[SAGGIO] Augusto figlio di Dio – Luciano Canfora

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Al tempo di Marco Aurelio, un colto funzionario egiziano, Appiano di Alessandria, sentì il bisogno di scrivere per un pubblico orientale una Storia di Roma, in larga parte incentrata sulle guerre civili e soprattutto sulla carriera di Augusto. Per il periodo successivo alla morte di Cesare (15 marzo 44 a.C.) è la nostra fonte più ampia e di gran lunga più completa. La domanda capitale è: come fa questo bravo dilettante a conoscere i più riservati dettagli e le situazioni più delicate e segrete di cui talvolta il solo Augusto fu testimone?
«Questo ragazzo deve tutto al suo nome» diceva di lui Marco Antonio, che lo disprezzava, a torto sottovalutandolo. Però era vero, e Augusto ne era talmente consapevole da affrettarsi a promuovere, non appena gli fu possibile, la divinizzazione di Giulio Cesare, padre suo adottivo, come caposaldo del suo potere.
Il capolavoro di Augusto è stato imporre l’immagine di sé come vero e coerente erede e continuatore dell’opera di Cesare, ormai divinizzato, mentre in realtà la trasformava, se non nel suo contrario, certo in altro. Divus Iulius e mummia di Lenin nel mausoleo sulla Piazza Rossa sono fenomeni che si richiamano l’un l’altro. Quella di Augusto è la tipica parabola del potere scaturito da una rivoluzione e approdato a una forma originale di restaurazione: ragion per cui, nel concilio degli dei immaginato dall’imperatore Giuliano, Augusto viene apostrofato come ‘camaleonte’.
Questo libro recupera, attraverso fonti greche solo parzialmente esplorate, pagine cruciali dell’Autobiografia di Augusto, abilmente apologetica, scritta nel 25 a.C., quando egli aveva ormai definitivamente consolidato il suo potere monocratico, pur nella raffinata finzione di aver restaurato la repubblica.

Della lunga e complessa biografia di Ottaviano Augusto mi ha sempre colpito come il primo imperatore di Roma sia stato in grado di assumere un ruolo politico attivo in giovanissima età. A 19 anni, nell’anno 44 a.C.,  infatti, Ottaviano, un giovanotto sconosciuto ai più e originario di una non troppo nota famiglia equestre di Velletri, accetta in pieno la straordinaria eredità morale e materiale che gli lascia il più grande Romano di tutti i tempi, Caio Giulio Cesare. L’anno successivo lo ritroviamo già console eletto con la forza del suo esercito. Se è vero che serviranno ancora quindici anni di guerre civili prima dell’inizio “ufficiale” dell’impero, è altrettanto vero che, nell’estate del 43 a.C., Ottaviano ha già “sconfitto” un politico del calibro di Cicerone e, da attore politico consumato, si è destreggiato tra cesariani e anticesariani lusingando, ingannando e usando tutto e tutti.

Augusto fu totus politicus, fin dall’adolescenza.

Questa ascesa straordinarie e fulminea è al centro del libro di oggi. Attenzione, però: Augusto figlio di Dio di Luciano Canfora non è un’opera di storia, ma di storiografia. Essa si occupa principalmente di come la storiografia latina abbia narrato  l’ascesa di Ottaviano Augusto da sconosciuto a padrone del mondo. Anche se di Augusto autore ci è giunto un solo resoconto – le Res Gestae Divi Augusti, che non è un’opera scritta ma un’iscrizione da affiggere in tutto l’impero, perciò un testo pensato a fini monumentali e celebrativi – in realtà la sua influenza in tal senso fu immensa, non solo attraverso la politica culturale dell’età augustea (cui Canfora dedica un interessante capitolo verso la fine del libro), ma anche attraverso i Commentarii de vita sua, un’opera in 13 libri che, sulla falsa riga dei Commentarii cesariani, raccontavano l’ascesa di Augusto stesso fino alla guerra cantabrica (attorno al 25 a.C.) e, quindi, i cruciali anni ’40 del I secolo a.C., concentrandosi in particolare sulla “misteriosa” guerra di Modena (primavera del 43 a.C.).

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Dall’arrivo di Ottaviano a Roma (ma quel inizio novembre 44 a.C. credo sia sbagliato, Ottaviano vi giunse prima) fino agli eventi successivi della guerra di Modena.

Dico misteriosa perché in quella guerra accadde un fatto cruciale oggi poco ricordato: i due consoli dell’anno 43 a.C., Aulo Irzio e Vibio Pansa, entrambi di fedeltà senatoriale (anche se designati da Cesare e il primo, come è noto, dal passato cesariano), sotto cui teoricamente Ottaviano aveva posto le proprie legioni, morirono entrambi in circostanza misteriose l’uno a pochi giorni di distanza dall’altro durante l’assedio di Modena, dove le legioni di Marco Antonio assediavano il cesaricida Decimo Bruto: l’oggetto della contesa era il controllo della Gallia Cisalpina. In quell’occasione, dunque, Ottaviano mise le proprie legioni al servizio della causa repubblicana e in aiuto di un cesaricida: proprio lui che, adottato da Cesare, si proclamava suo vendicatore. Di lì a poco avremmo infatti un rovesciamento delle alleanze, il primo triumvirato, le proscrizioni, la marcia su Roma di Ottaviano e il colpo di stato dell’agosto che lo designerà console.
E’ facile intuire che, in età matura, Augusto avesse interesse a che la versione di questi fatti spinosi gli fosse il più possibile favorevole. E’ quella che Canfora chiama la “vulgata augustea” dei fatti del 43 a.C. e il cui primo veicolo furono appunto i Commentarii de vita sua.

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Il saggissimo Luciano!

Canfora ricostruisce il contenuto di questi preziosi Commentarii, purtroppo andati perduti, attraverso un autore di due secoli posteriore ai fatti della guerra civile. Sto parlando di Appiano di Alessandria, un funzionario di origine egiziana e cultura ellenica che nel II secolo d.C. compose una Storia Romana che ci è giunta in gran parte. Canfora si concentra nell’analisi dei cinque libri della Storia Romana intitolati De bellis civilibus, ovvero Sulle guerre civiliUna buona metà di Augusto figlio di Dio è quindi dedicata non direttamente ad Augusto ma ad Appiano. Dell’autore egiziano Canfora ricostruisce vita, influenze, stile e, soprattutto, il metodo storiografico. Canfora è un riscopritore di Appiano che, a quanto pare, è stato lungo considerato autore di “serie B” (consentito l’uso di questo termine). Opinione ingiusta, dice Canfora:

Come numerosi altri narratori di storia che non ritennero di dar vita a ricerche proprie tra archivi e documenti, Appiano concentrò il suo sforzo critico innanzi tutto nella scelta dei libri da porre alla base della sua divulgazione. E almeno per quel che riguarda le Guerre civili, dove la scelta è più trasparente, si può ben dire che ha saputo scegliere.

Dunque, Appiano non è uno Svetonio che, sfruttando la propria carica di segretario imperiale, ebbe accesso agli archivi imperiali. Appiano scrisse facendo un collage di altri libri. Ciò che lo eleva dall’essere un mero copiatore o peggio plagiatore è stata la sua capacità di scegliere bene e miscelare, di volta in volta, le fonti usate. Inoltre, attraverso Appiano abbiamo un accesso indiretto a due preziosissimo opere storiografiche, di cui altrimenti avremmo pochissime informazioni:

  1. Commentarii de vita sua di Augusto stesso;
  2. Le Historiae ab initio bellorum civilium di Senece il Vecchio (il padre del più famoso filosofo).

La prima opera, come è ovvio, è “la” versione augustea dei fatti. La seconda, invece, è un’opera decisamente “repubblicaneggiante”, cosa che Canfora dimostra citando numerosi brani delle opere di Seneca figlio (ad esempio il De brevitate vitae, il De ira e De clementia). Seneca figlio, insomma, conosce fatti e cita situazioni di cui aveva conoscenza grazie all’opera paterna, di cui quindi è possibile ricostruire parte del contenuto e dello spirito.

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Consiglio caldamente di leggere questo libriccino prima dell’opera di oggi.

In definitiva, Augusto, già politicamente trionfatore, cercò anche di imporre presso l’élite culturale della sua epoca (poeti quali Virgilio, Orazio e storiografici quali Tito Livio) la sua vulgata dei fatti.

La nozione di vulgata augustea ha due facce: da un lato la tutela – nei limiti del possibile – delle ragioni fondamentali che portarono Cesare alla guerra civile (e al tempo stesso la presa di distanze dall’esito apertamente ‘monarchico’ della sua traiettoria), dall’altro la costruzione di una propria, autonoma, immagine
quantunque legata all’altra dal nesso da cui la carriera del princeps era partita: la punizione degli «assassini del padre suo» assunta come dolorosa ma inevitabile premessa di un nuovo conflitto civile. Le due facce non stanno facilmente insieme,
soprattutto dopo la «restaurazione della repubblica».

Il suo tentativo fallì tuttavia dopo la sua morte. Soltanto Velleio Patercolo si adeguò, morto Augusto, a questo vulgata. Storici più illustri e più lontani nel tempo come Svetonio e ancor di più Tacito, pur mai esplicitamente, hanno svelato la verità costruendo le proprie opere soprattutto sulla base dei testi storiografici che si opponevano alla vulgata augustea. Non è un caso, poi, che due colti imperatori quali Marco Aurelio e Giuliano nei loro scritti abbiano esplicitamente (loro sì che potevano!) condannato Augusto.

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Frammento proveniente dall’Asia Minore delle Res Gestae Divi Augusti.

Nota curiosa. Il primo capitolo dell’opera è quanto di più lontano ci possa essere dal titolo: è un’analisi di una lettera di Karl Marx in cui il filosofo tedesco commenta Appiano. Canfora si avventura in quello che per lui, sommo genio, è il regno del Bengodi, ma per noi poveri mortali è oscuro quanto un girone infernale: perché quando ci si ritrova a leggere pagine e pagine dedicate all’analisi della biblioteca di Marx, della qualità della traduzione della sua versione di Appiano eccetera eccetera la tentazione di mollare è forte; ma io, conoscendo Canfora da parecchio (ho letto Giulio Cesare Dittatore democratico e anche Il mondo di Atene, di cui ho parlato qui sul blog) e sapendo che il meglio doveva arrivare, ho tenuto duro. Per certi versi, mi ha ricordato quel famoso capitolo de Il nome della Rosa che Umberto Eco scrisse apposta per scoraggiare i lettori meno attenti.

Per concludere, faccio professione di umiltà: non ho assolutamente la competenza per giudicare questo libro di Canfora, che è senza dubbio una delle opere più profonde ed erudite che abbia mai letto. Ho voluto lo stesso scrivere un articolo soprattutto per scoraggiare (sì, scoraggiare) i lettori occasionali ma, al tempo stesso, incoraggiare quelli appassionati e determinati. Questi ultimi potranno riscoprire la verità, o almeno qualcosa di più vicino ad essa di quanto non sia la versione semplificatoria della pax augustea e dell’evoluzione del regime oligarchico-senatoriale in monarchico, dietro il regime di Augusto: cioè quello di un regime de facto dittatoriale che, nel momento in cui aboliva la repubblica proclamandone la restaurazione (nel 27 a.C.), con piena consapevolezza, ha cercato di riscrivere la storia.


Il mio articolo su Il mondo di Atene dello stesso autore!
La sezione Saggistica del blog!

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Uno dei più grandi geni politici della storia, nonché un dittatore.

 

Un pensiero su “[SAGGIO] Augusto figlio di Dio – Luciano Canfora

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