[IL CREPUSCOLO DI COMMODO] Storia politica del regno di Commodo

Cari lettori e care lettrici, eccoci con un altro appuntamento sulla Storia dietro la storia del mio nuovo romanzo Il crepuscolo di Commodo – Il romanzo degli ultimi pretoriani. Nei prossimi giorni seguiranno altri approfondimenti sulla storia di Roma nel II secolo d.C.

Disponibile in prenotazione ebook e in cartaceo dal 19 ottobre.

Roma, 192 d.C. Il giovane Gaio Marzio Modesto, figlio di un valoroso veterano che al tempo di Marco Aurelio ha combattuto nelle guerre marcomanne al servizio di Pertinace, si arruola nella guardia pretoriana, dove già milita il tribuno Fausto, amico e commilitone del padre.
Gaio presta così, con entusiasmo ed ingenuità, giuramento all’imperatore Commodo.
Ma Roma è immersa in un periodo turbolento. I pretoriani, dimentichi di ogni disciplina, non più tenuti a freno dalla severità dei capi, spadroneggiano sulla popolazione inerme. Il figlio di Marco Aurelio ha rinnegato il proprio nome e assunto le sembianze del semidio Ercole, le cui imprese cerca di emulare scendendo nell’arena come cacciatore e gladiatore.
Commodo, oramai schiavo dei vizi e circondatosi di essere dissoluti, lascia le redini del governo alla sua concubina, la sensibile e filo-cristiana Marcia, al prefetto del pretorio Leto e al cubicolario Ecletto. Quest’ultimi, spaventati dalla folle imprevedibilità dell’imperatore, decidono di cercare un candidato all’impero…

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Una successione incontestata

Il film Il gladiatore, senza dubbio spettacolare ed avvincente ma, come è ovvio che sia, non storicamente attendibile, ci ha abituato all’idea che la successione di Commodo al trono sarebbe stata forzata o non convinta. Il radicamento di questa idea è favorito dalla nostra incredulità. Come è possibile – tutti gli appassionati di storia romana lo pensano! – che il saggio e pacato Marco Aurelio abbia scelto il figlio, il cui carattere dissoluto e debole era già, almeno parzialmente, emerso? Eppure, dai tempi di Nerva, si pensa, vigeva il principio “adottivo” per la successione al trono…

Tuttavia, dobbiamo essere chiari: non vi sono dubbi che Commodo sia sempre stato, nelle mente del padre, il successore ideale. Il giovane principe fu associato al trono nel 177 appena quindicenne, ricevendo il titolo di augusto e la potestà tribunizia, cioè i veri attributi “operativi” del potere imperiale. Fu persino console ordinario, il più giovane di sempre. Al momento della morte di Marco, nella primavera del 180, non vi fu quindi bisogno di alcuna delle usuali procedure che avevano caratterizzato le precedenti successioni: l’imperatore, con tutti gli attributi costituzionali, già c’era.

Medaglione raffigurante Commodo e risalente al 177 d.C.

Un fattore spesso ignorato è che Marco Aurelio ebbe dalla moglie, Faustina Minore, tredici figli, di cui quattro da due parti gemellari: il totale è di sei maschi e sette femmine. Di questi, però, soltanto un maschio e cinque femmine raggiunsero l’età adulta. Le cronache dell’epoca, in effetti, ci raccontano di un Marco in perenne lutto a causa delle numerose sfortune familiari. È lecito quindi supporre un forte attaccamento del padre verso l’unico figlio maschio rimastogli, abbastastanza forte, forse, da obnilubare il giudizio dell’imperatore.

Dopo questa promessa, possiamo dire che il regno di Commodo si suddivide politicamente nelle seguenti tre fasi:

  • 180-182: Commodo, circondato dai consiglieri paterni, ne segue (seppur insofferente) la politica.
  • 182-190: Dopo il fallito complotto di Lucilla, Commodo lascia la gestione dello stato a prefetti del pretorio (come Tigidio Perenne) e funzionari più o meno nobili (come Cleandro).
  • 190-192: Commodo non opera più attraverso intermediari ma si impegna in prima persona, associando fortemente la propria figura a quella di Ercole.

È proprio in quest’ultima fase che è ambientato il mio romanzo.

La pace con i Germani. Un esordio conservatore

Che Marco Aurelio non avesse completa fiducia nel figlio è attestata dalla stretta “ragnatela” di consiglieri che gli piazzò intorno. I difficili anni della peste e delle guerre avevano cementato attorno a Marco un gruppo di valorosi ufficiali, di estrazione sia equestre sia senatoriale, forgiati dal servizio comune e dai pericoli condivisi: Tiberio Claudio Pompeiano, Publio Elvio Pertinace, Publio Tarutieno Paterno e altri.

Il passaggio di consegne tra padre e figlio avvenne, come è quasi certo, a Carnuntum, alla fine dell’inverno del 180. La prima importantissima decisione che il giovane principe si trovò ad affrontare fu: proseguire la guerra contro i barbari?

La storiografia ottocentesca ha accusato Commodo di una partenza affrettata che “salvò” i Germani da una sconfitta definitiva. Scoperte più recenti hanno suggerito invece che già Marco Aurelio, a causa della recrudescenza della peste e del malcontento delle province orientali, avesse abbandonato ogni velleità espansionistica.

Commodo inaugurò il proprio regno proclamando la pace. Non fu una pace qualsiasi: fu una pace solida, duratura ed estremamente importante per l’impero. Così scrive Hekster:

When blaming Commodus for his return to Rome, one should not forget how well the settlements with the Quadi and Marcomanni actually worked. Up to the calamitous years of Valerian and Gallienus (AD 253-260), no more serious threats from the area are reported… forcing the defeat enemy to be incorporated in a new province involved massive logistical and political problems… militarily, annexing new territory was also different from overcoming an enemy.

Quando critichiamo Commodo per il suo ritorno a Roma, non dovrebbe scordare che l’accordo con Quadi e Marcomanni funzionò molto bene. Fino ai calamitosi anni di Valeriano e Gallieno (253-260) nessuna minaccia seria venne da questa regione… forzare un nemico sconfitto in una nuova provincia avrebbe provocato problemi logistici e politici… militarmente, annettere un nuovo territorio era differente dallo sconfiggere un nemico.

Oliver Hekster, Commodus: an emperor at the crossroads (pag. 47)

In definitiva, la scelta di Commodo (o dei suoi consiglieri) fu saggia: l’occupazione di nuove province sarebbe stata un costo inutile, soprattutto in periodi di pandemie ricorrenti. Gli stessi si sarebbero potuti raggiungere (e furono, in effetti, raggiunti) con mezzi diplomatici più semplici.

Con il ritorno a Roma, i rapporti tra il giovane imperatore e il senato si deteriorarono assai presto. Commodo ebbe ancora del riguardo verso l’aristocrazia, ma dall’altra parte i grandi onori che attribuì al proprio cubicolario Saotero indispettirono molti senatori.

La provincia di Marcomannia: un inutile fardello?

La prima ad agire fu Lucilla, sorella maggiore di Commodo. Le fonti sono concordi nel raccontare i fatti che si svolsero (un tentativo pubblico di pugnalamento condotto dal fidanzato della figlia di primo letto di Lucilla) e discordi nelle motivazioni che spinsero la sorella dell’augusto a muoversi: gelosia verso l’augusta Crispina, che Marco Aurelio aveva fatto sposare al figlio nel 178; insofferenza di Lucilla verso l’anziano marito, Pompeiano; “malcostume” di Lucilla, che avrebbe irretito diversi amanti.

Fatto sta che il fallimento della congiura offrì pretesto a Commodo per una dura repressione (che vide l’esecuzione di nobili palesemente innocenti) e il definitivo esautoramento dei consiglieri paterni. In particolare Paterno, prefetto del pretorio, venne rimosso dall’incarico con l’accusa, probabilmente falsa, di aver organizzato un altro complotto contro l’imperatore e in seguito fatto uccidere.

Il dominio dei funzionari

Gli anni dal 182 al 190 vedono il succedersi ininterotto di figure che seguono tutte lo stesso canovaccio: rapida ascesa, acquisizione di grande potere, crollo ancor più rapido e spesso violento. Così avviene per Tigidio Perenne, prefetto del pretorio nel periodo 182-185, la cui figura ricorda quella di Seiano; così avviene per il liberto Cleandro negli anni 186-190, per cui Commodo inventa il titolo di a pugione, ponendolo sopra ogni altra gerarchia. Anche lui finirà ucciso in modo violento durante una sommosso popolare.

In generale, questi anni sono caratterizzati dal totale esautoramento dell’autorità senatoria. Commodo non consulta più i senatori, non concede loro onori e privilegi, anzi li sottopone con una certa regolarità a persecuzioni volte all’incameramento dei loro beni. Antonino Pio e Marco Aurelio, sovrani “illuminati”. avevano governato con l’aiuto e la collaborazione del senato. Così non fu per Commodo, che preferì avvalersi di esponenti del ceto equestre o, persino, di liberti di infima origine.

Due documenti testimoniano il repentino cambiamento tra il regno del padre e quello del figlio. Entrambi riguardano la composizione del consilium principis, ovvero l’organo informale che l’imperatore consultava per la gestione dello stato. Nella Tabula Banasitana, epigrafe contenente la concessione della cittadinanza romana ai membri di una tribù della Mauritania e risalente al 177 d.C., sono elencati i nomi dei dodici consiglieri più stretti dell’imperatore Marco Aurelio: fra essi, vi sono non meno di cinque o sei senatori.

Al contrario, in una lettera indirizzata alla città di Atene nell’anno 186/187, nessun senatore è elencato tra i consiglieri di Commodo, che anzi vi include il potente liberto imperiale Cleandro.

Tutto ciò concorda con le fonti che condannano il comportamento di Commodo, che preferiva accompagnarsi ad esseri “dissoluti” invece che ai più eminenti membri della società. Allo stesso modo, le fonti primarie descrivono l’ostilità di Commodo verso il senato, nei cui confronti si arrivò alla persecuzione di non pochi membri, con il puro scopo di incamerarne i patrimoni.

Gli anni finali: la deificazione

Nel 190, una rivolta popolare, provocata dalla carenza di grano (forse provocata artificiosamente) fa cadere il “regno” di Cleandro, che Commodo evita di proteggere e anzi lascia “in pasto alla folla”. Commodo, che ha sostanzialmente vissuto ritirato dal pubblico per anni (disertando persino il Palazzo imperiale sul Palatino a favore di varie villu urbane e suburbane, come la domus Vectiliana e villa dei Quintili), decide di impegnarsi in prima persona per recuperare il favore del popolo, che teme di aver perso.

Pur continuando a non gestire lo stato, che è nelle mani del nuovo prefetto del pretorio Quinto Emilio Leto, del cubicolario Ecletto e della concubina Marcia, Commodo si impegna in pubblico con le “stravaganti iniziative” che passeranno alla storia e ne decreteranno in buona parte la cattiva figura.

Nel romanzo, l’unico senatore che faccio apparire nel consilium principis è Pertinace, che in quegli ultimi anni era stato “riabilitato”: da prefette dell’Urbe (comandante delle coorti urbane) fu console ordinario nel 192, assieme a Commodo stesso. Stante il ritiro volontario di Pompeiano, Pertinace era l’ultimo stretto consigliere di Marco Aurelio a figurare ancora tra quelli di Commodo. È probabile che l’origine “ignobile” di Pertinace (che era figlio di un liberto arricchitosi con ilcommercio) inducesse Commodo a fidarsi di lui, in quanto non riteneva Pertinace “candidabile” all’impero.

Negli ultimi due anni, dunque, Commodo perseguì un ambizioso disegno: associare la propria figura a quella di Ercole. Non si tratta, in sè, di una novità sconvolgente, anzi: moltissimi condottieri e sovrani avevano fatto (e faranno) lo stesso. Ciò che cambia è l’intensità delle azioni di Commodo e il fatto che, con buona probabilità, l’imperatore credeva veramente a ciò che affermava.

L’Historia Augusta ci riporta un curioso episodio:

Gli adulatori… gli attribuirono l’appellativo di Ercole Romano perché nell’anfiteatro di Lanuvio aveva ucciso qualche bestia, attività cui si dedicava anche nella sua casa privata.

Hekster suppone, con la scorta di alcuni indizi, che tale citazione faccia riferimento ad una qualche cerimonia “simbolica” che Commodo avrebbe tenuto il 31 agosto del 191, volta a simboleggiare, nel giorno del proprio compleanno e nella città che l’aveva visto nascere, la propria rinascita a “nuova vita” come divinità, cioè come nuovo Ercole: Ercole Romano, per l’appunto.

Un altro fatto carico di significato fu il radicale cambio del nome. Commodo abbandonò il prenome “Marco” e ritornò al nome con cui era nato – Lucio Elio Aurelio Commodo – cui aggiunse una serie di lunghi e per noi stravaganti epiteti:

Lucio Elio Aurelio Commodo Augusto Ercole Romano Exsuperatore Invitto Fortunato Pio

Le monete, i busti e i racconti degli storici ci portano a crederlo con sufficiente sicurezza. Il famoso Busto di Commodo come Ercole, che è appare nella copertina del mio romanzo, pur risalendo alla fase precedente, è chiaro indizio di quale fosse la tendenza dell’imperatore. La pelle di leone e la clava, classici attributi di Ercole, divennero i nuovi simboli della dignità imperiale. Roma, il senato, le legioni e molte città vennero così rinominate. Tali provvedimenti ebbero un’eco più vasta di quanto si fosse prima pensato: abbiamo testimonianza che la riforma del calendario venne adottatto in posti molti lontani; in Oriente, molte città elleniche rinominarono i propri giochi come “Commodeia”.

Sul fronte: Commodo nelle vesti di Ercole. Sul retro: gli attributi dell’eroe.

Infine, le azioni più spettacolari: la discesa dell’imperatore nell’arena dell’allora Anfiteatro Flavio. Approfondirò in dettaglio questi straordinari avvenimenti in un prossimo articolo.

Perchè tutto ciò? Sarebbe sbagliato derubricare il tutto alle azioni insensate di un folle. Personalmente, ritengo che Commodo fosse consapevole di vivere in un’epoca di crisi (guerre, pestilenze ecc.); le antichi credenze, incarnate dall’esasperato tradizionalismo religioso pubblico di Marco Aurelio s’erano mostrate inefficaci. L’imperatore, mosse da una “lucida follia”, decise di perseguire un disegno di accentramento religioso della figura imperiale, che fu trasfigurata in una figura divina in cui le persone, traumatizzate dai disordini di quell’epoca, potessero trovare conforto.

Se consideriamo la popolarità dei culti orientali (dal mitraismo al cristianesimo, dalle filosofie ascetiche al culto di Iside), Commodo rispose dunque ad un’esigenza reale del mondo in cui visse e anticipò ciò che fecero gli imperatori di oltre un secolo dopo (da Aureliano a Costantino).

Il suo disegno, tuttavia, gli alienò il senato e persino parte della plebe (provata dal tremendo incendiò che colpì Roma nell’inverno del 192). Come nel caso di Domiziano, però, ciò non sarebbe bastato. Fu infine una congiura condotta dai cortigiani -la concubina Marcia, il cubicolario Ecletto e il prefetto del pretorio Quinto Emilio Leto, assieme alla probabile acquiescenza dei governatori di provincia – a porre fine alla vita dell’imperatore la notte del 31 dicembre del 192.


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