pressione delle offensive nordvietnamite: ad esempio nell’operazione Niagara, volta alla difesa della base marine di Khe Sanh nel 1968; durante l’operazione Linebacker I, che arrestò la “offensiva di Pasqua” del Nord del 1972, che aveva messo in crisi le forze del Sud.

Per molti anni, i nordvietnamiti nulla poterono per contrastare questi formidabili mezzi che, senza essere né visti né uditi, recavano morte e distruzione improvvisa. I B-52, infatti, grandi aerei lunghi decine di metri e con apertura alare dello stesso ordine di grandezza, potevano volare a quota di oltre 10000 metri e da questa altezza sganciare un carico di bombe compreso tra i 20000 e i 30000 kg di esplosivo.

La formazione d’attacco era quella della “cella” di tre unità, che volavano a circa un miglio l’uno dall’altro e con una differenza di quota di qualche centinaio di metri. Tale cella rispondeva alla necessità contrapposta di evitare collisioni tra i mezzi ma anche di moltiplicare l’efficacia delle tecniche di copertura radar. Ad ogni “cella” era affidato un rettangolo di terreno di circa 3×1 km. L’evoluzione delle bombe, non più a caduta libera ma radioguidate, assicurava una precisione di area bombardata intorno al centinaio di metri, fattore che ridusse ma non evitò perdite civili, anche gravi, nei bombardamenti).

I B-52, ovviamente, non volavano da soli, ma erano preceduti da una formazione di caccia F-4 che aveva il compito di spargere una nube di copertura (“chaffing” in inglese, ovvero materiale metallico radio-riflettente); gli stessi bombardieri avevano propri mezzi per le contromisure radio ed elettroniche (definite “jamming”). Numerosi caccia di scorta F-105 Wild Weasel volavano molti piedi più in basso, addetti allo specifico compito di attaccare i siti missilistici nordvietnamiti. Gli EB-66, invece, avevano come unico compito l’intercettazione dei segnali radar nemici, l’occultamento e la loro deviazione.

Nelle immagini: la manovra ad U; schema della cella di tre B-52; caricamento di bombe; visuale dall’interno di un bombardiere e rifornimento in volo.

Dopo il rilascio delle bombe i B-52 compivano una manovra all’apparenza semplice, eredità addestrativa del lancio di ordigni nucleari, ma che si rivelò letale: una virata di circa 60° gradi dalla direttrice d’avvicinamento che aveva l’effetto – si scoprì in seguito – di “aprire” la nube di copertura e diminuirne, insomma, l’efficacia; ciò esponeva i bombardieri, per una ristretta finestra di tempo, ad essere tracciati in modo diretto dai radar nordvietnamiti. Tale fatto fu cruciale nei primi tre giorni dell’offensiva Linebacker II.

In Vietnam furono impiegati due diversi tipi di modelli: i B-52 modello D, dal serbatoio più limitato ma dal maggior carico di bombe; e i più recenti modelli G, che avevano autonomia maggiore, minor carico distruttivo e alcune limitazioni nella strumentazione anti-radar. Complessivamente, gli USA avevano circa 450 B-52 operativi; oltre 200 di essi furono impegnati in Vietnam. Come è facile intuire, la perdita di un numero eccessivo di questi aerei avrebbe, almeno temporaneamente, indebolito le capacità USA di deterrenza atomica nei confronti dell’URSS.

Il “Libro Rosso”: l’osservazione dei giganti

“Se anche gli imperialisti americani hanno un sacco di armi e un sacco di soldi, anche se hanno i B-57, i B-52, non importa quale altra B abbiano, noi li combatteremo. Non importa quanti aerei e quante truppe gli americani useranno, noi li combatteremo lo stesso, e quando li combatteremo li vinceremo di certo.”

Ho Chi Minh, 1965

Dal 1965 all’autunno del 1972 i nordvietnamiti non furono in grado di abbattere nessuna “Superfortezza volante”. Tuttavia, negli giorni dell’operazione Linebacker II, nota anche come “Dien Bien Phu dell’aria”, ben 15 B-52 furono abbattuti (34 secondo le fonti vietnamite) e numerosi altri furono gravemente danneggiati.

Ciò fu reso possibile, oltre che dai necessari armamenti forniti dall’Unione Sovietica (come caccia MiG, sistemi radar e missili terra-aria, di cui parleremo tra poco), dalla dedizione di ufficiali, soldati e civili nel raggiungere, nel giro di pochi anni e spesso al prezzo di dolorose perdite, un elevato grado di competenza tecnica.

I nordvietnamiti crearono un comando centralizzato che coordinava aerei, contraerea, unità missilistiche e centrali radio; una struttura unificata ma al tempo stesso non rigida che lasciava iniziativa ai battaglioni sul campo. Durante la “Dien Bien Phu dell’aria” gli attacchi dei B-52 furono esclusivamente notturni, cosa che rendeva impossibile l’uso dei caccia MiG e lasciava l’onere delle difesa ai reparti missilistici. La preparazione degli operatori e dei tecnici fu lunga e minuziosa. Nel novembre-dicembre del 1972 essa raccolse il frutto di una lunga preparazione iniziata nel 1967-68, quando erano stati effettuati dai primi reparti missilistici i primi tiri contro i B-52: tali esperienze furono raccolte in un libriccino di 29 pagine che riportava annotazioni, calcoli e disegni radar di quale fosse l’aspetto e la traccia (spesso camuffata dai segnali di disturbo), sul radar, di un B-52.

Tale prima opera fu poi aggiornata nel 1972 alla luce delle nuove tattiche di copertura radar degli aerei USA: vide così la luce il Cach Danh B-52, ovvero  “Come abbattere un B-52”, o anche “Libro Rosso” dalla copertina. Tale libro fu presentato ad un’importante riunione tecnico-militare, la famosa “Conferenza di Ottobre”, che riunì ufficiali e tecnici dei reparti missilistici. I frutti di tale preparazione furono raccolti poco dopo.

Nelle immagini: il “Libro Rosso” e il primo manuale del 1969; missile SA-2 in rampa di lancio; i segnali radar confusi dalle tecniche di “chaffing” e “jamming” e Nguyen Van Duc, comandante del 77° battaglione, che abbatté 4 B-52 nel corso della battaglia.

Il 5 novembre 1972 un B-52 fu gravemente danneggiato dal tiro di due missili SA-2. Il 22 novembre il B-52 “Olive 01” divenne il primo bombardiere strategico americano abbattuto in azione. Il successo vietnamita aveva le basi nell’eccessiva sicumera americana: i vietnamiti avevano studiato il “pattern” delle radiazioni di copertura americane e avevano individuato le condizioni ideali per colpire: la presenza di forti venti d’alta quota che facevano sparire, negli istanti immediatamente successivi alla “virata ad U” che seguiva da sempre il rilascio delle bombe, la copertura. Tale fenomeno permetteva ai radar vietnamiti di effettuare, per pochi secondi, un tracciamento automatico della rotta del B-52 e guidare quindi il missile verso l’obbiettivo.

Anche quando tali condizioni erano assenti, gli operatori radar avevano ideato il “metodo dei tre-punti”, che consisteva nell’interpolare alcuni segnali noti dall’esperienza e indirizzare là il missile: un sistema più impreciso, ma che aveva il merito di essere passivo, cioè non emetteva segnali intercettabile dal nemico e dai suoi caccia anti-missile Wild Weasel.

Tali fatti furono ignorati dagli alti comandi americani negli USA, nonostante le perplessità degli ufficiali delle basi di Guam e U-Tapao: i raid dei primi tre giorni di Linebacker II si sarebbero svolti senza modificare una condotta operativa che i vietnamiti avevano ben studiato.

La difesa aerea vietnamita nella “Dien Bien Phu dell’aria”

Lo sviluppo di un’adeguata contraerea era stato da sempre una priorità per il comando nordvietnamita. La fornitura di adeguate armi d’artiglieria e missili da parte dell’URSS, sin dal 1965, s’era accompagnato un costante addestramento di uomini, tecnici ed ufficiali. Quali erano dunque i mezzi effettivi con cui resistere agli attacchi delle “Superfortezze volanti” B-52 che, da quota diecimila metri, protetti da stormi di caccia che spargevano copertura radar, lanciavano decine di migliaia di kg di bombe che spazzavano a tappeto vaste zone di terra?

Nel 1972, i comandi di divisione e di reggimento avevano radar a lunga portata (“Spoon Rest” nella nomenclatura USA) con il compito di identificare gli stormi in arrivo: una volta individuata la minaccia, ad ogni battaglione veniva assegnato il bersaglio. Non si trattava di singoli e netti “bip ma di confuse “tracce” e “nubi” di segnali.

Il tipico battaglione consisteva di diverse postazioni ravvicinate, collegate da cavi, che includevano:

  • il radar-calcolatore Fan Song, cui era affidata la guida intelligente dei missili;
  • altri radar d’intercettazione;
  • una centrale di comando;
  • un generatore che faceva funzionare l’intero sistemo;
  • camion di stoccaggio dei missili;
  • le rampe dei missili stessi;
  • pezzi d’artiglieria contraerea convenzionale da 100 e 85mm (per la protezione a bassa quota);
  • a volte un cannone radio-controllato da 57mm.

Il cuore del battaglione era costituito da un pugno di uomini: un comandante e alcuni tecnici radar, sostenuti dagli addetti ai missili (la loro procedura di assemblaggio, dai camion alle rampe, era parecchio laboriosa e richiedeva 15-20 minuti). Le carenze non erano poche. Anzitutto, la disposizione di così tanti veicoli occupava grande spazio in un terreno spesso aperto; infine, gli operatori non potevano mai usare il radar in modo attivo per intercettare il nemico o teleguidare il missile, pena il rischio di essere “scoperti” ed immediatamente bombardati dal nemico, in particolare dai temibili “Shrike” degli F-105 Wild Weasels. Il lancio stesso di un missile SA-2 produceva un’intensa fiammata di diversi secondi che rendeva le posizioni ben visibili.

Nelle immagini: missile SA-2 in rampa di lancio; schema di intercettamento attivo del radar Fan-Song e il radar stesso; trasporto di missili; artiglieria contraerea convenzionale; fotorilevazione USA di un sito missilistico nordvietnamita.

Infine, i problemi logistici: oltre all’esiguo numero totale di missili (il cui arrivo fu reso più difficoltoso dal minamento del porto di Hai Phong e che divenne critico negli ultimi giorni della battaglia) anche il loro assemblamento e montaggio in sito, per sparare una seconda salva, richiedeva lungo tempo: come vedremo, la paura provata dai comandi USA nella terza notte della battaglia, paura che provocò l’annullamento della seconda delle tre ondate, fu fondamentale per dare tempo ai battaglioni di rimpiazzare i missili appena sparati. In totale, nelle undici notti di bombardamenti, i nordvietnamiti poterono sparare 266 missili, 20 dei quali (secondo le fonti USA) provocarono l’abbattimento o il grave danneggiamento di un bombardiere B-52.

In definitiva, nel 1972, la zona impernianta sull’asse Hanoi-Hai Phong (rispettivamente capitale e porto del Vietnam) poteva contare sulla difesa di circa 140 MiG (solo pochi in grado di volare di notte) e 18 battaglioni missilistici. Un’apparato all’apparenza importante, che tuttavia impallidiva di fronte ai quasi 200 B-52 (quasi la metà dell’intero arsenale USA, come si è detto) di stanza nella base di Andersen e U-Tapao e all’infinità di altri caccia e aerei di scorta (F-4 Phantom, F-105 Wild Weasel, EC-66 eccetera) presenti a terra o nelle sei portaerei che incrociavano a largo.

18 dicembre 1972: l’avvistamento

Lasciamo la parola alla storia ufficiale vietnamita:

“Alle 18,30 del 18 dicembre 1972 la 16a compagnia radar (291° reggimento) e poco dopo (alle 19,10 dello stesso giorno) la 45a compagnia radar (291° reggimento), impegnate nella provincia di Nghe An, rilevarono diversi gruppi di B-52 diretti a nord, lungo il fiume Mekong. Osservando con attenzione il percorso di volo del nemico, il comandante della stazione radar Nghiem Dinh Tich riferì al quartier generale della difesa che “i B-52 si stanno dirigendo verso Hanoi”. Lo stato maggiore si affrettò a comunicare l’informazione al Politburo e alla Commissione militare centrale del Partito, e alle 19,15 ordinò lo stato di allerta in tutto il Vietnam del Nord. Venticinque minuti dopo, alle 19,40, i B-52 cominciarono a bombardare Hanoi. Le nostre forze armate e la popolazione civile avevano ricevuto un preavviso di 25 minuti prima dell’inizio dell’attacco. Le forze radar era state all’altezza del loro slogan: ‘Non permetteremo che la madrepatria sia colta alla sprovvista’.

Da quel momento in poi, per 12 giorni e 12 notti consecutivi, gli imperialisti americani, impegnando tutta la potenza della loro aviazione strategica e delle loro armi tattiche aeronavali, condussero una serie di bombardamenti strategici contro Hanoi, Haiphong e diversi centri industriali nel Vietnam del Nord. Bombardarono a tappeto ospedali, scuole e aree densamente abitate, commettendo efferati crimini contro il nostro popolo.”

18 dicembre 1972: il primo abbattimento

Proseguiamo il racconto ufficiale di parte vietnamita:

“Durante l’incursione della prima notte (18 dicembre), gli imperialisti USA attaccarono in tre ondate consecutive, con un totale di 90 missioni di B-52 e 135 di aerei tattici, per colpire i campi di aviazione intorno a Hanoi (Kep, Noi Bai, Gia Lam, Hoa Lac, Yen Bai), le zone di Dong Anh, Yen Vien, Duc Giang, e le strutture dell’emittente radiofonica “Voice of Vietnam” a Me Tri. Usarono anche l’aviazione navale con 28 missioni contro Haiphong…
…Alle 20,13, operando da una postazione accanto all’antica cittadella di Loa, una squadra del 59° battaglione, 261° reggimento (comprendente l’ufficiale al controllo missili Duong Van Thuan e gli addetti alla guida missili Ngo Van Tu, Le Xuan Linh e Nguyen Van Do, tutti agli ordini del comandante di battaglione Nguyen Thang), monitorarono attentamente le frequenze di disturbo e lanciarono un missile nella giusta direzione con la tecnica di individuazione “a tre punti”, abbattendo il primo B-52. La fortezza volante andò a schiantarsi nelle risaie del villaggio di Phu Lo (distretto di Dong Anh), a soli tre chilometri dalla postazione di lancio, e tre membri dell’equipaggio canaglia vennero fatti prigionieri. Fu questo il primo B-52 abbattuto “sul colpo” nel corso della campagna, e anche il primo sui campi di battaglia del Vietnam. La vittoria valse al 261° reggimento il nome tradizionale e glorioso di ‘Gruppo missilistico della cittadella di Loa’.”

Nelle immagini: B-52 abbattuto in cielo; relitti di un B-52; il maggiore Fernando Alexander presentato alla stampa.

La tecnica dei “tre punti” era effettuata manualmente dagli operatori radar, impossibilitati ad usare la guida automatica del missile da parte del radar, che avrebbe esposto all’intercettamento nemico della postazione del battaglione. In quella prima notte di battaglia furono abbattuti altri due B-52. Il primo prigioniero USA esposto al pubblico fu il maggiore Fernando Alexander, navigatore del volo Charcoal 01, che venne poi rilasciato nel marzo del ’73 a seguito degli Accordi di Parigi, che portarono alla ritorno a casa di quasi 600 prigionieri di guerra americani.

20-21 dicembre 1972: la notte nera dell’aviazione Usa

I risultati delle prime due notti di battaglia dell’operazione Linebacker II erano stati altalenanti per entrambi i contendenti. La prima notte, quella del 18 dicembre, 129 B-52 avevano investito, in tre ondate distanziate di 4 ore, gli aeroporti militari di Kep, Phuc Yen and Hoa Lac e i magazzini ferroviari di Yen Vien. 68 missili SA-2 avevano risposto abbattendo 3 B-52 e danneggiandone seriamente altri tre. L’equipaggio di un B-52, addirittura, aveva bombardamento un aeroporto civile disobbedendo apertamente agli ordini.

A tali successi, propiziati anche dalla scoperta del punto debole americano (la virata ad U dopo il bombardamento, che diradava la nebbia di occultamento e permetteva il breve ma decisivo tracciamento automatico da parte dei radar-calcolatori “Fan Song” vietnamiti) non era seguita una replica altrettanto fortunata: durante la seconda notte (19 dicembre), non fu abbattuto alcun B-52 (secondo le fonti americane; quelle vietnamite ne reclamano due, anche se ammettono che “non caddero sul posto”). Erano emersi i limiti logistici del Nord Vietnam: i battaglioni, timorosi di sprecare colpi, si erano in molti casi trattenuti. Inoltre, vi erano stati alcune confusioni a livello di comandi, perché le unità missilistiche sfortunatamente inviate a sud poco prima della battaglia, erano state richiamate.

Gli americani si cullarono dopo il successo della seconda notte, i nordvietnamiti fecero invece autocritica. I comandanti dei battaglioni, redarguiti in proposito, furono autorizzati a sparare quanto più potevano. Con questo spirito ci si avvicinò alla terza notte di battaglia (20 dicembre). La prima ondata era costituita da 33 B-52 divisi in 11 celle provenienti da nord-ovest. Grande stupore colse i vietnamiti nel constatare che gli americani non avevano cambiato nulla delle proprie tattiche: i B-52 attaccavano in celle allineata l’una dietro l’altra che, dopo il bombardamento, compivano la solita virata ad U che diradava la copertura.

Spinti dal precedente insuccesso, i nordvietnamiti colpirono senza pietà: quattro B-52 modello G (più del 10% della forza attaccante in quel momento) vennero abbattuti. I proclami di vittoria furono accompagnati dall’annuncio che due battaglioni avevano esaurito i missili (e rimasero muti, nell’impossibilità di essere riforniti, per il resto della notte).

I comandi supremi americani di Omaha, negli stessi Usa, furono colti dal panico: il modello G, con le sue contromisure elettroniche inadeguate, si era mostrato vulnerabile. I sei bombardieri B-52 “G” della seconda ondata furono richiamati per timore di altre perdite, mentre i restanti aerei furono deviati da Hanoi. Per la prima volta nella storia, un attacco di bombardieri strategici americani era stato annullato. L’errore dei comandi USA fu evidente: insistere nell’attacco avrebbe portato ad una crisi di logoramenti dei battaglioni missilistici, che non avevano le capacità logistiche per sparare così tanti missili in poco tempo; prevalse invece la paura di eccessive perdite di bombardieri. I nordvietnamiti ebbero otto ore di tempo per rifornire le proprie truppe e i battaglioni di armare i missili sulle rampe di lancio.

La terza ondata si approcciò ad Hanoi intorno alle 5 del mattino. I primi 9 B-52 modello D (celle Chestnut, Bleach, Straw) attaccarono una stazione ferroviaria: alle ore 5:11 Straw 02 venne colpito e danneggiato gravemente; si schianterà nel nord del Laos. Alle ore 5:12 quattro celle di B-52 modello G (Olive, Ruby, Tan, Aqua per un totale di 12 bombardieri) attaccarono il complesso di Kinh No. Pochi istanti dopo, Olive 01 venne colpito; si schianterà poco a nord di Hanoi. Quattro minuti dopo Tan 03 viene colpito dall’ultimo missile del 57° battaglione e si disintegrò in aria: sopravvisse un solo membro dell’equipaggio.

L’ultimo attacco avvenne dieci minuti dopo e, costituito da 12 B-52 modello D, bombardò con successo un magazzino di petrolio, riportando solo lievi danni ad un bombardiere: i nordvietnatmiti stavano esaurendo i missili. Le fonti nordvietnamiti riportano 7 B-52 abbattuti (di cui 5 sul posto) a fronte di 35 missili lanciati.

Gli effetti della disastrosa terza notte furono evidenti. La quarta, che vide l’uso di solo 30 bombardieri, non fu migliore: altri due B-52 (tre secondi le fonti vietnamite) furono abbattuti nei cieli di Hanoi con il lancio di soli 17 missili. Nei successivi tre giorni (22-23-24) furono effettuati raid di minor entità sul porto di Hai Phong o nella vicinanza del confine cinese: zero perdite di bombardieri secondo le fonti USA, due secondo quelle vietnamite.

Le notti del 20-21 dicembre evidenziano, oltre ad importanti aspetti tecnologici e tattici, anche una differente psicologia dei contendenti. I comandi centrali USA e, in misura minore, anche i comandi locali e gli equipaggi, troppo ben abituati da anni di superiorità assoluta (anni, se mi è permesso un commento personale, passati in sostanza a bombardare una giungla che non poteva rispondere o a colpire piloti inesperti su MiG antiquati) andarono in crisi di fronte ai primi difensori in grado di opporre una resistenza coriacea e, soprattutto, non passiva.

D’altra parte, i nordvietnamiti, che in passato avevano basato i propri successi sulle capacità di stupire logisticamente il nemico (si veda lo stupore dei francese nell’udire i cannoni pesanti vietnamiti sopra le colline di Dien Bien Phu nel 1954), proprio nella “logistica dei missili” andarono in difficoltà. I battaglioni riuscivano a sparare non più di poche decine di missile per notte (contrariamente alla dottrina URSS che per i missili SA-2 prescriveva “tre colpi per ogni bersaglio”); ogni giorno, Hanoi poteva assemblare non più di 40 missili per rimpiazzare i colpi sparati. Tale carenza avrebbe avuto importanza decisiva negli ultimi giorni della battaglia.

Intermezzo

Abbiamo parlato di modelli di aerei, di missili, di tattiche di occultamento; tuttavia, ogni guerra non ha solo una dimensione militare o politica, ma anche (spesso dolorosamente) una popolare.

Per la gente comune di Hanoi e Hai-Phong, pur non essendo i bombardamenti una novità in quanto già durante Linebacker I (primavera 1972) il limite del 20° parallelo nord e delle “zone proibite” volute dall’ex presidente Jonhson era stato superato dagli aerei USA, i bombardamenti di Linebacker II costituirono un tragico salto di qualità.

I B-52 (oltre 200 sui 450 dell’arsenale USA erano schierati nel sud-est asiatico) erano temutissimi perché, volando a 10000 metri d’altezza, dispensavano morte e distruzione senza essere né visti né uditi fino al momento delle esplosioni. Nonostante ciò, gli abbattimenti di B-52 in quei giorni furono numerosi (15 o 34 bombardieri abbattuti a seconda delle fonti). I vietnamiti videro gli spaventosi bombardieri esplodere in aria, i relitti schiantarsi a terra e i piloti, in alcuni casi, planare con il paracadute. Un pezzo del relitto di un B-52, caduto nel lago di Huu-Tiep, fu lasciato al suo posto, dov’è tuttora.

Nel Vietnam povero di risorse di quei giorni, l’arrivo di metallo di così buona qualità non fu certo gettato al vento. Numerosi oggetti furono realizzati e usati dalla popolazione per anni: pettini, aratri, lampade, borracce e molto altro. I pettini, in particolare, acquisirono popolarità e divenne comune regalarne uno alle bambine o alle giovane ragazze di Hanoi e Hai-Phong.

Il temutissimo nemico, insomma, era stato affrontato e in alcuni casi sconfitto. Se anche gli USA ottennero importanti risultati politico-diplomatici e logistici dall’operazione (il Vietnam tornò al tavolo delle trattative e il regime del Sud ebbe una tregua), rafforzarono di fatto e in modo duraturo il sostegno popolare al governo di Hanoi.

Per tali motivi, ritengo assolutamente corretto da parte vietnamita definire Linebacker II come la “Dien Bien Phu dell’aria”: se anche il successo non fu tale, in termini militari, come l’omonima battaglia del 1954, lo fu per il coinvolgimento della popolazione e per il significato della battaglia, ultima degli americani in Vietnam. Del resto, sono i vietnamiti e non gli americani a celebrare il cinquantesimo anniversario della battaglia… così come, si pensi alla campagna di Russia di Napoleone Bonaparte, sono oggi i russi a celebrare Borodino, e non i francesi.

Nelle immagini: pettini da donna creati con i resti del relitto di un B-52, abbattuto il 27 dicembre 1972, e schiantatosi nel quartiere di Ngoc Ha di Hanoi, Vietnam, recano entrambi la colomba, simbolo di pace; l’oggettistica ricavata dai relitti degli aerei: un elmo diventa un mortaio, l’ogiva di una bomba porta un aratro, una granata sostiene una lampada; il relitto del lago Huu-Tiep e le esposizioni del “Museo della Vittoria B-52” di Hanoi, fra cui un MiG-21, missili SA-2 e diverse parti di un B-52; la distruzione del quartiere civile di Kham Thien e il memoriale eretto dopo la guerra; cratere nel cortile dell’ospedale Bach Mai, che sarebbe stato poi distrutto il 22 dicembre.

26-29 dicembre 1972: La battaglia riprende

La pausa di Natale nell’operazione Linebacker II fu tatticamente necessaria agli americani per capire come procedere dopo le pesanti e inaspettate perdite dei primi giorni (11 B-52 persi secondo le fonti USA, 17 secondo quelle vietnamite). Venne abbandonata la tattiche delle ondate distanziate, che davano tempo ai vietnamiti di caricare i missili sulle rampe di lancio; fu deciso di non procedere con la famosa “virata ad U” seguente al bombardamento, che aveva avuto effetto di dirarare la nube di occultamento e rilevare i bombardieri ai radar; i bombardieri, invece della solita rotta di avvicinamento dal Laos (che portava i B-52 ad entrare sui cieli di Hanoi dal lato presidiato dal temibile 261° reggimento, autore di quasi la metà delle perdite USA) avrebbero seguito diverse rotte di avvicinamento; infine, i bombardieri tipo G, rivelatasi più vulnerabili, furono per lo più mandati su obiettivi fuori di Hanoi.

L’intenzione, insomma, era ‘saturare’ le difese nordvietnamite con un massiccio attacco di decine di bombardieri dalla durata di appena quindici minuti. L’attacco fu preceduto da un’intesa opera di occultamento. 16 caccia F-4 sparsero una nube di “chaff” (il famoso materiale radio-riflettente, ovvero strisce metalliche, di cui abbiamo tanto parlato) di circa 40×23 miglia sul cielo di Hanoi. I B-52 non erano più limitati a muoversi negli stretti “corridoi di chaff” dei giorni precedenti. Gli operatori radar vietnamiti furono senza dubbio confusi dai nuovi e mai visti pattern che apparivano sulla strumentazione. La nube di chaff e la mancata virata ad U impedirono di ricorrere al tracciamento automatico del radar. Nonostante ciò, la difesa riuscì ad abbattere due B-52 che, forse per errore, volarono all’interno di formazioni a due-celle e non a tre-celle, indispensabili affinché le contromisure elettroniche (“jamming”) dei diversi bombardieri si rinforzassero a vicenda.

Nelle immagini: il bombardamento di massa del 26 dicembre; foto valutazione danni post-bombardamento; caccia Wild Weasel; B-52 in preparazione; tecnice del “corridoio” e della “nube” di chaff.

La notte del 26 dicembre è anche quella per cui le narrazioni delle opposte fonti iniziano a divergere massimamente: quelle USA riportano 2 bombardieri persi, mentre sono ben 8 secondo le fonti vietnamite. Senza dubbio, le forze USA dimostrarono di poter scatenare una forza immane sulla difesa, che non aveva i mezzi adeguati a opporsi, e causare grande distruzione negli obiettivi selezionati (magazzini di petrolio, snodi ferroviari, depositi militari). Sfortunatamente, furono colpiti anche diversi obiettivi civili, in particolare la zona di Kham Thien, provocando diverse centinaia di morti (migliaia, secondo i vietnamiti).

La battaglia infuriò per altre tre notti (27-28-29 dicembre) che videro un impegno minore delle forze USA con circa 60 missioni; d’altra parte, le forze vietnamite, confuse dalle nuove tattiche e dall’esaurirsi delle scorte dei missili, furono meno efficaci, dopo aver sparato un record di 90 missili la notte del 27 dicembre, nelle ultime due battaglie. Gli USA riportano solo altri due B-52 abbattuti, che diventano ben sette nelle fonti nordvietnamite. Le difficoltà nordvietnamite sono anche indicate, forse, dall’impiego dei caccia MiG, inferiori alle controparti USA, che potevano solo essere impiegati in compiti di ricognizione e “guerriglia aerea”.

Anche il significato degli ultimi giorni della battaglia è diverso: per le fonti americane e occidentali, già dopo il 26 i nordvietnamiti chiesero di tornare al tavolo delle trattative di Parigi; secondo i vietnamiti, invece, dopo l’annuncio della fine dei bombardamenti, furono gli americani a chiedere di tornare a discutere.

Fu davvero così?

Gennaio 1973: la pace

La storia dice che alla fine dei bombardamenti (29 dicembre 1972) i contatti fra le parti furono ripresi e, nel giro di pochi giorni, si giunse ad un accordo definitivo (27 gennaio 1973). Come fu possibile passare così rapidamente dalla guerra alla pace? Abbiamo narrato ad inizio articolo le premesse di Linebacker II. I bombardamenti su Hanoi ed Haiphong, oltre a ritardare lo sforzo bellico nordvietnamita, avevano come obbiettivo “obliquo” quello di rassicurare il presidente del Sud Thieu che, in caso di guerra del Nord, gli Usa sarebbero di nuovo intervenuti. Era la famosa “teoria del pazzo”, tanto cara al presidente Nixon: far credere al nemico di essere pronto a ricorrere a qualsiasi mezzo militare.

Rassicurato Thieu ed intimoriti i nordvietnamiti (almeno così raccontano le fonti occidentali), le trattative di pace furono rapide perché basate sulla bozza d’accordo già raggiunta ad ottobre. Si dice che Henry Kissinger, segretario di stato Usa e negoziatore a Parigi, abbia detto con ironia:

“Li abbiamo bombardati per costringerli ad accettare le nostre concessioni.”

Linebacker II, quindi, pur essendo una battaglia gigantesca per i mezzi coinvolti (quasi metà dell’arsenale di bombardieri Usa) fu per certi versi inutile sul piano meramente strategico e anzi mise in luce, nei primi giorni, gravi carenze tattiche americane. Ecco perché, sospesi i bombardamenti, Kissinger e Le Duc Tho poterono tornare a parlare l’8 gennaio 1973 e trovare l’accordo già il giorno dopo.

Il 27 gennaio 1973 furono così firmati gli accordi di Parigi tra i ministri degli esteri dei tre paesi coinvolti con, a rappresentare il Viet Cong, la famosa Nguyễn Thị Bình, nota anche come “Madame Bình” e futura vicepresidente del Vietnam riunito.

Il calcolo di Nixon per la preservazione del Sud dopo il ritiro americano, comunque, avrebbe potuto persino essere corretto. La sua presidenza ebbe una brusca fine pochi mesi dopo; in assenza di questo ombrello protettivo (fattore che ritengo importante, ma non decisivo), il Nord poté travolgere il Sud nella primavera del 1975.

Da un punto di vista strettamente militare, Linebacker II è rilevante perché fu uno degli ultimi grande bombardamenti aerei di massa della storia: quasi 200 bombardieri B-52 eseguirono oltre 740 sortite nell’arco di 11 giorni e sganciarono decine di migliaia di kg di bombe. Dopo gli insuccessi dei primi quattro giorni e la stasi di fatto precedente il Natale, gli americani seppero modificare le proprie tattiche e devastare industrie, ferrovie, magazzini del nemico. Una valutazione esclusivamente militare e diplomatica di Linebacker II sarebbe tuttavia sbagliata. Per i nordvietnamiti essa fu un successo diplomatico e, senza dubbio, un vero e proprio trionfo a livello popolare. I temutissimi e ritenuti invincibili B-52, in grado di portare morte e distruzione senza essere visti, erano stati affrontati e in molti casi abbattuti. Così riporta la storia ufficiale vietnamita:

“Alla luce delle esplosioni delle granate e degli aerei in fiamme, i cittadini di Hanoi si riversarono in preda all’entusiasmo nelle vie della città, catturando quattro membri dell’equipaggio canaglia.”

Lo spettacolo delle esplosioni nel cielo, i relitti dei B-52 nei dintorni di Hanoi, i prigionieri americani condotti da ali di folla: tutti questi elementi cementarono senza dubbio il supporto attorno al regime di Hanoi e furono ottenute al prezzo della distruzione di depositi, industrie e ferrovie (e non poche vittime civili, purtroppo), cioè di costruzioni e mezzi materiali che potevano essere ricostruiti o ripristinati.

Per l’opinione pubblica americana essa rappresentò un’onorevole uscita dal pantano vietnamita e ritemprò il morale di ufficiali e soldati, scossi dagli avvenimenti degli ultimi anni, rafforzando il mito del “ci è stato impedito di vincere“. Un mito che meriterebbe approfondimento separato. Mi limito per il momento a commentare con l’ironia di Tacito sull’impossibile conquista della Germania:

“Tam diu Germania vincitur”

“da tanto tempo [noi Romani] stiamo vincendo in Germania”.

Non dissimile fu la sorte degli americani in Vietnam: sempre “vincitori” sul campo (almeno stando ai resoconti di parte occidentale) ma infine sconfitti.

Questo è stato il nostro ricordo a distanza esatta di cinquant’anni da quegli eventi.

Consigli di lettura – Bibliografia

La memorialistica e la sitografia sul Vietnam è sterminata, ma per molti aspetti limitata: le fonti di parte vietnamita tradotte in italiano (o almeno in inglese) sono davvero poche.

Per una storia “politica” con occhio agli eventi del Sud e alla ricostruzione del clima da parte americano: Storia della guerra del Vietnam di Stanley Karnow (articolo sul blog).

Per una storia militare dell’intero conflitto con valutazione strategiche e abbondanza di cartine: La guerra del Vietnam di Errico De Gaetano (articolo sul blog).

La storia ufficiale di parte vietnamita: Vittoria in Vietnam: la storia ufficiale dell’esercito popolare del Vietnam 1954-1975 di AA.VV. (Link Amazon).

Il solito ottimo volume della Osprey (in inglese): Operation Linebacker II: The B-52s are sent to Hanoi di Marshall L. Mitchell III (Link editore).


Altri articolo sulla storia vietnamita

2 settembre 1945: Le parole di Ho Chi Minh – L’indipendenza del Vietnam

13 marzo – 7 maggio 1954: Dien Bien Phu, la fine del colonialismo francese

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