[IL CREPUSCOLO DI COMMODO] Romani contro Barbari. La battaglia del “miracolo della pioggia”

Cari lettori e care lettrici, eccoci ad un nuovo appuntamento sulla Storia dietro la storia del mio nuovo romanzo Il crepuscolo di Commodo – Il romanzo degli ultimi pretoriani. Nei prossimi giorni seguiranno altri approfonditi articoli sulla storia di Roma nel II secolo d.C.

Romanzo in uscita il prossimo 19 ottobre, ma già disponibile scontato per la prenotazione ebook.

Il crepuscolo di Commodo – PRENOTA (link Amazon)

Roma, 192 d.C. Il giovane Gaio Marzio Modesto, figlio di un valoroso veterano che al tempo di Marco Aurelio ha combattuto nelle guerre marcomanne al servizio di Pertinace, si arruola nella guardia pretoriana, dove già milita il tribuno Fausto, amico e commilitone del padre.
Gaio presta così, con entusiasmo ed ingenuità, giuramento all’imperatore Commodo.
Ma Roma è immersa in un periodo turbolento. I pretoriani, dimentichi di ogni disciplina, non più tenuti a freno dalla severità dei capi, spadroneggiano sulla popolazione inerme. Il figlio di Marco Aurelio ha rinnegato il proprio nome e assunto le sembianze del semidio Ercole, le cui imprese cerca di emulare scendendo nell’arena come cacciatore e gladiatore.
Commodo, oramai schiavo dei vizi e circondatosi di essere dissoluti, lascia le redini del governo alla sua concubina, la sensibile e filo-cristiana Marcia, al prefetto del pretorio Leto e al cubicolario Ecletto. Quest’ultimi, spaventati dalla folle imprevedibilità dell’imperatore, decidono di cercare un candidato all’impero…


Il ritorno dei barbari!

Le guerre marcomanniche dei regno di Lucio Vero, Marco Aurelio e Commodo (168-182) furono una serie di devastanti conflitti che videro l’impero impegnato in guerre prima difensive e poi offensive per respingere diverse popolazioni e confederazioni di tribù – Longobardi, Marcomanni, Iazigi, Quadi, Cotini, Longobardi – alla frontiera dell’alto e medio Danubio, cioè nelle province di Rezia, Norico, Pannonia, Dacia.

Vari fattori resero tale guerra memorabile e sconvolgente per i Romani dell’epoca. Anzitutto, ciò che l’aveva preceduta: la tremenda epidemia detta peste antonina aveva posto bruscamente fine al periodo pacifico e prospero dei regni di Adriano e Antonino Pio. Le campagne, le città e gli esercito ne furono indeboliti. In secondo, la sua eccezionalità: da secoli, nessun popolo barbaro era riuscito a penetrare in Italia. Anche la minaccia dei Daci di Decebalo, che avevano dato un secolo prima filo da torcere a Domiziano, non aveva mai potuto osare tanto; inoltre, a Domiziano era succeduto pochi anni dopo Traiano, che aveva ristabilito l’autorità romana.

Insomma, era dal tempo dei Cimbri e Teutoni, tre secoli prima, che nessuno straniero entrava in Italia. I Marcomanni e gli altri popolo fecero di più: penetrarono in Italia, saccheggiarono numerose città e assediarono Aquileia; altri invasori si diressero in Grecia e minacciarono Atene.

In definitiva, le invasioni del regno di Marco Aurelio furono il primo assaggio di ciò che attendeva l’impero nel secolo seguente.

L’invasione barbarica degli anni 168-170

Da un punto di vista storiografico siamo sfortunati. Su tali guerre abbiamo un’unica fonte primaria, Cassio Dione, e nemmeno in originale, bensì sotto forma di riassunti redatti secoli dopo dagli storici bizantini medievali, come Giovanni Xifilino (circostanza importantissima nel nostro caso). Le altre fonti o sono ancor più frammentarie o sono parzialmente inaffidabili (come la Historia Augusta); oppure, possono aiutarci soltanto per ricostruire frammenti degli eventi di quegli anni. Ad esempio, grazie alle numerose testimonianze di sacrifici di ringraziamento ed epigrafi dedicatorie, noi sappiamo con certezza che a Carnuntumm, capitale della Pannonia Superiore e quartier generale dell’imperatore, l’11 giugno del 171 accadde qualcosa di straordinario, tale da essere celebrato per oltre un secolo a venire; tuttavia, non sappiamo esattamente cosa accadde: se la sconfitta dei barbari, un semplice pronunciamento di voto pubblico o chissà cos’altro (ma sicuramente connesso alla guerra).

Le date che leggerete di seguito sono per lo più ipotetiche, così come molti altri aspetti. La mia fonte principale è la dettagliata biografia di Marco Aurelio scritta da Anthony Birley, oltre ad altri articoli che compaiono nella bibliografia.

I Romani varcano il Danubio

Il mio romanzo si apre in media res con l’esercito romano impegnato oltre il Danubio, nell’allora Germania Magna. Dopo l’invasione e le sconfitte dei precedenti anni, finalmente, nel 172 (circa) Marco Aurelio è pronto per portare la guerra in territorio nemico. La riorganizzazione dell’esercito è stata molto faticosa: i vuoti dell’epidemia hanno richiesto l’arruolamento di nuove legioni e altre misure straordinarie, come la vendita all’asta dei beni imperiali.

L’intenzione dell’imperatore è penetrare nelle terre dei Cotini per punire questa popolazione, di origine celtica e già cliente di Roma, del tradimento effettuato al momento dell’invasione. I Cotini, nella loro scellerata sicurezza, hanno persino maltrattato un ambasciatore dell’imperatore.

Scena X e XI della colonna di Marco Aurelio

Non abbiamo un resoconto della campagna, ma soltanto due “episodi”, datati probabilmente a quest’anno. Il primo è il Miracolo del fulmine, testimoniato letterariamente dalle fonti e visivamente dalla Colonn. Marco Aurelio, dopo aver fatto una preghiera, evoca un fulmine che distrugge una macchina d’assedio dei barbari, che sono gettati nello scompiglio.

La campagna, apertasi con un primo miracolo, continua nel segno del soprannaturale (che per i Romani era assolutamente coerente con la visione del mondo ch’essi avevano). Il secondo e più famoso episodio, il Miracolo della pioggia, è così raccontato da Cassio Dione (Storia Romana, libro 71, 8):

Ma scoppiò una grande guerra anche contro quelli che venivano chiamati Quadi, e fu ottenuta una vittoria insperata, giunta quasi per divino favore. Infatti, fu una divinità a salvare in modo del tutto straordinario i Romani che versavano nel pericolo durante la battaglia. Dopo che i Quadi li avevano circondati in luoghi a loro favorevoli, e poiché i Romani, stretti iranghi, combattevano coraggiosamente, i barbari interruppero la battaglia, aspettandosi di prenderli facilmente a causa del caldo e della sete; inoltre, dato che erano in numero nettamente superiore, chiusero, fortificandoli, tutti i luoghi intorno in modo tale che non potessero approvvigionarsi d’ acqua. Mentre i Romani si trovavano in gran difficoltà a causa della fatica, delle ferite, del sole e della sete, senza potere, per queste ragioni, né combattere né ritirarsi altrove, disidratati com’erano, n nei luoghi e nella posizione in cui si trovavano, improvvisamente si condensarono molte nuvole e, non senza un intervento divino, cadde moltissima pioggia. Si narra, infatti, che un certo Arnufi, un mago egizio che era al seguito di Marco, avesse invocato con delle arti magiche diverse divinità, in particolare Mercurio etereo, e che grazie ad esse avesse attirato la pioggia.

Le controffensive romane negli anni 170-175.

Come se non bastasse, alla riga successiva, Xifilino (le parole appena lette, ricordo, sono il suo riassunto dell’originale di Dione) buca la quarta parete e si rivolge direttamente a noi, i lettori.

Questo narra Dione su tali avvenimenti; ma sembra che si sbagli, volontariamente o involontariamente. Io credo però volontariamente. E come potrebbe essere altrimenti? Non ignorava infatti l’ esistenza di una legione chiamata Fulminata (che ricorda lui stesso nelle lista delle altre), nome che non le fu attribuito per una ragione diversa (non se ne cita nessun’altra infatti) se non per ciò che accadde in questa guerra. Fu questa la causa della salvezza dei Romani, e del disastro dei barbari, e non Arnufi il mago: Marco infatti non è noto per aver apprezzato la compagnia e gli incantamenti dei maghi. Quel che voglio dire è questo. Esisteva un corpo d’armata di Marco (che i Romani chiamano legione) composto di soldati della Melitene, tutti Cristiani. Si dice che nel corso di quella battaglia il prefetto del pretorio, recatosi da Marco, preoccupato per la situazione, che metteva in pericolo l’intero esercito, gli abbia detto che non vi era nulla che quelli che venivano chiamati Cristiani non potessero ottenere con le loro preghiere, e che tra loro vi era un’intera legione composta di questi. Rallegrato da tale informazione, Marco gli chiese di pregare il loro dio, che colpì i nemici con il fulmine e aiutò i Romani con la pioggia; profondamente colpito da ciò, Marco onorò i Cristiani con un editto e diede il nome di Fulminata alla legione. Si dice anche che esista una lettera di Marco su questo argomento. Ma anche i pagani sanno che questa legione si chiama Fulminata, e lo testimoniano essi stessi, ma non indicano la causa per la quale fu così denominata. Dione aggiunge che quando la pioggia cominciò a cadere, subito tutti rivolsero il volto in alto e la ricevettero in bocca; poi alcuni alzando gli scudi, altri gli elmi bevvero avidamente e diedero da bere ai cavalli; e che, attaccati dai barbari, bevevano e combattevano allo stesso tempo. Alcuni, feriti, bevevano insieme l’acqua e il sangue che colava nei loro elmi. E avrebbero potuto correre un grave pericolo in seguito all’attacco nemico, poiché la maggior parte di loro era occupata a bere, se una grandine violenta e non pochi fulmini non avessero colpito i nemici. Si poteva vedere l’acqua cadere dal cielo insieme al fuoco, e così gli uni si rinfrescavano e bevevano, gli altri bruciavano e morivano. Il fuoco non toccava i Romani o, se li raggiungeva, si spegneva subito; la pioggia invece non rinfrescava i barbari, ma rinfocolava come olio la fiamma che li colpiva e, benché bagnati, cercavano ancora acqua. Gli uni si ferivano da soli, come per spegnere la fiamma con il sangue, gli altri correvano verso i Romani, che soli sembravano profittare di un’acqua salvatrice: al punto che lo stesso Marco ebbe pietà di loro. Egli venne allora proclamato dai soldati imperator per la settima volta. Benché non fosse solito accettare questo titolo prima che il senato glielo avesse concesso, tuttavia in questo caso lo approvò, poiché inviato dal dio, e scrisse al senato a questo proposito. Quanto a Faustina, fu proclamata Mater castrorum (Madre degli accampamenti).

È uno degli episodi più controversi della storia romana per un motivo (oltre alla scarsità e frammentarietà delle fonti): sin dagli anni immediatamente successivi alla battaglia nacquero sulla stessa diverse tradizioni storiografiche tra loro antitetiche. Sia chiaro: non è in dubbio l’evento in sé, che anzi è certo; ciò che ci affascina è lo stratificarsi di interpretazioni e leggende su di esso. Elenchiamole:

  • Cassio Dione parla dello stregone egiziano Arnufi che avrebbe evocato diverse divinità.
  • Le monete imperiali ringraziano Mercurio.
  • Apolegeti e storici cristiani, nello smentire l’intervento di Giove, parlano esplicitamente delle preghiere dei soldati delle legioni orientali.
  • La colonna di Marco Aurelio raffigura una divinità “sconosciuta”.

A conferma della “confusione” che avvolge questo evento, abbiamo la testimonianza archeologica della colonna di Marco Aurelio, commissionata dopo la vittoria ma completata da Commodo. La scena XVI, dove è raffigurato l’episodio, vede per protagonista una misteriosissima divinità barbuta che, in cielo, allarga le braccia sull’esercito e fa sgorgare fiumi d’acqua ristoratrici sulle truppe; la presenza di ali, visibili dietro le braccia “pluvie”, impedisce di identificare tale divinità con Giove.

Il Miracolo della pioggia. Sulla destra la massa dei barbari “travolta” dalla bufera.

In sostanza, è probabile che sulla Colonna sia stata rappresentata una divinità “anonima”, in modo che ogni soldato potesse associarvi la propria divinità.

Nel rilievo della Colonna è assente Marco Aurelio, presente invece nel pannello precedente e testimone diretto del Miracolo del fulmine. Una fonte cristiana, giudicata affidabile da molti storici moderni (come ad esempio Birley, si veda pag. 173 della biografia su Marco Aurelio) perché ricca di dettagli verosimili, ci dice che al comando delle truppe, quel giorno, vi era Pertinace; cioè che l’esercito coinvolto nel Miracolo della pioggia non fosse il corpo principale comandato dall’imperatore ma un distaccamento guidato da Pertinace, che a quel tempo era legato della legione II Adiutrix.

Proprio questa è la scelta che ho fatto per il mio romanzo.

In definitiva, ecco la mia opinione: l’esercito fu salvato in modo totalmente inaspettato da un evento atmosferico eccezionale, che poi fu interpretato da ognuno secondo la propria sensibilità (pagana, cristiana eccetera).

Questo è lo scenario d’apertura in cui si muovono i protagonisti del mio nuovo romanzo Il crepuscolo di Commodo. Il romanzo degli ultimi pretoriani: assetati, circondati dai barbari, portati all’estremo di ciò che un uomo può sopportare.

Il primo capitolo del mio nuovo romanzo!

Buona lettura!


Bibliografia

Aitken-Burt Laura, Rain from God(s)? How can the reliefs depicting the ‘Rain Miracle’ from the Column of Marcus Aurelius in Rome illuminate the conflicting Christian and pagan textual accounts of this event?, Rosetta Journal 18,  pag.16-47, 2016.

Birley Anthony R., Marcus Aurelius: A biography, Routledge, 1993.

Fowden Garth, Pagan Versions of the Rain Miracle of A.D. 172, Historia: Zeitschrift für Alte Geschichte, Bd. 36, H. 1 (1st Qtr., 1987), pp. 83-95.

Israelowich Ido, The rain miracle of Marcus Aurelius: (re-)construction of consensus, Greece & Rome, Vol. 55, No. 1, Apr., 2008, pag. 83-102.

Kovács Peter, Marcus Aurelius’ rain miracle: when and where?, Študi jné zvesti archeologického ústavu SAV 62, 2017, pag. 101-111.


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