Percorso nell’arte etrusca – Dall’Italia preromana ad oggi

La civiltà etrusca ha goduto, storicamente, di una sorte particolare: quella di divenire antica già in epoca classica. I Romani di età tardo-repubblicana ed imperiale, consapevoli che non poco della loro civiltà – dall’aruspicina alla simbologia del potere, dall’urbanistica ad un’intera dinastia regnante – proveniva proprio dalle sviluppate città della Dodecapoli, furono i primi “etruscologi” della storia, consapevoli che già ai loro tempi molto della civiltà etrusca era andato perduto.

In questo percorso, vogliamo quindi tentare di tracciare uno sviluppo dell’arte etrusca, in modo da rintracciare alcuni dei “fili conduttori” di questa antica civiltà.


Periodo Villanoviano – L’urna cineraria di Vulci

Il reperto trovato a Vulci nel 1965 nell’ambito di scavi clandestini, oggi conservato al museo di Villa Giulia, è una straordinaria urna cineraria a forma di abitazione. È datato al periodo villanoviano (X-VIII secolo a.C.)

La riproduzione della capanna è minuziosa, dalla porta apribile con l’indicazione delle assi incrociate all’apertura per la fuoriuscita del fumo e ai travicelli del tetto. Le ricche decorazioni dei travicelle con teste di oche o uccelli, motivo che si ripete sulle pareti assieme ad un minuzioso motivo sbalzato, allude all’antico motivo della barca solare, associato alla credenza o al beneaugurio di una nuova e migliore esistenza per l’anima del defunto.


Periodo Orientalizzante – La tomba Regolini-Galassi

“Nulla è più congeniale alle nascenti aristocrazie etrusche del fasto orientalizzante, di cui esse amano circondarsi ingigantendo le originali proporzioni dei monumenti e dei beni di prestigio o accrescendo e moltiplicando a dismisura il numero degli oggetti dei loro principeschi corredi funerari.”
M. Torelli, “Storia degli Etruschi”

La tomba venuta alla luce nel 1836 a Cerveteri, per merito di Vincenzo Galassi e Alessandro Regolini, conteneva alcuni dei più straordinari reperti della cosiddetta “epoca orientalizzante” della civiltà etrusca, ancora caratterizzata da motivi villanoviani ma già pienamente impregnata di motivi e stilemi provenienti dall’oriente greco e non. La tomba, appartenuta ad un nobiluomo e datata alla metà del VII secolo a.C., conteneva due camere sepolcrali.

Traggo una descrizione più approfondita del primo reperto, conservato assieme agli altri al Museo Gregoriano Etrusco (Musei Vaticani) di Roma, da Storia di Roma 1 – Roma in Italia della Einaudi, 1988:

“Se oggetti lavorati in oro sono noti fin dall’epoca villanoviana, la cultura orientalizzante è stata definita “principesca” in quanto si manifesta ora una tendenza, riscontrabile a vari livelli a seconda delle diverse situazioni di sviluppo dell’Etruria, che si può definire eccezionale riguardo all’accumulo di materiali preziosi; tale tendenza favorisce ed è favorita dall’acquisizione di nuove capacità tecniche di provenienza orientale, come la granulazione, che permettono una sostanziale novità di effetti e contenuti figurativi. La fibula che qui si presenta faceva parte del corredo della defunta posta nella cella della tomba Regolini-Galassi cui era pertinente una ricca parure di gioielli disposti a impreziosire le vesti oltre che strumenti e vasi in bronzo e argento dorato relativi alla celebrazione del banchetto. La fibula in oro presenta un arco con sette file di cinquantacinque ocherelle a tutto tondo, separate da file di grifoni alati decorati a stampo e che convergono verso l’esterno in direzione di un fiore a doppia voluta; due elementi semicilindrici, con decorazione a zig-zag e palmette fenicie alle estremità, collegano l’arco con un disco piu grande con al centro cinque leoni disposti su due file e circondati da una doppia fascia di archetti con estremità a palmette; sull’ago compare una protome femminile.
La deposizione maschile dell’anticamera, piu recente, comprendeva grandi vasi in bronzo, un carro usato per il trasporto del feretro e un letto funerario in bronzo; una serie di patere bronzee erano disposte sulla volta, mentre sulle pareti pendevano scudi bronzei da parata. Se la deposizione femminile si segnala per la ricchezza degli ornamenti, quella maschile si segnala a sua volta per l’insieme dei segni ideologici comprendenti, oltre che i materiali per il banchetto, condivisi con la deposizione femminile, il grande carro e gli scudi appesi alle pareti: tutti elementi che, presenti in modo discontinuo sin dalla fase precedente, mostrano ora riuniti e amplificati in un unico contesto.”


Maturità – L’Apollo di Veio

La parte più elevata del tetto del tempio del tempio dell’area sacra di Portonaccio, nell’antica Veio, era adornata dai più splendidi capolavori dell’arte etrusca: non meno di dodici statue di terracotta che raccontavano il mito di Apolli Pizio, cioè Apollo creatore dell’oracolo di Delfi e portatore all’umanità dell’arte divinatoria.

Il ritrovamento dell’Apollo, il pezzo più completo, risale al 1916. L’opera formava, assieme alle statue di Hermes ed Eracle, un unico gruppo che raffigurava la lotta per catturare la cerva di Cerinea, una delle mitologiche fatiche.

Stilisticamente l’opera, pur risentendo delle influenze dell’arte ellenica, ha un carattere spiccatamente etrusco. Il dio, vestito di una corta tunica con pieghe accentuate, avanza allungando il braccio destro piegato; il sinistro impugnava forse un arco. Il movimento verso la figura di Eracle, che ha preso la cerva, è trattenuto ma esplicito, così come l’enigmatico sorriso del dio.

Altro fatto straordinario è la conservazione parziale dei colori originari, che testimoniano l’elevato abilità dell’artista, la cui identità è sconosciuta: il bianco della veste orlata di nero e il colore bruno della pelle. È stato proposto come autore il nome di Vulca, unico artista etrusco uscito dall’anonimato grazie alle fonti, che sappiamo fu chiamato a Roma dai Tarquini per ornare il tempio di Giove Capitolino.

La statua era pensata per essere vista dal basso e da grande distanza, per questo presenta alcune asimmetrie nel busto e nel volto.

Nelle immagini, oltre all’Apollo nella sua attuale sistemazione (il museo di villa Giulia), abbiamo un particolare dell’architrave del tempio e una mappa del sito archeologico di Veio e del santuario.


Finale – I sarcofagi delle donne Seianti

Con il III secolo a.C. l’Etruria assiste, in diverse fasi, alla completa perdita dell’indipendenza per mano di Roma, evento che comporta, in alcuni casi, rivolgimenti sociali. Artisticamente, assistiamo alle ultime espressioni dell’aristocrazia locale, classe una volta dominante e ormai inserita nel più ampio contesto romano.

Dalla necropoli della Banditaccia di Chiusi provengono questi due interessantimi sarcofagi in terracotta, risalenti alla metà del II secolo e rappresentanti – probabilmente – due sorelle di nobile famiglia, l’uno conservato al British Museum di Londra (Thanunia Seianti), l’altro al Museo Archeologico Nazionale di Firenze (Larthia Seianti). La colorazione è parzialmente giunta sino a noi, soprattuto l’ocra dei capelli e il chiaro della pelle.

Le due opere sono ancora pienamente etrusche in molti aspetti. La cura per il dettaglio, come si può vedere dai drappeggi delle vesti ai numerosi gioielli esibiti dalle due donne, dai particolari del cuscino a quelli dell’acconciatura, e al disinteresse per l’aspetto organico-compositivo (le gambe delle due donne sono più lunghe del naturale). La cornice decorativa del lettino da banchetti, su cui sono sdraiate le due donne, è già ellenistica.

Entrambe sono raffigurate nell’atto di scostare il velo dal volto e porgere con la sinistra uno specchio, aperto nel caso di Thanunia e chiuso in quella Larthia.

Personalmente, ho trovato molto poetico il gesto raffigurato, soprattutto considerando l’età tarda della civiltà etrusca: Larthia sembra guardarci leggermente stupita, mentre la sorella Thanunia si rimira con aria compiaciuta nello specchio. È una sorta di “ultimo invito” della civiltà etrusca, che fu grande per molti secoli, ad essere ammirata, prima dell’assorbimento romano, popolo che deve moltissimi ai predecessori etruschi.


L’età imperiale – Il trono di Claudio

In epoca imperiale l’antica lingua etrusca non era più parlata, ormai soppiantata dal latino. Sicuramente essa, assieme a molti altri aspetti di questa civiltà, fu conservata in ambito religioso, perché sappiamo che gli aruspici etruschi, la cui fama era rinomata in tutto il mondo, furono ancora attivi a lungo, anche oltre l’evo antico. Sempre da Torelli:

L’amalgama economico e sociale si completa con un altrettanto efficace amalgama ideologico, cementato all’insegna della restaurazione antiquaria favorita da Augusto, nella quale le tradizioni locali italiche, e quelle etrusche in particolare, trovano una collocazione privilegiata.

Ai Musei Vaticani è conservato questo interessante reperto (una copia in gesso è disponibile al museo di Vetulonia), ritrovato nell’ambito di scavi a Cerveteri. La lastra marmorea fungeva da base ad una statua dell’imperatore Claudio che, è noto, ebbe una moglie di origine etrusca, fu grande studioso di questa civiltà tanto da scrivere, in lingua greca, i venti libri dei Tyrrhenika, poi andati perduti.

Le figure sono personificazioni delle città della Lega, in particolare Vetulonia, Vulci e Tarquinia. La prima è raffigurata con un uomo che tiene un ramo sulla spalla, per ribadire la vocazione marittima della città, la seconda è una donna a capo velato che regge nella mano un qualche oggetto, la terza è un uomo togato.

Nelle sottostanti immagini (le prime due tratte da un articolo di Paolo Liverani) abbiamo: la ricostruzione della base del monumento; la probabile disposizione dei popoli sullo stesso; la Statua colossale di Claudio conservata ai Musei Vaticani e che, forse, era la stessa collocata sopra il monumento.

L’interesse dell’opera è duplice. Da un lato, artisticamente, vediamo la scomparsa di ogni elemento etrusco: la lastra non è dissimile dalle molte presenti in altre parti dell’impero (tale standardizzazione senza dubbio, acuita dal fatto che fosse un’opera ufficiale e non privata). Storicamente, con l’inclusione di altri tre popoli nei dodici tradizionali dell’Etruria, e l’appropriazione del ricordo della Lega nell’ideologia imperiale, assistiamo alla totale integrazione dell’antica Etruria nell’ordinamente romano.

L’Etruria, insomma, non era più qualcosa di vivo e attuale, ma era già storia.


Gli archivi Alinari – Reperti etruschi nelle prime fotografie dell’800.

Per concludere, una chicca offertami a suo tempo dal fedele follower Marco Zaccone: una serie di foto che testimoniano la riscoperta della civiltà etrusca, dopo secoli di oblio, a metà dell’800, quando nacque la fotografia. Le foto sono tratte dall’archivio della famiglia Alinari, che furono tra i primi ad operare nel campo della fotografia archeologica e a fini culturali. Nell’ordine abbiamo:

  1. Museo archeologico di Firenze (si intravede Larthia Seianti).
  2. Museo gregoriano etrusco (Città del Vaticano).
  3. Museo etrusco di Tarquinia.
  4. Museo archeologico Firenze, Sala dei Buccheri.
  5. Necropoli del crocifisso del tufo ad Orvieto.
  6. Tomba Regolini Galassi (struttura ad ogiva).

Torelli M., Storia degli Etruschi, Laterza, 2005.
Camporeale G., Gli Etruschi, Utet Università, 2015.
AA.VV., La storia dell’arte vol. 1, Mondadori Electa, 2006.
AA. VV., Storia di Roma 1 – Roma in Italia, Einaudi, 1988.

Tomba Regolini Galassi (Musei Vaticani)
Apollo di Veio (Museo di Villa Giulia)
Sarcofago di Larthia Seianti (Museo Archeologico Nazionale di Firenze)
Il trono di Claudio
Archivio Alinari (sito)

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