COMUNI IN GUERRA – Gli eserciti al tempo di Azzo VII Este

di Carlo Cavazzuti

Anteprima della conferenza del 31 agosto 2021 (Giostra del Monaco di Ferrara, info nel link)


Prima di vedere chi erano e come erano armati i soldati dell’Italia comunale del XIII secolo, dobbiamo per forza parlare di chi furono i protagonisti politici di queste lotte che videro, per decenni, famiglie e città intere schierarsi con o contro papi e imperatori.

Iniziamo a conoscere un poco chi era Azzo VII Este.

Azzo VII Este (1205-1264)

Nasce a Ferrara circa nel 1205 (la data è incerta) da Azzo VI e Alisia di Antiochia. La morte improvvisa, nel 1215, del fratellastro Aldobrandino, che allora reggeva le sorti della famiglia, determinò il crollo del potere degli Este nell’Italia settentrionale. Azzo stesso si trovava ancora nelle mani dei banchieri fiorentini a garanzia dei prestiti ottenuti da Aldobrandino per finanziare la campagna militare nella Marca d’Ancona, dovette essere riscattato dalla madre. Sebbene due anni dopo, nel 1217, il papa lo avesse investito del titolo della Marca d’Ancona Azzo era ancora troppo giovane per amministrarla da solo e vi mandò Tiso da Camposampiero come suo luogotenente; ma pochi anni dopo Onorio III riprese il governo diretto della provincia togliendolo dalle mani.

A Ferrara, dove viveva allora Azzo, Salinguerra Torelli e la sua parte dominavano la vita pubblica e, tra il 1221 e il 1222, la discordia fra costoro e l’Este aumentò tanto che il giovane marchese fu costretto a lasciare la città. L’abbandono di Ferrara fu, peraltro, l’inizio di un nuovo periodo di disfatte per gli Este e i loro alleati veronesi, i conti di San Bonifacio.

Nel 1224 Azzo si vendicò con un attacco al castello di Salinguerra, a Fratta, e ne massacrò gli abitanti. L’attacco indusse Salinguerra a cercare una collaborazione più stretta col rivale dell’Este nella Marca, Ezzelino III da Romano.

Azzo poteva contare sull’appoggio del Papa e dell’imperatore Federico II che confermavano i suoi domini, ma nel 1236, anno cruciale della lotta, si verificò il rovesciamento delle alleanze: Ezzelino diventò più apertamente filoimperiale e l’Este si avvicinò di più al pontefice. Ezzelino, ricevuti rinforzi imperiali a Verona, si spostò, insieme con Federico II, a Vicenza, dove Azzo esercitava l’ufficio di podestà. A questo punto l’imperatore Federico, non riuscendo a mitigare i contrasti tra i due con delle contrattazioni di pura politica impose la legge a suo modo: piazzò guarnigioni imperiali nei territori degli Este prendendo in ostaggio Rinaldo e Adelisia, rispettivamente figlio e nuora del nostro Azzo VII.

I tempi erano maturi per grandi lotte, tanto che nel 1239 il buon Azzo si dichiarò ufficialmente antimperiale aderendo alla Lega Lombarda e l’anno successivo, dopo quattro mesi d’assedio con gli alleati Veneziano, Bolognesi e Mantovani, riprese la sua nativa Ferrara da Salinguerra, diventandone podestà a vita.

Ora, con l’appoggio degli alleati e le 3000 lire all’anno che gli versava Ferrara la guerra contro Ezzelino III da Romano e l’imperatore Federico II poteva continuare tra piccoli, conquiste e riconquiste di castelli e terre. Prima la marca trevigiana nel 1242, poi Mantova, poi Parma contro lo stesso imperatore nel 1247 portarono Azzo sempre più in vista nella fazione Guelfa.

Sino alla morte di Federico II.

Ezzelino III da Romano (1194-1259)

Nato a Onara, 25 aprile 1194, appartenente alla famiglia germanica dei Da Romano, detti anche Ezzelini, era il figlio primogenito di Ezzelino II il Monaco ed Adelaide di Mangona, e fratello di Alberico e Cunizza da Romano. Audace, astuto e valoroso, la sua decisione e volontà di dominio sfociarono in atti di spietatezza e crudeltà di fronte ai tanti pericoli che lo circondavano.

Al ritiro del padre in convento nel 1223 ottenne, da una divisione dei beni paterni col fratello Alberico, i territori di Bassano, Marostica e tutti i castelli situati sui colli Euganei.      
Le cronache raccontano che si comportò con una crudeltà forse maggiore rispetto ai livelli dei suoi tempi, anche se non particolarmente credibili sembrano le fonti storiche di parte a lui avversa che non mancarono di descrivere Ezzelino III come un fosco tiranno che traeva personale diletto nell’escogitare torture raffinate quanto crudeli. Fu certamente uomo di parte e delle fazioni si servì principalmente per ingrandire i suoi feudi e rendersi sempre più potente.        
Grazie alle sue abilità politiche e militari, Ezzelino estese il suo dominio su Belluno, Brescia, Padova, Trento, Verona e Vicenza, creando una sorta di signoria. Dal 1225 al 1230 fu podestà e capitano del popolo di Verona.

Tanto fu il suo slancio di conquista che impressionò il già alleato Federico II che per tenerselo buono e fidato, nel 1236, gli concesse una guarnigione per metterlo al sicuro dai moti e dalle minacce popolari che serpeggiavano nei domini soggetti agli Ezzelini e l’anno dopo gli concesse la mano di sua figlia Selvaggia, che gli portava in dote il titolo di vicario imperiale per tutti i paesi tra le Alpi di Trento e il fiume Oglio. Tutta quest’area, del resto, era già di fatto sotto la giurisdizione di Ezzelino.

La prematura scomparsa dell’imperatore Federico II nel 1250 indebolì Ezzelino che divenne politicamente instabile ed ancora più violento nella gestione dei suoi domini, tanto per cui venne accusato di efferatezze ed eresia e scomunicato nel 1254 da papa Alessandro IV.

Il suo dominio, in quel momento non è quello dell’impero, ma, forse, nella mente di Ezzelino, l’idea della corona imperiale passa bene per la testa.

Ecco che adesso sappiamo un poco chi erano i due grandi uomini in campo procediamo vedendo chi avevano al loro seguito. Spesso si pensa al medioevo come un’unica grande era della storia in cui abitudini e usi rimasero invariati. Nella realtà dei mille e più anni di questa era questa convinzione è del tutto errata.

Se si ci pensa un poco a fondo è impossibile che anche solo la moda, per citare una sola caratteristica di un tempo, sia rimasta la medesima dal 500 d.C. al 1500 d.C.; basta guardare solo un affresco o un mosaico di Ravenna confrontandolo con uno al Castello del Buon Consiglio a Trento. Gli usci cambiano, si evolvono e si adattano alla cultura e alle nuove scoperte.

Stessa identica cosa accade per quanto riguarda la vita militare. Il periodo dei Comuni italiani, unico esempio di governo cittadino autonomo in tutto il medioevo, vede una vera e propria rivoluzione anche in questo ambito. In precedenza gli eserciti erano ancora molto poco organizzati: ogni signore pensava un poco a sé e si organizzava l’esercito come meglio credeva e lo radunava per scopi personali o per ordine di un re o imperatore. Non ci sono molte fonti in merito a come fossero reclutate le truppe, come fossero armate e come agissero in battaglia.

Con l’avvento delle istituzioni cittadine e gli statuti comunali regole ben precise vengono dettate e scritte. Come si può immaginare, in una terra in cui il governo mutava nel giro di pochi chilometri queste norme non sono mai del tutto identiche, ma si può, analizzando le fonti con criterio, ottenere un quadro abbastanza preciso di come si reclutasse, da chi fosse composto e come fosse armato un esercito comunale o di una piccola signoria.

Iniziamo appunto a vedere come era composto, quali erano i soldati che scendevano in battaglia nel XII e XIII secolo.

Gli eserciti comunali: “sotto obbligo” e “stipendiati”

Innanzi tutto dobbiamo dividere le truppe in alcuni macrogruppi, il primo divide le schiere in sotto obbligo e stipendiati.

Nella prima branca troviamo tutti i cittadini del comune o della signoria soggetti all’obbligo di corvè ossia il dover prestar servizio, per un massimo di 4 mesi all’anno, come soldati della città. Vediamo nella classe degli obbligati tutti i cittadini maschi, in grado di brandire armi, dai 15 ai 40 anni che potevano vantare un reddito annuo minimo di 70 lire (qui da comune a comune troviamo differenze per l’età di arruolamento e di fascia di reddito minima, ma questa è la media più accurata).

A questi vanno ad aggiungersi anche tutti quei Contadini che hanno le medesime caratteristiche di reddito ed età. Ma attenzione, in questo caso il contadino non è colui che lavora la terra come al giorno d’oggi si intende, ma l’uomo del contado, che vive, magari della rendita delle sue terre date in gestione, e dei suoi commerci, ma non lavora e vive in città bensì nella giurisdizione cittadina fuori dalle sue mura.

Il contadino come noi lo intendiamo ora, al tempo, era denominato Rustico e solitamente era esentato dagli obblighi militari proprio per poter continuare a coltivare la terra e allevare le bestie.

Nella seconda branca troviamo gli stipendiati. Altro non sono che mercenari che a necessità cittadina o del signore vengono arruolati. Non dobbiamo pensare, però, alle compagnie mercenarie o di ventura dell’ultimo medioevo e del rinascimento. In questi secoli il mercenariato poteva anche solo veder assoldare quella decina di uomini in più, ognuno di loro assoldato indipendentemente e senza un capo o un comandante comune.

Altri stipendiati erano i sostituti di coloro che avrebbero dovuto andare a servire. In molte città era concesso, a chi ne avesse possibilità di economica di assumere e armare un uomo che sostituisse l’interessato alla corvè ed inviarlo al posto suo in guerra. Una piccola forma di mercenariato interna alla città o al contado che vedeva i signori bene pagare un rustico o un concittadino per farsi sostituire in guerra.

Questo è anche il periodo di nascita dei Berrovieri, altri stipendiati, di cui parleremo più avanti.

Gli eserciti comunali: combattenti a cavallo

Il secondo macrogruppo divide le truppe in coloro che combattevano a cavallo e coloro che lo facevano a piedi.

Partendo dalle truppe cavallate troviamo un’ulteriore divisione molto importante. La prima spartizione, del tutto nuova per il tempo era in base allo stato sociale del combattente.

Il Caballarius o come verrà chiamato successivamente Cavaliere, è colui che è stato investito con l’accollata e ordinato tale. Nell’Italia comunale questi individue non furono mai così tanti come nel resto dei regni europei dello stesso periodo, ma erano presenti e pari modo preparati alla guerra. Erano guerrieri di professione con un feudo, magari assoggettato alla città o alla signoria, e con questo in grado di provvedere a tutte le attrezzature belliche che necessitavano.

Un cavaliere, secondo statuto doveva provvedere, una volta chiamato ad adunata l’esercito, a presentarsi con due cavalli da guerra coperti di ferro (con alcune parti di armatura, solitamente a maglia e placche per il petto e i quarti posteriori) ed una Lancia.  
Questa non bisogna intenderla come lo strumento bellico, bensì un raggruppamento militare così composto: almeno un Socio (vedremo poi chi fosse), due scudieri e due sergenti, tutti muniti come minimo di una giumenta di non meno di tre anni e non più di otto; cinque fanti, tre arcieri o balestrieri e un araldo o bandieraio. Tutti armati, come vedremo, a sue spese. Se pensate che un cavallo da guerra poteva arrivare a costare 90 lire da solo, senza un feudo era impossibile armare così tanti uomini.

Egli stesso doveva garantire di presentarsi con uno zuppone (giacca imbottita); paciera o corazzina; arnesi da gamba e da braccio in ferro; guanti di ferro; elmo o bacinetto; spada; lancia; scudo in legno e gesso e daga. Non è proprio il cavaliere che le moltitudini immaginano, ma ci si avvicina parecchio.

Il Socio altro non era che un suo uomo di fiducia che potesse guidare la lancia in assenza del cavaliere, poteva essere lo scudiero più anziano, un membro della famiglia o un suo castellano. Anch’egli doveva essere vestito di tutto punto con gli stessi strumenti del cavaliere.     

Per una descrizione dei sergenti e degli scudieri si veda più avanti.          

Arrivando a chi non è ordinato cavaliere, ma in ogni modo combatte a cavallo abbiamo una seconda distinzione per reddito. Il primo, e quindi più ricco, è l’Equites. Secondo molti statuti cittadini egli era del tutto armato come un cavaliere, ma non era obbligato a presentarsi accompagnato dalla Lancia. In questa categoria possiamo identificare i Soci di cui sopra. Reclutati dal cavaliere a sua volta chiamato all’adunata dell’esercito della città.

Per chi avesse un reddito più basso troviamo la categoria dei Miles. Per quanto la parola possa ingannare, non erano militari di professione, ma molto spesso cittadini o uomini del contado con forti entrate annuali e quindi obbligati al servizio di corvè cavalcato. Un esempio abbastanza noto, per quanto a Firenze fossero conosciuti con altro nome, è quello del poeta Dante alla battaglia di Campaldino.

Un Miles, in cui troviamo annoverati i sergenti già nominati sopra, doveva garantire di radunarsi con una giumenta di non meno di tre anni e non più di otto, vestita di ferro; zuppone; usbergo; guanti di ferro; elmo, calotta o bacinetto; lancia; spada; scudo di legno e gesso; daga o coltello per ferire (un pugnale o un coltellaccio).

Se cavalieri e equiti formavano la cavalleria pesante i miles erano quella leggera: adatti alle missioni di avanscoperta, saccheggio e esplorazione.

Un ultimo gruppo, che però non si trova sempre nelle cronache, è composto dai Sagittarii Equites ossia i tiratori a cavallo. I balestrieri a cavallo, spesso preferiti agli arcieri, erano un altro copro scelto che richiedeva una preparazione molto accurata tanto che spesse volte, nelle cronache e negli statuti coloro che fossero soggetti al reddito di equites, potevano scegliere se prestare servizio di lancia o di arcobalista.  
In ogni modo essi dovevano presentarsi armati con un castrone o una giumenta di non meno di tre anni e non più di otto; una balestra con almeno quaranta dardi o un arco con almeno sessanta frecce; un elmetto, cappello di ferro o un cesto (così chiamati gli elmi in cuoio bollito e vimini intrecciato); zuppone e coltello per ferire. 

Una via di mezzo tra il fante e colui che combatte a cavallo è lo Scudiero. Qui le fonti sono ostiche da decifrare in quanto con lo stesso termine si trovano identificati due personaggi ben diversi che spesso gli storici uniscono in una stessa figura.

Lo scudiero che vediamo affiancare il cavaliere è, detto in fretta, un cavaliere in via di formazione, non del tutto preparato alla guerra, ma nemmeno scevro dal mestiere delle armi. Ci sono casi di persona che scelgono di essere scudieri per tutta la vita, di altri che a quaranta anni non sono riusciti ad ottenere un feudo e quindi l’investitura. Essi combattono a cavallo con una tenuta molto simile a quella del cavaliere e del suo socio.

Altra figura denominata Scudiero o Scutifero è il fante che combatte a terra con spada e scudo. In questo caso sappiamo, dagli statuti, che essi erano tenuti a possedere uno zuppone; una panciera o corazzina, arnesi da braccio in ferro; guanti di ferro; elmo, calotta o bacinetto; scudo di legno e gesso; spada e daga. Le cronache no ci permettono di comprendere sempre di quale delle due figure si sta parlando, a volte, con una rapida considerazione si può capire che se nella battaglia combatterono 30 cavalieri è abbastanza impossibile che 120 fossero gli scudieri, ma per la maggior parte delle volte queste due figure non sono nettamente distinguibili.      

Gli eserciti comunali: combattenti a piedi

Torniamo adesso con i piedi per terra tra i fanti comunali. Anche qui il reddito annuo divideva la popolazione in truppe con caratteristiche diverse per armamento offensivo e difensivo.

I cittadini o contadini con un reddito non troppo basso, ma nemmeno in grado di equipaggiarsi a cavallo venivano inquadrati come Arcobalestrerii. Si potevano in ogni modo annoverare tra i cittadini più ricchi se pensate che nel 1272 Pavia esenta Borgodale da qualsiasi gravame a patto che consegnino annualmente alla città due balestre complete e funzionanti del costo di 10 lire ciascuna. Ai tempi il villaggio comprendeva una trentina di case quindi è ben facile trarre un paragone sulla rarità dell’oggetto e sul suo costo, se le tasse annuali dell’intero borgo furono bilanciate da due balestre.

Un balestriere doveva garantire di presenziare con uno zuppone; un cappello di ferro; un collare di ferro; una balestra con quaranta dardi; guanti di ferro e un coltello per ferire.

Subito dopo, per ricchezza troviamo i Pedites ossia i fanti più comuni. Essi erano la grande massa degli eserciti di quel periodo e da città a città il loro armamento mutava in base alle caratteristiche ambientali: un fante modenese era assai diverso da uno veneziano, per dire.

Traendo spunto da quanti più codici è possibile, si può tracciare l’armamento di un fante medio nell’Italia comunale. Esso era chiamato alla corvè con uno zuppone; elmetto, cappello di ferro o cesto; lancia lunga (da intendersi tra i 2 e i 5 metri a seconda della città; Venezia chiedeva i 5 metri per poter operare da un ponte all’altro delle loro navi, ma la misura più comune era sui 2,5 metri), guanti o mezzi guanti di ferro, scudo di legno e gesso o di canestro (anche qui si vede l’utilizzo del vimini intrecciato) e un coltello per ferire.

Nello stesso stato di reddito potevamo trovare gli Arcierii, solitamente reclutati nel contado e non propriamente tra le mura. Essi, secondo gli statuti cittadini, dovevano provvedere per la guerra ad uno zuppone; un arco con sessanta frecce; elmetto, cappello di ferro o cesto e un coltello per ferire. Per quanto non si necessitassero di un reddito elevato per procurarsi l’attrezzatura necessaria a scendere in battaglia gli arcieri, come i balestrieri erano un corpo scelto e temibile per la loro preparazione e pericolosità sulla lunga distanza. Ancora non è il tempo secondo cui un esercito non è tale senza cavalieri, l’epoca dei comuni vede come gran massa delle truppe i fanti e gli arcieri con manipoli di varie dimensioni di combattenti a cavallo. 

Ultimi, sia per la scarsa presenza che per reddito, erano i Frombolierii. Essi erano per lo più uomini del contano o braccianti cittadini che a mala pena riuscivano a rientrare nelle categorie di reddito della corvè ed erano armati del solo zuppone e della frombola. Per quanto sottovalutati e poco efficaci contro le armature che via via iniziano a diventare sempre più coprenti, un gruppo di questi guerrieri poteva essere molto incisivo contro uno schieramento di truppe appiedate in quanto potevano, come gli arcieri e i balestrieri, colpire dalla lunga distanza e a differenza di questi, raramente rimanevano a corto di munizioni utilizzando i sassi tolti dal terreno.

Tutti questi cittadini erano tenuti a procurarsi bestie, armi e armature a spese proprie, mantenerle in uno stato adeguato e pronte all’uso alla chiamata del gonfaloniere.

Chi si fosse presentato con parti mancanti del corredo o anche solo in cattivo stato era passibile di multe salate sino anche alla reclusione. Chi all’ultimo si trovava mancante di un’arma o parti di armatura, e ne aveva modo, poteva, dopo aver pagato la multa prevista, noleggiarli dall’armeria della città. Se non ne aveva finanze la scelta era spesso tra la reclusione o una maggiore tassazione annua.

Un caso particolare di cittadini comunali sono gli Escusatii, gli scusati. Alcune persone, per meriti di famiglia o per il loro lavoro indispensabile, erano scusati dal prestare corvè: castellani, gabellieri e guardie cittadine erano esentati dal servizio in ogni occasione in cui non si riunisse l’intero esercito cittadino, ed erano casi rari. Altri erano riusciti a ottenere la scusa grazie alle grandi finanze che fornivano più o meno volontariamente alle casse cittadine ed era loro diritto scegliere se schierarsi in battaglia e come, altri ancora per diritti acquisiti si scansavano la battaglia in ogni situazione.

Erano pochi quelli che vantavano questi privilegi e molti, anche se scusati, in alcune occasioni di estremo pericolo ricorsero comunque alle armi per difendere le proprie proprietà in città o nel contado.

I Berrovieri

Una categoria a parte che componeva gli eserciti al tempo dei comuni, meritevole di uno spazio di spiegazione, era composta di tutti questi guerrieri (tranne i cavalieri propriamente detti) messi assieme: i Berrovieri.

Sin dal XI secolo, per poi spingersi fino al XV, si vede apparire sulle fonti letterarie termini come berrorieri, berroerii, berobieri, beroeri, berovieri, berroerius, e tanti altri in grafie simili, per indicare una certa vastità di individui.

Costoro sono mercenari, ma di un tipo particolare. Se si pensa a un mercenario si ci immagina un uomo che ha dedicato la sua vita alle armi e alla guerra, il berroviere non era affatto così. Analizzando le fonti possiamo dare un buon ritratto di uno di loro. Innanzi tutto è spesso lombardo o longobardo ossia proveniente dal Regno di Lombardia o dalla Longobardia Minor composta dal sud Italia normanno.

Spesso troviamo citati berrovieri assunti a Milano, Modena, Reggio Emilia, Parma, Brescia, Mantova e Cremona; altri li vediamo assunti dalla “Isola grande delle Sicilie” o più vagamente dalla Longobardia Minor. Particolarmente apprezzati come lancieri e arcieri erano quelli provenienti dal Frignano modenese che si distinsero in questo mestiere sino ad oltre il 1300.

Sappiamo che era un maschio tra i venti e i cinquant’anni, solitamente proveniente da una famiglia non così povera come si tende a pensare. Probabilmente la sua estrazione è borghese, è figlio di artigiani o mercanti cittadini, ma cosa ancor più particolare è che anch’egli ha un mestiere.   
Ebbene sì, un berroviere è un mercenario di secondo lavoro.

Spesso appare chiaro che questi uomini avessero un lavoro principale, probabilmente lo stesso del padre o del nonno, impiegati entro le mura cittadine con lavori di artigianato, compravendita mercantile o anche lavori di basso notariato. Molti sono panettieri, fabbri, bottai, falegnami, mobilieri, alcuni sono mercanti, appare un notaio e un avvocato tra i berrovieri.          
Si addestrano nella loro città, sono tenuti alla corvè e quindi a presenziare sotto le caratteristiche del loro reddito, ma sono anche persone che decidono di vendere la loro abilità bellica a città e nobili vicini che pagano con denaro sonante un servizio analogo a quello che essi devono tenere gratuitamente per la propria città.

Nei quattro mesi di corvè un cittadino poteva conteggiare perdite economiche non indifferenti e alcuni di loro decidevano di rimpinguare le proprie casse con il mercenariato. Non in tutte le città era concesso ai propri cittadini di prestare servizio come berrovieri e in molte vi era un limite di arruolamento, sia in numero che verso il committente che doveva essere forzatamente un alleato.

Ognuno era arruolato a titolo personale e pagato singolarmente da un incaricato di altra città, cosa che con le successive compagnie di ventura e di condotta non accadrà più, in base al proprio armamento, in media un balestriere percepiva circa 3 lire al mese, un pedites veniva pagato 2 lire e 5 soldi al mese, un uomo a cavallo armato a miles 7 lire al mese, se armato a equites arrivava alle 11 lire al mese.

I contratti solitamente non duravano a lungo, quattro mesi di norma, e venivano rinnovati ognuno singolarmente.

A differenza del servizio di corvè in cui non vi erano assicurazioni, ma solo obblighi, il cittadino che si faceva berroviere era sotto un contratto ben delineato in cui appaiono spesso clausole assicurative a sua copertura. Armi e cavalli danneggiati o persi erano rimborsati dal committente, stessa cosa per le parti dell’armatura, in caso di ferite molto gravi ed invalidanti era spesso prevista una borsa di liquidazione anche molto consistente, senza contare che in ogni contratto di arruolamento tutto ciò che il berroviere depreda il berroviere tiene per sé, a parte i prigionieri di alto rango che saranno ceduti alla città sotto pagamento congruo o utilizzati per scambiarli con altri prigionieri provenienti dalla sua stessa città.

Per quanto appaiano esempi di berrovieri in forma di fante, come già detto i frignanesi apprezzatissimi in tutta la penisola, la maggior parte di questi mercenari serviva a cavallo formando una cavalleria leggera assai mobile e preparata ideale per azioni di guasto o disturbo.

Nei secoli successivi sempre più di questi uomini vennero impiegati in mansioni di servizio più che di battaglia rimanendo sugli spalti dei castelli e delle mura cittadine come guardie, facendo sì che il termine berroviere prendesse una connotazione diversa, più simile a quella di sgherro o addirittura brigante che di mercenario.

Le macchine

Ancora una cosa manca al nostro esercito: le macchine. Torri di assedio, trabucchi, balliste, rostre, barricate mobili, carri, carrocci, carri falcati non erano proprio oggetti che si potessero vedere su ogni campo di battaglia, ma è altrettanto vero che esistevano ed erano presenti su molti di questi.   

La macchina bellica più comune in questi tempi è il carro e il carroccio. Oltre alla loro utilità nel trasporto delle vivande essi venivano spesso usati in modo aggressivo. In questi casi il normale carro agricolo e mercantile si trasformava in una macchina pericolosissima, quello che nelle cronache viene denominato Plaustrella. Prima però di spiegare cosa sia questa plaustrella è necessario spiegare cosa sia una Panthera o Rostra.

Secondo Guido da Vigevano, che scrive nel XIII secolo, la panthera è “uno artifizio di legno munito di ferramenta multa, accuta et levia, che in mane a homo prudente e ingegnoso l’è bona per molteplici usi.” Andando poi a ricercare più nel dettaglio la rostra, o panthera, altro non è che una barricata di legno ben munita di ferri aguzzi sul davanti e fori per far passare le punte di spade e lance onde evitare di essere assaltata facilmente. Se munita di ruote e spinta a mano prende il nome di Rostra o Barrichino, se fissa la troviamo nominata come Panthera.

Bene, torniamo ai carri. Pensate ora di barricarne uno in modo da vere su tutti e quattro i lati delle panthere, ponetene due sul davanti come se fosse uno spartineve, attaccate lame di falci alle ruote, fate salire sul carro una decina tra lancieri, arcieri e balestrieri che tirano ben coperti e fanno saettare le punte delle lance tra i fori delle barricate, spostate i buoi sul retro a spingere invece che tirare, copriteli con una struttura di vimini per proteggerli ed avrete ottenuto la vostra Plaustrella.

Fa paura al solo pensarla. Un carro armato di altri tempi. Vi sono cronache che ci raccontano di una decina di questi carri, collegati tra loro da delle rostre, a formare un unico fronte, avanzare sul campo d battaglia mietendo vittime.

I carrocci cittadini molto famosi nelle guerre della lega anti imperiale non dovevano essere molto dissimili da queste plaustrelle. Se però le ultime venivano usate comunemente barricando i carri delle salmerie, il carroccio usciva dalle mura cittadine solo in rari casi. Oltre che una macchina bellica era il simbolo dell’autonomia della città e non sempre si era disposti a correre il rischio di lasciarlo cadere in mani nemiche per una scaramuccia da poco.

Altri resoconti ci parlano dei carri usati a creare mura improvvisate davanti a fossati appena scavati.

Per quanto riguarda le grandi macchine da getto: mangani, catapulte, trabucchi e balliste, le fonti sono poche e esse stesse non concordano sulle loro forme e dimensioni. Per quanto è assodato che esse venissero usate anche in campo aperto e non come erroneamente si pensa solo in assedio, non abbiamo notizie precise nemmeno sui genieri che le costruivano, che appaiono nelle cronache al pari di figure mitiche che giungono a salvare la situazione costruendo chi una torre d’assedio, chi un trabucco, chi una ballista, chi minando le fondamenta di una torre.

Ancora la guerra di assedio non è sbocciata, si dovranno attendere ancora qualche decina di anni e le grandi armi da getto, sono ancora ai loro primordi e poche sono quelle descritte nelle cronache.

L’arruolamento

Ora che abbiamo visto da che truppe poteva essere composto un esercito del tempo dobbiamo vedere come si arruolavano, come si addestravano e come agivano in battaglia queste migliaia di uomini.

Il metodo di arruolamento mutava da città a città. Principalmente vediamo come punto d riferimento una parrocchia, un quartiere, un sestiere o una cinquantina. Ognuno di questi raggruppamenti interni alla città era tenuto, a turno, a fornire gli uomini per la corvè. Essi erano reclutati, come già visto in base al reddito, da un capitano o in alcuni casi da un gonfaloniere che si preoccupava di censire la popolazione e quando avvisato dal podestà o dal signore di radunare le truppe armate in un punto convenuto, solitamente una delle porte cittadine, una piazza o un campo appena fuori le mura, sotto una bandiera.

A Modena e Ferrara, futuri domini Este, il reclutamento era in base alle cinquantine prima, e le contrade poi, che venivano mobilitate in punti precisi della città e raramente tutte insieme. Di solito un terzo degli uomini totali della città tenuti al servizio venivano chiamati all’approssimarsi della guerra, una volta terminati i quattro mesi di corvè venivano sostituiti dal terzo successivo e si procedeva così con rotazioni periodiche per mantenere sempre una popolazione cittadina attiva nella produzione e nel commercio. Se la guerra non perdurava a sufficienza per il ricambio delle truppe, alla nuova chiamata la cinquantina o la contrada che aveva prestato servizio nell’ultimo conflitto veniva lasciata ultima nella rotazione.

Le truppe reclutate nel contado erano, di norma, richiamate solo in quelle situazioni in cui l’intero esercito cittadino veniva a riunirsi. Esse erano composte per lo più di quegli individui che svolgevano mestieri essenziali al mantenimento della città e dell’esercito: allevatori, coltivatori, mugnai, casari, carrettieri, senza i quali difficilmente il sostentamento alimentare della città era garantito; era necessario salvaguardarle il più possibile.

Abbiamo già visto che la quasi totalità di queste truppe ha un lavoro ben diverso da quello del soldato, com’era possibile combattere e vincere battaglie con panettieri, bottai, sarti, fabbri, lanaioli a maneggiare le armi?

Non pensate che questa gente non si addestrasse alle battaglie. Il gonfaloniere o il capitano della cinquantina, per rimanere in territori Este, era tenuto all’addestramento delle truppe a cadenza periodica. Secondo gli statuti cittadini coloro che erano inquadrati come arcieri o balestrieri erano tenuti a fare esercizio con le armi tutti i giorni di festa dalle due del pomeriggio sino al tramonto.

I fanti, a rotazione nelle varie cinquantine, dovevano riunirsi almeno una volta al mese per esercitarsi in armi nelle manovre in gruppo e nelle formazioni militari.

Infine sono piene le cronache di scontri “ludici” cittadini. Erano scontri che vedevano due o più fazioni, fino alla totalità della popolazione cittadina, scontrarsi in campo aperto, nelle vie della città o sui ponti, in vere proprie battagliole con randelli, scudi e elmi di vimini, sassi scagliati a mano o con le fionde, calci, pugni e morsi. Spesso ci scappavano dei morti e altrettanto spesso la contesa ludica e preparatoria sfociava in veri e propri scontri tra fazioni, ma erano necessari per tener allenata la popolazione alla guerra.

Con questi giochi bellici codificati il cittadino si preparava alle azioni guerresche vere e proprie, iniziava a comprendere gli ordini degli ufficiali, ad osservare quelli impartiti con le bandiere e si formava quello spirito di corpo indispensabile per sostenere una battaglia.

Per coloro che invece avevano nelle armi un mestiere c’erano giochi ben più complessi e pericolosi: tornei, giostre e bagordi dove armi e ramature erano quelle della guerra e le manovre, come le difficoltà si facevano molto più serie.

Gare di tiro erano abbastanza comuni come corse a cavallo per le vie cittadine, facile immaginare come da queste si sia arrivati ai Palii. Nella toponomastica cittadina troviamo ancora oggi dei riferimenti, a Modena e Ferrara esisteva il “Prato della battaglia” diventate nei secoli successive Piazza d’Armi, in altre città troviamo Piazza del Campo, Ponte Battaglia, Via degli Scontri, Piazza del Tornello (un modo alternativo di chiamare il torneo), Largo degli Scudi e molti altri. Ancora oggi possiamo seguire dei palii e dei giochi bellici che da quelli di allora traggono origine: Ferrara, Siena, Sulmona, Pisa, Pesaro, Foligno, sono solo i più famosi, ma a ben cercare ve ne sono parecchi.


Fingiamo ora di essere Azzo VII Este che vede davanti a lui le schiere di Ezzelino III da Romano.

Nel mese di marzo 1256 a noi Azzo, podestà a vita di Ferrara, da Filippo, arcivescovo di Ravenna, viene dato l’incarico di condurre una “crociata” contro Ezzelino, padrone assoluto di Belluno, Feltre, Padova, Verona e Vicenza, mentre Treviso era sotto il dominio di suo fratello Alberico. Solo Trento, conquistata da Ezzelino nel 1241, è nel frattempo riuscita stabilmente a liberarsi nel 1255.

Nostri alleati Bologna, Venezia, Milano e Mantova.

Per tre anni Ezzelino sfrutta le sue amicizie e i suoi danari intanto che i signori della Lega Lombarda si danno a una guerra di battagliole, saccheggi e incursioni con inimicizie cittadine che vedono spesso guastare l’esito della campagna.

Ma oggi è il 16 settembre 1259, siamo a Cassano d’Adda, appena riconquistata dalla Lega.

La città non è molto distante e i due eserciti sono finalmente in armi uno contro l’altro ognuno sotto il grande uomo simbolo delle loro fazioni. Come sarà in campo il mio esercito, come combatteranno? Come sarà quello del mio avversario?

Partiamo da ciò che possiamo vedere in lontananza: l’esercito avversario di Ezzelino.

Per evitare di creare gruppi troppi sostanziosi provenienti tutti dalla medesima città, tutte sottomesse tenute con forza e violenza, il da Romano recluta fanti da un quartiere di una e ancora da una contrada dell’altra, arcieri da un sestiere di un’altra ancora, la cavalleria da un contado ancora diverso poi, non fidandosi delle truppe delle sue terre centinaia di mercenari e berrovieri; ha in campo balliste e un paio di trabucchi a mano (per intenderci non quelli a contrappeso, ma azionati a forza di braccia).

Qualche migliaio di fanti, 7-8000, e altrettanti di cavalieri tra tutti. Poi c’è un paio di migliaia di mercenari lombardi (forse berrovieri), pugliesi, tedeschi e saraceni che agiscono in gruppi compatti sotto comandanti ben pagati. Questi ultimi sono le rimanenze di quelli donati a lui dal grande Federico II, suo suocero, amico e alleato.

Le bandiere richiamano i colori di tutti i suoi domini, ma non ci sono carrocci. È lui il signore, mai si deve pensare che le citta che lui ha chiamato in guerra siano lì per proprio conto, con il loro simbolo più grande. Sono sotto il suo dominio e anche con questo stratagemma Ezzelino schiaccia l’indipendenza cittadina.

Vedremo schiere di arcieri, probabilmente sulle ali o dietro le linee di fanteria e altrettanto posizionati qualche migliaio di uomini a cavallo. Molti dei guerrieri equestri sono smontati però. Le terre padane ricche di corsi d’acqua e paludi non sono il massimo per una battaglia equestre con il rischio di azzoppare il cavallo nei primi metri di marcia.

La cavalleria, specialmente la leggera, e la fanteria collaborano assieme in azioni di disturbo guasto e saccheggio prima della battaglia campale. Si pensa erroneamente che fanti e cavalieri (questa volta intesi come guerrieri a cavallo) non fossero usi vedersi di buon occhio, ma cronache alla mano e logica smentiscono. Pensate solo al fatto che l’uomo a cavallo che vi guarda dall’alto può essere lo speziale da cui andate ogni qual volta vostro figlio ha la febbre o il fante che vi accompagna a piedi può essere il panettiere da cui ogni giorno vostra moglie va a compare una pagnotta. Ci si conosceva tutti tanto che alcuni cronisti riconoscono personalmente alcuni degli avversari durante la battaglia o l’assedio. 

L’esercito di Ezzelino è grande, ma disunito, pochi sono i suoi fedeli e troppi coloro che lo seguono per non vedersi la città data alle fiamme e rasa al suolo. Non è un esercito, sono tanti quante le città che ha sottomesso al suo potere. Solo le masnade di Bassano e Pedemonte gli sono fedeli e affezionate a vita o morte, e secondo alcune cronache anche quelle solo per il gran soldo che paga loro.

Davanti a noi, l’esercito crociato. Sì crociato, perché chiamato da un religioso e anche perché nelle fila nemiche vi sono saraceni d’Egitto e Barberia. Abbiamo davanti di nuovo non un solo esercito, ma tanti, uno per ogni città della lega, questa volta anche ghibelline, unite contro un nemico comune, ognuno con le sue truppe reclutate e organizzate, ma finalmente sotto un unico comandante, noi, Azzo VII Este.

I carrocci con i gonfaloni cittadini ben disposti dietro le fila armate che contano 10-12000 soldati tra tutte.

Una fila di carri armati sopravanza le truppe per scompigliare i ranghi ghibellini e le truppe veneziane, abili nelle manovre in ambiente anfibio, bloccano la via di fuga fluviale. La battaglia attorno al ponte di Cassano è ardua, non abbiamo modo di sapere nel dettaglio come andò, ma siamo a conoscenza del fatto che le truppe ghibelline ezzelliniane, schiacciate dalla lega, si ritirarono tentando di guadare il fiume per ben tre volte in punti diversi: a Cassano, a Vaprio bloccate dai veneziani e a Blancanuca (inutile cercarla sulle mappe in quanto il borgo non esiste più da secoli), bloccate dai milanesi e dove avvenne l’ultimo e decisivo scontro dei due eserciti.

Quasi i due terzi delle truppe ghibelline di Ezzelino avevano attraversato il fiume quando l’orda della Lega le raggiunse e sconfisse ferendo Ezzelino con una freccia a un tallone costringendolo a una fuga tra i fitti boschi che bordeggiano il fiume.

Dopo poche ore alla macchia in una fuga disperata venne circondato da un manipolo di uomini, disarcionato da cavallo da un possente colpo di mazza e catturato da Buoso da Dovara.

Ferito al piede, venne portato a Soncino dove morì il primo giorno di ottobre del 1259 per le ferite riportate senza riconciliarsi con la Chiesa rifiutando medicine e sacramenti.

Da allora nessuno, a parte il grande Napoleone, ha più minato il potere della famiglia Este.

Ecco che avete avuto modo di rivivere un pezzetto di storia tutta italiana, di sapere come quei grandi eserciti si muovevano e di come una delle più grandi signorie del mondo ha avuto inizio.          
Non saranno i cavalieri lucenti che vi immaginavate forviati dalla filmografia comune, ma così era.


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