Esplorando Venezia – Come secoli fa, tra le tombe…

di Carlo Cavazzuti

Il novanta per cento dei turisti a Venezia è diretta a San Marco, Rialto, i Piombi o alle isole della laguna. Pochi si danno la pena di aggirarsi per le calli ed i campi per osservare la Venezia viva per i veneziani. Spostandosi anche di poco dai tragitti indicati con le grandi frecce gialle sui muri delle case, si possono vedere davvero degli scorci unici. Molti però non si soffermano nemmeno sui monumenti davanti a cui passano per la loro meta da V.I.P. pensando solo al gelato da prendere al Florian o alla foto del Canal Grande dal ponte di Rialto. Pochi si sono dati la pena di visitare la chiesa di San Simeone e Giuda, anche conosciuta come San Simeon Piccolo nel sestiere di Santa Croce.

La storia

Se si arriva in stazione, non appena si è usciti, dall’altra parte del Canal Grande vedrete una chiesa, nemmeno tanto piccola, con una bella cupola di rame con una lanterna in cima e un pronao con timpano scolpito molto appariscente. È quella. Visitandola riceverete una piacevolissima sorpresa.

Secondo i documenti d’archivio della Serenissima l’allora piccola chiesa sarebbe stata fondata nel IX secolo dalle famiglie Adoldi e Briosi per poi diventare parrocchia all’inizio del XI secolo, periodo in cui venne definita una prima strutturazione amministrativa della città. La data di consacrazione è però certa: 21 giugno 1271. Si sa poco di come fosse originariamente, ma si suppone avesse una pianta basilicale (con tre navate) e costruita parallelamente al Canal Grande.

Fu una filiale della cattedrale di San Pietro e venne più volte ristrutturata e ricostruita sino alla prima metà del 1700, in cui prenderà la forma che vediamo oggi, decisamente imponente nonostante il nome di “Piccolo”. La struttura primeva iniziò a dare segni di cedimento nel XVI secolo, tanto da portare alla decisione di riedificarla completamente.

Nel 1718, su iniziativa del parroco Giambattista Molin detto “Manera”, la ricostruzione di San Simeon Piccolo venne affidata all’architetto Giovanni Scalfarotto, come ricorda anche una scritta sul pronao. Su questo ci sono dei dubbi perché Scalfarotto, all’ora quasi cinquantenne, non fu un grande architetto e venne ricordato per lo più per piccole opere di restauro che per vere e proprie costruzioni, ma questo è quello che ci è dato sapere. All’evidenza la parrocchia era povera o i costi per la ricostruzione risultarono davvero gravosi tanto che per procurare i fondi necessari, il Molin ricorse ad una sorta di lotto con tanto di estrazioni e premi per chi avesse contribuito con delle donazioni.

I lavori si conclusero con la consacrazione avvenuta il 27 aprile 1738, officiata da mons. Gaspare Negri, vescovo di Cittanova (Istria), già sacerdote alunno di questa chiesa.

Oggi la pianta è rotonda, una singolarità che ricorda un poco il Panteon a Roma a cui evidentemente l’architetto si era ispirato, per uno stile neoclassico che ancora doveva arrivare alla ribalta.     
La chiesa è stata collegiata sino all’arrivo di Bonaparte ospitando un piccolo gruppo di religiosi, poi, con l’avvento dell’imperatore sciolto e mai più ricostituito. Per questo la chiesa è stata chiusa al culto per svariati anni, poi, nel 2006, il patriarca Angelo Scola l’ha affidata alla fraternità Sacerdotale di San Pietro concedendole il diritto alla messa secondo Forma extraordinaria Ritus Romani ossia il rito previsto anticamente dal Concilio di Trento.

Quindi, se volete assistere ad una messa in latino come si usava tempo, con il sacerdote che si rivolge direttamente all’Altissimo senza mai girare il viso dall’altare, è il luogo giusto per voi.

Gli interni e la cripta

L’interno non è molto ricco: quattro altari, due per lato con ottime tele di autori minori e un altare maggiore, sicuramente più pomposo e curato, accoglie degli splendidi lavori di intarsio in pietra. Sulla destra tra gli altari e vicino alla porta della sacrestia è posto un bellissimo crocefisso splendidamente restaurato. È qui che potete accedere a un piccolo gioiello.

A un gentilissimo sacrestano potrete pagare la cifra di due euro a testa per visitare la cripta costruita con la seconda edificazione e poi abbandonata nel 1813. Intanto che già si ci avvia verso la piccola e vecchissima scala che portava, da un lato alla sacrestia e al campanile e dall’altro alla cripta, il buon uomo vi fermerà mettendovi in mano una candela accesa dicendovi che è per la cripta.

Alla domanda: “Ma giù non c’è illuminazione?” o “È per l’altare?” mi si disse che una lampada c’era, ma così si sarebbero apprezzati di più i particolari. Lì per lì sfido chiunque a comprende bene a cosa serva visto che a quanto pare l’illuminazione c’è, ma prendetela, fate un dovuto atto di fede in una chiesa, e avviatevi giù per le piccole scale.   
Dopo la prima rampa la luce esterna è già scemata quasi totalmente, l’aria si fa più densa e fredda con un sentore di sale, alghe e umidità. Alla fine della seconda rampa il pavimento diventa viscido, in pietra sconnessa dagli anni di calpestio e di acqua alta; la luce della candela diventa indispensabile per non inciampare negli ultimi gradini e anche solo per vedere a un palmo dal naso.  
I muri, incrostati di salsedine e muffe, lasciano trasparire le linee di vecchi affreschi policromi e in fondo al corridoio, a una distanza che non si riesce a valutare, un altare di pietra, con una linteamina altaris nera crociata in bianco poggiata sopra, illuminato da una minuscola lampadina a incandescenza che pende da un filo fatto correre sul soffitto.

La famosa lampada, che a stento illumina l’altare. Da esso tre braccia, completamente buie, si diramano dietro e ai due lati.
Con quella sola candela in mano a farvi luce per i transetti e nelle cripte, come un rinato Howard Carter o un Giovanni Battista Belzoni, avviatevi alla scoperta di una nuova tomba nella valle dei Re.

La candela, indispensabile, mostra scene della via crucis e dell’antico testamento affrescate dal pavimento al soffitto, sicuramente da mani meno esperte di quelle di Michelangelo, ma con un certo gusto. Le tombe per la maggior parte aperte, alcune crollate con legna e suppellettili ancora semisepolti, altre pulite e drammaticamente vuote, con le iscrizioni delle famiglie o i ritratti degli occupanti affrescati a fianco lo spazio per il feretro, nella luce tremula della fiamma, commuovono intanto che si passeggia sulle lapidi sconnesse di parrocchiani vissuti due o tre secoli fa.

Teschi, scheletri, volti della Vergine affrescati intorno a voi appariranno dal nulla non appena vi avvicinerete con la vostra piccola candela e la sua luce traballante. La cripta è a pianta ottagonale, giudicando a vista ben più estesa della chiesa sovrastante, con due lunghi corridoi che s’incrociano sotto l’altare. È molto probabilmente situata sotto il livello del canale antistante ed è purtroppo molto rovinata dal tempo e dalle continue incursioni della laguna, ma vale la pena di visitarla ed entrare nelle cappelle funebri che accoglie, otto delle quali ancora murate ed inesplorate.

Un’esperienza che vi riporterà indietro facendovi sentire come archeologi alle prese con una nuova grande scoperta. Pagateli volentieri quei due euro e se ne avete possibilità lasciate qualcosa di più perché servono per il restauro di quella piccola opera d’arte funebre che avrete sotto i piedi.


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