Storia della guerra del Vietnam – Stanley Karnow

In questo libro Stanley Karnow, inviato nel Sud-est asiatico da “Time” e “Life” nel 1959 e rimastovi fino alla caduta di Saigon, racconta la storia della guerra del Vietnam, analizzando in modo particolare le origini del conflitto. Da un lato una potenza di fuoco illimitata, tecnologia, armamenti sofisticatissimi, soldati dotati del meglio… dall’altra armi spesso riciclate, lunghe marce di notte per sfuggire alla caccia degli elicotteri, per nutrirsi una scarsa ciotola di riso al giorno… Eppure, anche questa volta Davide sconfisse Golia… Stanley Karnow ce ne spiega il perché. Questo suo libro è considerato universalmente il reference book sulla guerra del Vietnam.

Pagine: 542.
Editore: Rizzoli (Bur).
Formato: Brossura.
Anno 1a edizione: 1983.


Motivi affettivi e personali hanno suscitato in me interesse per il Vietnam e per la sua storia. Dopo aver letto il fondamentale (e pressoché unico in italiano) Storia del Vietnam di Le Thanh Khoi, aver approfondito un paio di robuste biografie in lingua inglese di Ho Chi Minh e di Vo Nguyen Giap (di questi testi ancora non ho parlato qui sul blog), ero alla ricerca di un testo generalista sull’importantissimo conflitto che vide coinvolto questo paese del Sud-Est asiatico; dopo lunga ricerca, sono stato attratto da questo testo del giornalista Stanley Karnow, corrispondente di molti giornali statunitensi per molti di quegli anni, prima e dopo la guerra; in definitiva, il racconto di prima mano di una fonte autorevole.

Karnow ha intervistato protagonista di ogni livello (dai capi dei vari schieramenti a soldati, funzionari, civili), ha analizzato i rapporti ufficiali prodotti dalle amministrazioni, ha vissuto in prima persona il “fronte interno” come quello “esterno”. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: il focus del libro non è militare, ma politico. Il libro di Karnow è una storia politica della guerra del Vietnam, che si concentra (inevitabile, considerando l’anno di scrittura) sul lato americano e sud-vietnamita.

Il libro è corredato in apertura da molte ed interessanti foto, alcune delle quali non facili da trovare online.

Cosa fa l’autore? Ricostruisce i processi decisionali, le motivazioni psicologiche e i risvolti comunicativi che portarono al “pantano” del Vietnam. Le vicende militari ci sono, sono di tanto in ricordate, ma, in generale, rimangono sullo sfondo. Da questo punto di vista, è una “storia” nel senso più profondo del termine, perché fa qualcosa che soltanto uno storico, dopo aver analizzato numerosi dati, rapporti, fonti e testimonianze, può fare: elaborare una sintesi complessiva e fare

Cosa emerge dalla lettura del libro? Gli americani non persero per il “crollo del fronte interno” (un mito ancora oggi molto vivo), ma per la minor volontà di perseguire il proprio obbiettivo; i nordvietnamiti erano pronti all’annientamento totale, al contrario degli americani che, è vero, fecero la campagna di bombardamento più grande della storia, ma non ebbero il “coraggio” di bombardare al tappeto Hanoi -come Tokyo o Dresda – nella seconda guerra mondiale, né quello di bombardare le dighe della campagna vietnamita, allagare il paese e uccidere centinaia di migliaia di civili; nè tentarono mai un’invasione di terra del Nord. Questo mito che, come Karnow ricorda, fu da subito fatto proprio dai reduci americani e dalla società americana stessa, è ancora oggi molto diffuso: gli americani non vinsero perché non vollero, non perché non poterono.

Ho enormemente apprezzato l’elenco biografico dei protagonisti dell’epoca, fondamentale per orientarsi nelle intricate vicende della guerra (soprattutto in quel caos che fu il Vietnam del Sud).

Karnow, a causa dei limiti dell’epoca (nel 1983, in piena guerra freddam il Vietnam era ancora un paese molto chiuso, impegnato militarmente e debilitato dalla guerra), non può fornire il punto di vista vietnamita con la stessa perspicacia; tuttavia, l’aver ristabilito il fatto di cui sopra è il grande merito del libro. In una pagina memorabile, l’autore sintetizza gli errori, che furono anzitutti psicologici, della élite statunitense che, con continuità tra le amministrazioni democratiche di Kennedy-Johnson (1961-1968) e repubblicana di Nixon (1968-1972), perseguirono invano la sconfitta del Vietnam del Nord.

McNamara [segretario alla Difesa negli anni 1961-1968] era stato un brillante dirigente industriale e sapeva esaminare un bilancio con infallibile rapidità ed efficienza. Quando fece il primo dei suoi molti viaggi in Vietnam, nel maggio del 1962, guardò le cifre e concluse ottimisticamente, dopo aver passato solo quarantotto ore nel paese, che “ogni misura quantitativa… dimostra che stiamo vincendo la guerra”. Nella storia nessun conflitto è stato studiato tanto dettagliata mente mentre era in corso. Funzionari militari e civili, in quasi tutti gli enti federali di Washington, prima o poi condussero qualche indagine sul Vietnam, con la collaborazione di specialisti, di innumerevoli uffici studi come la RAND Corporation e la Stanford Research Institute. C’era di tutto: tecnici degli armamenti, economisti, sociologi, politologi, antropo logi, agronomi, biologi, chimici e studiosi dell’opinione pubblica. Indaga rono sugli effetti dei defoglianti, l’impatto delle bombe, l’efficacia dei cannoni. Passarono in attento esame i villaggi e intervistarono i contadini. Interrogarono i disertori e i prigionieri nemici. Analizzarono i documenti catturati ai comunisti e passarono in rassegna le dichiarazioni di Hanoi, produssero immense raccolte di grafici, carte, opuscoli, volumi e pubbli cazioni. Ma le statistiche non riuscivano a formare un quadro preciso del problema, meno che mai a offrire soluzioni.

L’elemento mancante nella “misurazione quantitativa” che guidava McNamara e altri responsabili della politica americana, era la dimensione qualitativa che non poteva essere facilmente messa agli atti. Non c’era il modo di soppesare le motivazioni dei guerriglieri vietcong. I computer non potevano essere programmati per dare una definizione delle speranze e delle paure dei contadini vietnamiti. Le misteriose manovre di Diem e della sua famiglia mettevano in gravi difficoltà i diplomatici americani, che erano ancor meno capaci di influenzare le loro decisioni. Con l’intensificarsi della guerra, i civili e i militari americani vennero spinti dal miope senso di “ottimismo esasperato“, la convinzione che gli americani, in quanto tali, potevano raggiungere qualsiasi risultato in qualsiasi luogo. La sicurezza della propria onnipotenza veniva anche stimolata dalle pressioni esercitate dai rispettivi superiori gerarchici a Saigon e a Washington. Adottare un atteggiamento negativo era una forma di disfattismo e per i disfattisti non c’erano promozioni.

Non possono mancare le cartine!

Le pagine del libro sono affollate dai ritratti di molte figure, colte nel dettaglio privato (o semi-privato delle riunioni di governo) come nel comportamento pubblico. Particolare acume l’autore lo dimostra nel tratteggiare i presidenti americani: l’indeciso Johnson, l’altalenante Nixon; non minor attenzione viene posta ai generali come Westmoreland. Anche la psicologia delle folle, soprattutto l’analisi del pensiero del popolo americano (la frangia minoritaria pacifista ma rumorosa, la “maggioranza silenziosa” ecc.); come detto sopra, Karnow dimostra come il pensiero dominante dell’epoca fosse che “non fosse stato consentito agli USA di vincere la guerra.”

Altro grande merito del libro è quello di partire da lontano nel narrare la storia della guerra, cioè dai prodromi del colonialismo francese in Vietnam, narrando quindi anche gli anni ’30-’40-’50, densissimi di avvenimenti; difatti la “fase americana” della guerra (in realtà iniziata già con il supporto dato ai francesi negli anni ’50) parte solo a metà libro. In verità alcune parti del libro sono meno “ispirate” da un punto di vista stilistico, ritengo a causa di alcuni soggetti, in particolare le “deprimenti” vicende politiche sudvietnamite, segnate da corruzione e continuo caos politico (il colpo di stato che fece fuori il dittatore Ngo Dinh Diem nel ’63 ha quasi risvolti comici, se non avesse avuto un epilogo tragico). Altre però sono molto avvincenti, come ad esempio le pagine sull’incidente del golfo del Tonchino, in cui l’autore non nasconde l’artefazione del secondo e decisivo “incidente”, in realtà una fake news d’antan orchestrata per portare alla famosa risoluzione del 7 agosto 1964.

Un difetto, che “per fortuna” emerge subito e che ho già accennato, è che il libro è vecchiotto, dei primi anni ’80. Il ragionamento che l’autore fa nella prefazione di inizio libro soffre dell’eccessiva vicinanza ai fatti narrati (“in Vietnam non ha vinto nessuno perché ora il Vietnam è tra i paesi più poveri del mondo”) ed è inficiato dagli ultimi decenni di storia vietnamita:

Almeno da un punto di vista umano, la guerra in Vietnam fu un conflitto che nessuno vinse, una lotta tra vittime, le sue origini furono complesse, le sue lezioni molto discusse, la sua eredità deve ancora essere definita dalle generazioni a venire. Che si sia trattato di una impresa valorosa o di un’avventura irragionevole, fu comunque una tragedia di dimensioni epiche.

Come dicevo, non è più valido perché il Vietnam di oggi è proiettato verso un futuro di indubbia prosperità economica, impensabile fino a pochi decenni fa. Dalla nostra prospettiva occidentale, forse, non lo giudichiamo come un futuro di libertà e democrazia, tuttavia, ogni giudizio richiederebbe prima di conoscere in dettaglio il paese.

Per mia fortuna, il precedente proprietario del libro ha corretto alcuni dei “refusi”…

Altro difetto, ahimé, è la pessima cura dell’edizione italiana (almeno quella che ho letto io, ovvero la seconda edizione dei Superbur Saggi, maggio 2000), che è stracolma di refusi: errori grammaticali e, soprattutto, alcune date sbagliate. Non poche, in verità: ad esempio, ad un certo punto si legge “anni sessanta” invece di “anni settanta”; oppure, 1951 invece di 1961 e così via. Ho anche notato un “quantitativo” invece di “qualitativo” (proprio dalla citazione sopra, che mi son permesso di correggere). Insomma, davvero troppi! È un peccato perché invece la traduzione è davvero ottima e il libro è corredato in apertura di numerose immagini e fotografie d’epoca.

Al di là di ciò e nonostante sia un libro datato in alcuni aspetti, rimane una lettura consigliatissima, per coloro che sono appassionati dell’argomento, in particolare dell’aspetto geopolitico e di “psicologia delle élite”; meno presente, come detto, l’aspetto tecnico-militare della guerra e il lato nordvietnamita della faccenda. Infine, è consigliato anche per lo stile, di facilissima lettura, e perché non è appesantito da note, pur essendo dotato di una ricchissima di bibliografia di fonti primarie.


Gli altri libri di cui ho parlato
2 settembre 1945: Le parole di Ho Chi Minh – L’indipendenza del Vietnam

Un pensiero su “Storia della guerra del Vietnam – Stanley Karnow

  1. Pingback: 13 marzo – 7 maggio 1954: Dien Bien Phu, la fine del colonialismo francese – NARRARE DI STORIA

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