[IL CREPUSCOLO DI COMMODO] L’assassinio di Commodo per mano dell’atleta Narcisso


Cari lettori e care lettrici, eccoci con un altro appuntamento sulla Storia dietro la storia del mio nuovo romanzo Il crepuscolo di Commodo – Il romanzo degli ultimi pretoriani. Nei precedenti appuntamenti abbiamo approfondito la battaglia del “Miracolo della pioggia”, la storia del regno di Commodo e molto altro. Trovate tutti gli altri articoli nella pagina del romanzo. Questa volta parliamo dell’episodio conclusivo del romanzo, ovvero l’assassinio di Commodo, avvenuta l’ultima notte dell’anno 192 d.C.

Roma, 192 d.C. Il giovane Gaio Marzio Modesto, figlio di un valoroso veterano che al tempo di Marco Aurelio ha combattuto nelle guerre marcomanne al servizio di Pertinace, si arruola nella guardia pretoriana, dove già milita il tribuno Fausto, amico e commilitone del padre.
Gaio presta così, con entusiasmo ed ingenuità, giuramento all’imperatore Commodo.
Ma Roma è immersa in un periodo turbolento. I pretoriani, dimentichi di ogni disciplina, non più tenuti a freno dalla severità dei capi, spadroneggiano sulla popolazione inerme. Il figlio di Marco Aurelio ha rinnegato il proprio nome e assunto le sembianze del semidio Ercole, le cui imprese cerca di emulare scendendo nell’arena come cacciatore e gladiatore.
Commodo, oramai schiavo dei vizi e circondatosi di essere dissoluti, lascia le redini del governo alla sua concubina, la sensibile e filo-cristiana Marcia, al prefetto del pretorio Leto e al cubicolario Ecletto. Quest’ultimi, spaventati dalla folle imprevedibilità dell’imperatore, decidono di cercare un candidato all’impero…

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Busto di Commodo come Ercole: a sx l’originale e a dx la colorazione realizzata dall’artista Julius Jääskeläinen.

L’assassinio di Commodo: le cause

Nei precedenti articoli abbiamo raccontato gli aspetti politici dei dodici anni del regno di Commodo, tormentato dalla debolezza dell’imperatore, i cui sanguinolenti exploit nell’arena e nei circhi avevano inoltre gettato discredito sulla stessa figura imperiale. Come abbiamo visto, negli ultimi due anni della sua vita Commodo aveva probabilmente “perso contatto con la realtà” e, immerso nel proprio sogno, soltanto all’apparenza propagandistico, credeva di essere davvero la reincarnazione del semidio Ercole.

Un sovrano debole, un senato più volte epurato e terrorizzato, una Guardia pretoriana (approfondita nel corso di tre precedenti articoli) fedele al sovrano e pronta ad ogni repressione: tutti questi elementi conducono agli unici attori possibili per una congiura, ovvero ai “cortigiani” più vicini all’imperatore, i soli che potevano accedere alla persona di Commodo. Essi sono la concubina e amante Marcia, il cubicolario Ecletto e il prefetto del pretorio Leto, tre figure di cortigiani strettamente legati all’imperatore e mossi da motivazioni evidenti: la paura di subire l’imprevedibile follia dell’imperatore. Sotto Commodo, ricordiamo, si succedettero dieci prefetti del pretorio, ognuno dei quali morì di morte violenta (ne abbiamo parlato qui); sorte migliore non incontrarono i cubicolari, come Cleandro che, pur molto potente negli anni 186-190, finì per essere fatto a pezzi dalla folla in rivolta.

Passiamo adesso al racconto dei fatti di quel giorno (31 dicembre 192) nelle parole delle tre principali fonti letterarie, che sono: il libro 73 della Storia Romana di Cassio Dione (senatore e storico contemporaneo dei fatti), il primo libro della Storia dell’impero romano dopo la morte di Marco Aurelio di Erodiano (opera non eccelsa ma completa) e, infine, la biografia della Historia Augusta (opera tarda e inaffidabile, ma che contiene utili dettagli provenienti da tradizioni diverse).

La Domus Vectiliana (cerchiata in rosso).

L’assassinio di Commodo: la versione di Dione

Così scrive Cassio Dione nella Storia Romana (libro 73, 22).

[22] Morì, o piuttosto fu ucciso, non molto tempo dopo. Leto ed Ecletto, infatti, in parte sdegnati contro di lui per ciò che faceva, in parte intimoriti (egli li minacciava perché cercavano di distoglierlo dalle sue stravaganze), ordirono una congiura ai suoi danni. (2) Commodo aveva deciso di mandare a morte entrambi i consoli, Erucio Claro e Sossio Falcone e, nel primo giorno dell’anno, di uscire dal quartiere in cui vivono i gladiatori con la carica di console e insieme di secutor: difatti aveva il suo primo domicilio presso i gladiatori, proprio come se fosse uno di loro… (4) Per queste ragioni Leto ed Ecletto congiurarono contro di lui, rendendo partecipe del loro piano anche Marcia. L’ultimo giorno dell’anno, dunque, durante la notte, quando la gente era occupata nella celebrazione della festività, per mezzo di Marcia gli propinarono del veleno nella carne di bue. (5) Tuttavia, complice il suo abituale abuso di vino e di bagni, non poté morire subito, ma vomitò una parte del cibo; avendo quindi sospettato l’avvelenamento, prese a lanciare alcune minacce; a quel punto gli mandarono contro Narcisso, un atleta, dal quale lo fecero strangolare mentre si trovava nel bagno. (6) Questa fine toccò a Commodo, il quale regnò dodici anni, nove mesi e quattordici giorni, e visse trentun anni e quattro mesi; con lui la vera dinastia degli Aureli cessò di regnare.

Ricordiamo alcune cose. Gli ultimi libri di Dione ci sono giunti come “riassunti” fatti in epoca medievali dai monaci bizantini quindi, pur essendo testimonianza primaria da una fonte privilegiata, essa è stata mediata. Per quanto “impoverita”, Dione ci permette di fissare alcuni punti:

  • Commodo voleva inaugurare l’anno in modo stravagante e sanguinoso.
  • Leto ed Ecletto, saputo ciò (Dione non ci dice come), decidono repentinamente di agire.
  • Marcia, loro complice, somministra del veleno all’imperatore.
  • ll veleno non fa effetto, i congiurati ricorrono quindi ad un atleta, Narcisso.

L’assassinio di Commodo: la versione della Historia Augusta

È la versione più stringata (Vita di Commodo, XVII):

Se pur troppo tardi, il prefetto Quinto Emilio Leto e Marcia, concubina dell’imperatore, ordirono contro di lui una congiura e tentarono di ucciderlo con il veleno, ma poi, visto che questo tardava a fare il suo effetto, lo fecero strangolare da un atleta, suo allenatore.

Come si può vedere, la versione della Historia Augusta non differisce da Dione, pur non citando Ecletto e definendo Narcisso (non nominato) come allenatore dell’imperatore.

Medaglione raffigurante Commodo accanto a Marcia, nelle vesti di Amazzone.

L’assassinio di Commodo: la versione di Erodiano

Nel caso di Erodiano siamo di fronte ad un testo più lungo e molto ricco di dettagli, alcuni dei quali “sospetti”. Esaminiamo la prima parte (libro I dell’opera citata):

[16, 2] Era giunta questa solennità, in cui i Romani massimamente si scambiano visite e auguri, e si danno buon tempo, sia scambiandosi doni in denaro, sia consumando insieme i migliori cibi; [3] e i consoli indossano per la prima volta le insegne annuali della loro gloriosa carica. Commodo intendeva, mentre le feste erano al culmine, presentarsi al popolo di Roma partendo dalla caserma dei gladiatori anziché, come era costume, dal palazzo imperiale; indossando l’armatura invece dell’augusto paludamento purpureo; e scortato dagli altri gladiatori. [4] Egli comunicò il suo progetto a Marcia, la prediletta fra le sue concubine, che in nulla era inferiore a una moglie legittima e aveva tutti gli onori di un’imperatrice, eccettuate le fiaccole. La donna, venendo a conoscenza di un’idea così assurda e indegna, cominciò a supplicarlo, e si gettò ai suoi piedi, chiedendogli tra le lacrime di non fare oltraggio all’impero di Roma, e di non mettersi in pericolo affidandosi a uomini abietti come i gladiatori. [5] Infine, poiché con tutte le sue preghiere non ottenne nulla, se ne andò piangendo. Commodo poi convocò Leeto, il prefetto al pretorio, ed Ecletto, il cubiculario, per incaricarli di preparare la caserma dei gladiatori in modo che egli potesse trascorrervi la notte, per uscirne quando si sarebbe recato al solenne sacrificio, mostrandosi con le sue armi al popolo romano. Essi pure lo supplicavano, e cercavano di persuaderlo a non far cosa indegna di un imperatore.

Erodiano, fecondo di dettagli, ci racconta come la notizia della stravagante pompa gladiatoria (così si chiamava la sfilata dei gladiatori prima degli spettacoli) sia filtrata a corte.

Gozzoviglie alla corte di Commodo, in un’illustrazione di Roger Payne.

[17] Commodo, persa la pazienza, li congedò, e si ritirò nelle sue stanze mostrando di voler dormire, come era solito fare nelle ore meridiane. Colà prese uno di quei fogli sottilissimi che si ricavano dalla scorza di tiglio, e possono piegarsi per ogni verso; e vi scrisse una lista di persone che voleva far uccidere in quella notte. [2] Il primo nome era quello di Marcia; subito dopo venivano Leto ed Ecletto; quindi molti dei senatori piú eminenti. Voleva infatti eliminare i piú anziani, e gli amici di suo padre ancora viventi, perché gli rincresceva che le sue scelleratezze fossero giudicate severamente; meditava inoltre di spartire i beni dei piú ricchi, facendone dono ai soldati e ai gladiatori: agli uni, perché lo difendessero; agli altri, perché lo divertissero. [3] Dopo aver compilato questo elenco, lo lasciò sul letto, pensando che nessuno sarebbe entrato nella camera. Ma c’era uno schiavo ancora infante, di quelli e frequentemente lo teneva a dormire con sé; perciò era chiamato con il soprannome di Filocommodo, che alludeva alla predilezione dell’imperatore per lui. [4] Quando Commodo uscí per il solito bagno e per darsi alle gozzoviglie, questo fanciullo, che sapeva solo giocare, entrò nella stanza a lui ben nota, e prese il foglio abbandonato sul letto, per farsene un trastullo; quindi uscí. Il destino volle che incontrasse Marcia. Poiché anche ella gli era affezionata, gli si avvicinò per abbracciarlo e baciarlo; ma gli tolse il foglio, pensando che nella sua incoscienza fanciullesca avrebbe potuto distruggere per gioco qualcosa d’importante. Riconobbe la mano di Commodo, e le venne curiosità di leggere lo scritto; [5] allora si accorse che questo era un preannuncio di morte. Ella stessa per prima avrebbe dovuto morire; l’avrebbero seguita Leto ed Ecletto, e cosí pure molti altri. Proruppe allora in lamenti, e cominciò a dire fra sé: «Commodo, e cosí mi compensi per la fedeltà e l’amore con cui ho sopportato per tanti anni la tua rozzezza e la tua ebrietà? Ma io, che sono sobria, avrò la meglio sulla tua mente ottenebrata dal vino».

La narrazione è molto più ricca e, come si può vedere, con maggior condanna di Commodo, qui accusato di voler uccidere non solo i consoli ma anche gli “amici del padre” ancora vivi. Erodiano ci racconta anche come i congiurati vengono a sapere delle intenzioni di Commodo: attraverso un foglio dimenticato da una misteriosa figura definitiva “Filocommodo”, altrove non citata e che adombra rapporti pederastici. Ritengo che tale figura sia stata mutuata da Erodiano sul modello del “fanciullo” che, in un altro libro di Cassio Dione (il LXVII) dedicato all’assassinio di Domiziano (96 d.C.) avrebbe, anch’egli, incosciamente tradito il proprio padrone.

L’imperatore di Comodo lascia l’arena alla testa dei gladiatori, dipinto di B.H. Blashfield.

[6] Subito mandò a chiamare Ecletto (essendo questi il cubiculario, ella soleva aver rapporti con lui, e si diceva che ne fosse l’amante); e mostrandogli il foglio disse: «Ecco la festa che ci attende stanotte». Ecletto era di sangue egiziano, e aveva un temperamento emotivo, pronto a decidere e ad agire. Fuori di sé per la notizia, mise il suo sigillo sul foglio, e per mezzo di un uomo fidato lo fece portare a Leto, perché lo leggesse. [7] Questi, turbato anch’egli, si precipitò da Marcia, fingendo di doversi consultare con gli altri due, per eseguire gli ordini dell’imperatore circa la caserma dei gladiatori. Mostrando di essere impegnati a soddisfare i desideri di Commodo, i tre decisero di agire prima che egli potesse colpirli: il pericolo non ammetteva indugi o esitazioni. [8] Sembrò opportuno usare il veleno, e Marcia affermò che la cosa le sarebbe riuscita facilmente: ella infatti soleva riempire e porgere a il veleno nella coppa, e glielo porse, misto con vino profumato. Quegli, che dopo le abbondanti abluzioni e gli esercizi di caccia si sentiva assetato, bevve senza sospetto, credendo si trattasse del solito gesto affettuoso.

In questo brano, pur usando più parole, Erodiano non aggiunge nulla di nuovo, tranne il particole del “sigillo sul foglio”, su cui tornerò in seguito.

Un mediocre dipinto sull’assassinio di Commodo, opera di Fernand Pelez (1879).

[9] Subito si sentí stordito e sonnolento, e, pensando di essersi stancato troppo, andò a riposare. Ecletto e Marcia esortarono tutti ad allontanarsi e a ritornare nelle proprie stanze, per lasciarlo tranquillo: infatti non di rado Commodo soffriva di un simile malessere dopo le gozzoviglie. Essendo solito recarsi al bagno e ai banchetti molto di frequente, ed essendo dedito a continui e svariati piaceri, ai quali quando giungeva l’ora si sentiva obbligato anche se non era disposto, non aveva mai un tempo fissato per il riposo. [10] Egli dunque dormí per qualche ora, ma il veleno, procedendo attraverso lo stomaco e l’intestino, provocò un senso di nausea e un abbondante vomito: forse le bevande e i cibi, da lui precedentemente ingeriti, di per sé scacciavano il veleno; oppure, come sempre sogliono fare i sovrani, prima di ogni pasto, si era premunito con un contravveleno. [11] Poiché il vomito era molto abbondante, gli altri temettero che si liberasse interamente del veleno, e si riprendesse: il che voleva dire la morte per tutti loro. Quindi, promettendo di dargli un lauto compenso, convinsero un giovane coraggioso e robusto, di nome Narciso, a entrare, e a strangolare Commodo. Egli dunque entrò, e trovando Commodo indebolito per l’ebrietà e il veleno, lo strangolò.

Con un breve epitaffio per Commodo, definito “più nobile per sangue di tutti i suoi predecessori”, si chiude il primo libro dell’opera di Erodiano.

L’assassinio di Commodo: il complotto

Le tre fonti letterarie concordano nei fatti principali: la congiura fu improvvisa, coinvolse i cortigiani più vicini a Commodo che, resistente al veleno, venne strangolato da uno degli atleti con cui si accompagnava.

Alcuni storici moderni hanno messo in dubbio tale versione. La successione di Commodo fu, infatti, troppo “liscia”. Morto l’imperatore, il candidato (il prefetto della città e anziano e rispettato senatore Publio Elvio Pertinace) era già pronto; i governatori alla frontiera non si ribellarono. Entrambe le circonstanze sono sospette.

Aureo di Pertinace, dove compare nel retro un astro celeste accompagnato dalla scritta “la provvidenza degli dèi”. Da una simile moneta di Commodo, si è ipotizzato che una nova (stella esplosa) sia apparsa in cielo tra il 192 e il 193, ovviamente interpretate come foriera di grandi avvenimenti.

Lo storico Anthony Birley (autore di magnifiche e dettagliate biografie su Adriano, Marco Aurelio e Settimio Severo) ha rintracciato degli indizi interessati: negli anni 190-191, il prefetto del pretorio Leto provvide alla nomina, come governatori delle “province militari” (dotate di 3 o più legioni), di personalità a lui legate in qualche modo, o dalla provenienza geografica africana o da altri fattori. Parliamo quindi di Settimio Severo (governatore della Pannonia Inferiore), Clodio Albino (governatore di Britannia) e Pescennio Nigro (governatore di Siria), che non a caso, furono assolutamente tranquilli nel gennaio del 193, assicurando così la successione di Pertinace; scesero invece in contemporanea rivolta nell’aprile dello stesso anno, quando giunse la notizia della morte di Pertinace.

Birley, in sostanza, ipotizza che Leto abbia preparato la congiura con largo preavviso, assicurandosi anzitutto la tranquillità alla frontiera e contattando poi un candidado, il migliore possibile: ovvero Publio Elvio Pertinace, uno degli ultimi compagni di Marco Aurelio, veterano delle guerre marcomanniche, rispettato senatore e ben visto anche dallo stesso Commodo. L’azione avvenne poi la notte del 31 dicembre perché era uno dei pochi momenti in cui era possibile accedere fisicamente alla persona dell’imperatore e in cui, si sperava, i festeggiamente per il capodanno avrebbero distrattato i pretoriani e il popolo.

Una traccia di questa ipotesi si ritrova nella Vita di Pertinace, cioè la successiva biografia della Historia Augusta, in cui si dice:

Che egli [Pertinace] fosse a parte della congiura contro Commodo, altri lo disse, ed egli stesso non lo negò.

Vecchia illustrazione, credo sette-ottocentesca, sull’assassinio di Commodo.

Conclusione

Dopo la morte dell’imperatore, l’obiettivo dei congiurati fu quello di portare il proprio candidato, cioè Pertinace (che, abbiamo visto, era quasi sicuramente a conoscenza del complotto), dalla propria casa, dove attendeva, ai Castra Praetoria, dove doveva ricevere il giuramento dei pretoriani; poi andare in Senato, per ricevere i “poteri costituzionali” (la potestà tribunizia) dell’impero.

La successione fu dunque “liscia”. Nel giro di poche ore Commodo era stato ucciso e un nuovo imperatore ne aveva preso il posto; nè il popolo nè il Senato ebbero nulla da dire e anzi esultarono; la Guardia pretoriani, come sappiamo, mugugnò ma fu chetata, almeno per il momento, dalla promessa di donativi.


Bibliografia minima

AA.VV., a cura di Leopoldo Agnes, Scrittori della Storia Augusta, Utet, 1960.
Birley Anthony, Septimius Severus: The African Emperor, Routlegde, 1999.
Dione Cassio, Storia Romana, Volume VIII (libri 68-73), BUR, 2018.
Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, Einaudi, 2017.
Hekster Olivier, Commodus. An Emperor at the Crossroads, Brill Academic Pub, 2002.


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