Thor Heyerdahl – L’ultimo grande esploratore

Articolo di Carlo Cavazzuti


Il Kon-Tiki e l’attraversamento del Pacifico

In precedenza siete venuti, con le mie parole, assieme a me a Venezia e alla scoperta del Polo Nord. Oggi vorrei raccontarvi di un uomo che è stato per molti versi l’ultimo grande esploratore. La prima volta che seppi di lui me ne parlò mio padre che ero ancora un bambino alle scuole elementari, poi ebbi modo di incontrarlo, poco prima della sua morte, a una conferenza che tenne nella nostra Genova; lui stimato accademico ottantasettenne, io giovane studente di biologia.

Vorrei portarvi nell’Oceano Pacifico, e oltre, sulle sue rotte. 
Questo signore si chiamava Thor Heyerdahl.     

Forse, per alcuni, non sarà un nome nuovo e non racconterò nessuna novità in merito, ma egli ha avuto un peso davvero importante sugli studi archeologici e antropologici moderni.      
Purtroppo per lui alcune delle sue teorie sono state sfatate dalla tecnologia moderna dello studio del DNA e tramite studi successivi, ma solo grazie al suo lavoro si è potuto progredire di molto in alcuni ambiti della scienza sociale, nell’archeologia e nella genetica di popolazione.             
Andiamo per ordine. Chi era costui?      

La vita

Thor Heyerdahl nacque a Larvik, in Norvegia, il 6 ottobre 1914 con padre un mastro birraio e con una madre intensamente attratta dalle teorie evoluzionistiche di Darwin, tanto da lavorare per il museo di antropologia.
Fin da bimbo si interessò alla zoologia costruendo un piccolo museo con annesso zoo nella casa natia, facendo pagare gli amici di famiglia per vedere la sua vipera in cattività.

La strada verso l’università di zoologia e geografia di Oslo era già spianata allora. Si laureò come biologo e all’università di Oslo si specializzò in antropologia delle isole del Pacifico. Decise bene di passare il suo viaggio di nozze, mascherato da spedizione scientifica di ben un anno dal 1937 al 1938, con la moglie Liv Coucheron-Torp sua collega universitaria, in alcune isole della Polinesia e in particolare a Fatu Hiva alle Marchesi, attrezzati di una sola pentola e un machete.

Lì, vivendo in condizioni primitive, lo racconta lui stesso nei suoi scritti, conobbe un vecchio indigeno che gli narrò diverse leggende e lo mise al corrente di come fossero nati i loro dei e da dove fossero giunti, dal mare a Est.   
Trovò in queste storie diverse attinenze con le credenze dei popoli del Sud America, in particolare con le tradizioni incaiche e la partenza del dio Kon Tiqui dal Perù, per terre ignote, su delle barche di balsa. Ecco allora che si convinse del fatto che le popolazioni delle isole del Pacifico si fossero originate da degli emigranti fuggitivi sudamericani in epoca precolombiana.

Tornarono a casa solo perché diverse malattie tropicali li ridussero quasi in punto di morte, non tanto perché volesse approfondire i suoi studi. Sono abbastanza convinto, da quel che mi raccontò lui stesso, che se non fosse stato per quelle malattie, sarebbe rimasto laggiù per non tornare affatto.

Arrivò però la guerra e il nostro norvegese, da buon patriota, corse ad arruolarsi nell’esercito alleato. Finì in una scuola di radio sabotaggio in Gran Bretagna e dopo imbarcato sino a Murmansk dove combatté nell’esercito libero del Finnmark sino alla fine del conflitto. Finita la guerra lo ritroviamo a New York a presentare uno studio sulle analogie tra gli indiani americani e le popolazioni del pacifico. Rigettata dal mondo scientifico su due piedi.

Studia, mette insieme dati su dati, foto, compara leggende e tradizioni religiose di qua e di là dall’oceano per trovare analogie, insomma, fa tutto ciò che un bravo antropologo dovrebbe fare per dimostrare una sua teoria. Il mondo accademico però ritenne che l’idea di una popolazione, con conoscenze tecnologiche minime per non dire preistoriche, imbarcazioni a dir poco precarie e nessuna conoscenza del mare a Ovest non potesse affrontare un viaggio del genere con successo. La sua teoria di colonizzazione venne del tutto derisa dai più eminenti scienziati di quel campo. Lui però non si arrese, lasciò la Norvegia e cercò sostenitori in tutto il mondo per poter dimostrare empiricamente la sua teoria.

Una spedizione di esplorazione a bordo di una zattera costruita con le tecniche incaiche, lasciata alla deriva dal Perù, avrebbe dovuto, solo grazie al vento e alle correnti, giungere in Polinesia. Un’impresa non da poco coraggio e degna dei più grandi esploratori. Richiese più di un anno per trovare anche solo i finanziamenti per la costruzione dell’imbarcazione.

Scovò, nel mentre, alcuni uomini ben interessati e abbastanza folli da seguirlo: Erik Hesselberg un artista che fu cartografo e navigatore della spedizione, Bengt Danielsson, sociologo delle migrazioni, che fu cambusiere e interprete, Knut Magne Haugland un ex partigiano specializzato in comunicazioni radio e appunto primo marconista, Torstein Raaby, un ex agente dietro le linee tedesche anche lui esperto in telecomunicazioni, e ulteriore marconista, e Herman Watzinger, ingegnere, che si occupò dei dati meteorologici e idrografici.

C’era anche un pappagallo a bordo, ma oserei dire che il suo apporto alla scoperta scientifica sia stato alquanto marginale. Andarono in Perù, vennero paracadutati sul luogo di coltivazione della balsa perché potessero scegliersi i legni migliori, visto che arrivarci via terra era quasi impossibile; l’esercito degli Stati Uniti fornì loro le razioni di emergenza, le radio e nuovi strumenti di navigazione da testare a patto di avere comunicazioni costanti e un riscontro sulla dieta seguita e le rilevazioni meteo-marine.          
Organizzarono viveri, acqua e scorte intanto che la costruzione della zattera di tronchi balsa, corde vegetali e fusti di mangrovia veniva costruita in un porto nei pressi di Lima, sotto indicazione di Heyerdahl stesso.

Al termine ottennero una zattera paepae non troppo grande, traballante, con un solo albero a vela quadrata e una cabina improvvista in cui dormire stretti uno sull’altro e custodire gli strumenti.              
La Kon Tiki, intitolata proprio a uno di quegli dei comuni alla mitologia polinesiana e peruviana era pronta a prendere il mare.   
La stiparono di tubi di bambù pieni di acqua, viveri e attrezzature e il 28 aprile 1947, dopo essere stati rimorchiati fuori il porto di Callao, la spedizione partì.     

Tempeste, squali, scosse elettriche, sete e fame tennero impegnati i sei esploratori.    
Che dire, 101 giorni dopo erano in Polinesia.     
Il 7 agosto l’equipaggio approdò su un isolotto dell’atollo di Raroia nell’arcipelago delle Tuamotu, dove naufragarono per le condizioni avverse del mare sulla barriera corallina. In 101 giorni la zattera aveva percorso circa 3770 miglia marine (circa 6.890 km), con una velocità media di circa 1,5 nodi (circa 2,78 Km/h) sospinta dal vento e dalle correnti marine.               
Erano tutti sani, salvi, smagriti e imbruttiti. Tranne il pappagallo, quello rimase disperso in mare durante il viaggio. Altro motivo per cui il suo impegno scientifico risulta trascurabile.          

Il diario di bordo di Heyerdahl si tramutò in un libro intitolato “The Kon-Tiki Expedition: By Raft Across the South Seas” (La spedizione del Kon Tiki, in zattera nei mari del Sud). I filmati girati a bordo, le foto, le interviste ai sei membri dell’equipaggio vennero montati in un film diretto dallo stesso Heyerdahl che nel 1957 vinse l’Oscar come miglio documentario.

Già questo basterebbe a consacrare il norvegese tra i più grandi esploratori del mondo, ma lui qui non si fermò.

Nel 1952 iniziò una ricerca archeologica sulle Galapagos, la prima al mondo a studiare quelle isole da quel puto di vista, che portò alla conferma del fatto che esse furono usate dalle popolazioni precolombiane come base d’appoggio nei loro viaggi nel Pacifico.

Nel 1955 si stabilì a Rapa Nui, sull’Isola di Pasqua, per un anno intero, e lì fu di nuovo il primo a studiare la popolazione Maori nelle sue tradizioni religiose e a studiare le tecniche di produzione dei Moai, le grandi statue che costellano l’isola; studiò la stratigrafia della stessa dando diversi spunti di studio per le missioni di ricerca successive.

Nel 1969 e nel 1970 con le zattere di papiro Ra e Ra II, partendo dal Marocco e giungendo all’isola di Barbados, dimostrò la fattibilità tecnica, già nell’antichità egizia, di viaggi dal vecchio verso il nuovo mondo, suggerendo che la somiglianza culturale tra i popoli precolombiani e le popolazioni assiro-babilonesi, potrebbe non essere dovuta al caso.       
Nel 1977, con una nave di giunchi percorse 6800 km, discendendo il fiume Tigri fino al Golfo Persico, poi nell’Oceano Indiano fino alla valle dell’Indo, in Pakistan, e verso ovest fino al Bab el-Mandeb, l’imboccatura del Mar Rosso. Con questa impresa, dimostrò la possibilità di scambi culturali e commerciali in epoche molto antiche a opera dei popoli mesopotamici, anche se la tecnica di costruzione della sua imbarcazione era mutuata da indigeni del Lago Titicaca, in Sudamerica, e non dalle antiche tecniche sumeriche.

Studiò le Maldive e dimostrò fossero un punto di approdo per i navigatori già 2000 anni prima di Cristo, tornò sull’Isola di Pasqua per altri studi e si spostò nel mondo per dare dimostrazioni sulle analogie delle piramidi sparse ovunque sul globo.

Nel 2002, poco prima della sua morte, era in Russia alla ricerca delle origini di quelle popolazioni di derivazione vichinga.

Insomma, fu un antropologo, biologo, archeologo e esploratore, forse l’ultimo vero esploratore di questo nostro mondo.

Io lo conobbi a Genova, l’anno prima della sua morte, a un convegno in cui parlò in un italiano più che accettabile, aveva una casa in provincia di Savona dove morì giusto l’anno dopo. Era un uomo anziano, ma nonostante tutto di una tempra che ritrovai solo quando ebbi modo di discorrere di una mia conferenza in Francia con la Montalcini, all’ora prossima ai 100 anni. Erano gente di altra pasta!

I suoi libri li potete trovare senza grossi problemi e vi assicuro che sono dei veri e propri capolavori dell’avventura. Lascio alle sue stesse parole spiegarvi le motivazioni delle sue teorie. Io ho potuto fargli qualche domanda alla fine di quella conferenza e rimasi a bocca aperta ascoltandolo, ma vi assicuro, vi basteranno i suoi scritti e i suoi film per restare affascinati, prestateci attenzione.      

A Oslo il Kon-Tiki Museum ospita le sue imbarcazioni, i suoi scritti e le sue foto e tanto altro materiale da tutte le sue spedizioni. Non ho mai avuto la possibilità di visitarlo, ma con quello che so di lui e delle sue imprese non posso fare a meno di desiderarlo e consigliarvelo come meta di viaggio.        

“Confini? Non ne conosco, ma ho sentito dire che esistono nella mente di alcune persone.”

Thor Heyerdahl
Il viaggio del Kon Tiki

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