[STORIA] Medioevo in sottana – La donna

Lungo e corposo articolo di Carlo Cavazzuti sulla condizione della donna europea nel medioevo. Gli stereotipi sull’oscurantismo dell’età di mezzo saranno spazzati via (o magari confermati!) da esempi di donne ambasciatrici, mercanti, umaniste e sante.

Il testo è un estratto della conferenza che l’autore terrà a Ferrara il prossimo 20 febbraio (locandina in fondo all’articolo).

Buona lettura!


Medioevo in sottana

Ritengo che la maggior parte delle persone non addentrate nell’argomento sia convinta che la donna medioevale fosse solamente una reclusa condannata a generare figli senza diritti alcuni.
Non è stato proprio così.  
Non si può dire che fosse in una situazione giuridico sociale apprezzabile, ma oserei dire che nel nostro illuminato 2020 non lo sia ancora.

Per prima cosa bisogna dire che in un periodo storico durato mille anni circa non si può dare un’idea unitaria della situazione femminile perché, come è facile immaginare, in dieci secoli questa è mutata.

In più, senza andare a considerare le civiltà americane e orientali, ma rimanendo solo nell’Europa del Vecchio Mondo, possiamo trovare culture pagane all’estremo nord, cristiane nella fascia centrale e islamizzate intorno al bacino del Mediterraneo. Ognuna di queste culture ha un suo rapporto specifico con la donna. Soffermarsi su ciascuna di esse, come l’argomento meriterebbe, riempirebbe centinaia di pagine per cui questo mezzo non è adatto. Si darà però un’idea basilare delle prime due.

Volontariamente tralascio la situazione femminile nel mondo islamico perché purtroppo, soprattutto per loro, la condizione che le accompagna non è mutata molto dai tempi del profeta Maometto e con dispiacere basta osservare come le donne vengono trattate in certi luoghi del globo per ben immaginarsele mille anni fa in contesti meno moderni, ma del tutto identici.

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Morgana, sorella di Artù, scopre il cavaliere che ama con un’altra donna (da un manoscritto francese del 1480)

L’Europa del Nord

Nell’Europa merovingia e precarolingia, ancora con una forte connotazione pagana e all’estremo nord, già prima dell’anno 1000, dove la cultura principale era quella norrena nelle sue varianti territoriali la donna era una figura sociale estremamente importante.       
Si può immaginare un collocamento sociale femminile simile a quello che possiamo osservare agli inizi del 1900 in Europa.  Una donna vichinga aveva diritti ben precisati dalla legge, alcuni del tutto impensabili nelle regioni cristianizzate più a sud.

Partiamo a dire che era indispensabile il suo consenso per poter celebrare un matrimonio mentre il consenso del marito non era affatto necessario se i suoi parenti erano d’accordo agli sponsali, senza considerare il fatto che era suo diritto legittimo divorziare se il marito si fosse dimostrato infedele, impotente o non potesse mantenerla per come era stata abituata nella sua famiglia d’origine.
All’atto matrimoniale il marito pagava il Prezzo della sposa al padre di lei e la maritanda riceveva una dote dai suoi parenti. Essa era e rimaneva un insieme di beni da lei inalienabili e solo da lei amministrabili.

Il mattino dopo la prima notte di nozze riceveva dal marito il Dono del mattino che doveva essere commisurato allo stato sociale della sposa, ma soprattutto alla sua disponibilità sessuale durante la prima consumazione matrimoniale.

Questo dono entrava a far parte dei beni della sposa al pari della dote e un marito che avesse avuto bisogno di essi per i propri affari avrebbe dovuto chiedere il consenso alla moglie e restituirli con i dovuti interessi. In caso contrario era punibile con l’esilio e il logico divorzio immediato.     

Davvero tanti sono i casi di donne che decidono di non sposarsi, ma vivere indipendentemente dalla famiglia d’origine mantenendosi con un proprio lavoro d’artigianato o con il commercio.

A carico della donna c’era l’educazione dei figli, ma il lavoro nella casa e nei campi era equamente condiviso, allo stesso modo le donne adulte potevano avere attività artigianali e commerciali proprie senza dover sottostare al proprio padre o marito se sposate.

Addirittura alcune attività con risvolti commerciali anche forti, come la raccolta dell’ambra nelle torbiere, la lavorazione dell’osso e l’essicazione del pesce, erano a svolte principalmente dal sesso femminile, un poco per tradizione e un poco per credenze religiose. Un’attività in particolare era a uso esclusivo femminile: il lancio delle rune per la divinazione. I casi di figure analoghe nel mondo maschile in più di quattro secoli si contano sulle dita di una mano.

La runemal norrena era mantenuta dalla società e aveva diritto all’ospitalità presso chiunque venendo trattata alla stregua di re e regine per l’importanza che rivestiva nella società vichinga.

La donna pagana infine amministrava la casa e i beni di famiglia, comprese terre e possedimenti. Non pochi sono i casi di donne che anno rivestito titoli importanti nella società politica vichinga a gota. Altrettanti sono i casi documentati di donne che ben addestrate e altrettanto ben armate prendevano parte alle razzie e alle battaglie seguendo fratelli, padri e mariti armi alla mano.

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Se prendiamo come specchio della civiltà del tempo le saghe irlandesi vediamo che addirittura vennero fondate vere e proprie scuole per lo più dirette da donne che si occupavano di istruire le ragazze alle tradizioni laiche e religiose islandesi dando loro anche qualche infarinatura di storia e legge.

Per quanto non potessero esprimere il proprio voto all’interno del Thing, l’assemblea annuale che leggeva sovrani, dirimeva dispute e discuteva di leggi, il ruolo di giudice al suo interno era comunque disponibile per il sesso femminile a patto che fossero riuscite a imparare a memoria tutte le leggi e le tradizioni e mantenere la casa come si fosse convenuto.

La sessualità nel mondo pagana è sempre stata più libera e non mancano fonti e racconti in cui donne vedove o giovani ragazze si danno a uomini anche sconosciuti solo per piacere.

A differenza del mondo cristiano a loro contemporaneo il concetto di verginità non era affatto tenuto in considerazione, anzi, erano preferite donne con una certa esperienza amorosa o addirittura vedove con figli a comprova della loro fertilità.  Innumerevoli sono i casi di concubinaggio, ma troviamo anche casi di poliandrismo, specialmente nelle classi sociali più basse dove la manodopera maschile per la coltivazione di sussistenza era più necessaria.

Anche per quanto riguarda la moda possiamo vedere come il tipico abito femminile norreno prevedesse una lunga camicia con due ampi spacchi sui seni coperti da un grembiule allacciato con delle spille sul petto. Semplicemente slacciando una delle spille una delle mammelle sarebbe spontaneamente uscita dall’abito, pronta per allattare un bambino ovunque madre e figlio fossero.  Mai si sarebbe vista una scena del genere al di sotto della Danimarca sin quasi ai giorni attuali.

Mostrare un seno in pubblico era considerato del tutto normale in una società molto rurale come quella scandinava, mentre nel sud europeo, con una sessualità più chiusa, avrebbe portato a un sicuro scandalo.
Possiamo quindi immaginarci una donna medioevale pagana come una figura forte nella società del suo tempo: emancipata dai genitori e dal marito, libera di scegliere chi, quando e se sposarsi, in grado di mantenersi autonomamente lavorando; una donna anche con una certa libertà di acculturarsi e accedere a ruoli istituzionali anche di gran prestigio.

Anche con l’avvento del cristianesimo le zone nordiche mantennero un insieme di leggi e libertà femminili che nel resto del Mondo arriveranno solo decine di secoli dopo.

Brigitta, viaggiatrice, ambasciatrice e santa

Possiamo pensare al caso di Brigitt Birgensdotter che nasce nel 1302 a Finsta a pochi chilometri dall’attuale Stoccolma che ormai da due secoli è diventata cristiana.

Il padre è il governatore dell’Uppland nonché consigliere del re di Svezia Birger Magnusson. Vive nella casa dei genitori da buona cristiana sino all’età di dodici anni quando la madre muore e successivamente si sposta a casa del governatore di Närke nella città di Ulfåsa. Qui conosce un cavaliere, i due si innamorano (lei stessa, in una lettera, definisce il suo sposo caro come il mio cuore) e si sposano molto in fretta quando lei ha solo quattordici anni e lui diciotto.

È un matrimonio sereno e fecondo dato che dal 1319 al 1334 nacquero otto figli di cui Brigitt si occupa chiamando a sé i migliori precettori che può permettersi sfruttandoli anch’essa per lo studio del latino e mettendo sui libri anche il marito. Il canonico Matthias Linköping proprio per lei traduce per la prima volta la Bibbia in svedese creando intorno a lei un circolo culturale che racchiudeva le migliori menti del Nord e centro Europa canalizzando nella sua dimora la cultura di mezzo continente.

Re Magnuss stesso arriva a invitarla a corte per introdurre la propria sposa francese alle consuetudini e alla lingua scritta e parlata svedese nonché per diventare “consigliere speciale per le faccende straniere” (posizione analoga all’odierno ministro degli esteri) e infine madrina del primogenito reale. Non suo marito come l’immaginario comune vorrebbe nel medioevo, ma lei.     
All’alba del ventiquattresimo anni di matrimonio Brigitt decide di partire con il marito Ulf Gudmarsson, diventato intanto principe di Närke, per un pellegrinaggio sino a Santiago di Compostela.

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Santa Brigita di Svezia.

In questa occasione viene nominata ambasciatore ufficiale del re presso i Franchi (per gli svedesi del tempo più o meno tutti quelli dalla Danimarca in giù alla sinistra del fiume Reno), gli Andalusi (cristiano spagnoli) e gli arabi di Spagna. Badate bene, non suo marito, ma lei stessa, all’età di 39 anni che a tutt’oggi si pensa comunemente siano ancora pochi per incarichi del genere.

Dopo di lei la prima donna ambasciatrice nasce nel 1903 e la prima donna ministro nel 1926.

Nella seconda metà della sua vita, rimasta vedova e con pochi figli ancora vivi, si dedica alla religione e alla politica rimanendo consigliere speciale del re e dettando diversi libri religiosi, alcuni dei quali sulla questione della comprensione stessa di Dio e in merito ai papi lontani da Roma, scrivendo direttamente al papa e perfino dettando un trattato di buongoverno.

Si accosterà poi a francescani e ai cistercensi, ma sempre rimanendo una laica, continuando, sino alla morte di re Magnuss nel 1364, il suo lavoro di ambasciatrice in Francia, Andalusia, Roma, Napoli, Cipro e Gerusalemme, sempre accompagnando la politica con i pellegrinaggi guadagnandosi la fama di visionaria e mistica e fondando infine l’Ordine del Santissimo Salvatore.

Un ruolo politico così importante affidato a una donna non si ritrova nella parte europea centrale e profondamente cristiana dove solo in poche zone la figlia femmina aveva diritto a un’istruzione e a un’eredità.

Continua a vivere la sua vita alternando viaggio e la vita in monastero accanto a due dei figli che la seguiranno per tutta la vita. Dopo il suo ultimo viaggio a Gerusalemme si ferma a Roma dove morì il 23 luglio 1373 presso la casa di una patrizia di cui era molto amica e che porterà per prima al Soglio di Pietro la richiesta della sua santificazione, accolta in poco tempo facendola diventare l’attuale Santa Brigida.

L’Europa cristiana

Per quanto riguarda l’Europa centrale la faccenda è molto diversa e necessità di un’argomentazione più complessa. Qui la religione cristiana detta leggi che anche se non ufficiali regolano molto di più la vita femminile. Già a partire dall’epoca premerovingia la chiesa si scaglia fortemente sulla donna associandola fortemente alla figura del peccatore per eccellenza: Eva.

Sono piene le biblioteche del mondo di testi scritti da canonici e religiosi che attaccano la donna come principale fonte del peccato sulla Terra associandola a ogni pratica degradante per l’anima e l’onore.

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Il “gagno” dei frati.

Bisogna prendere però questi scritti con il dovuto peso. Molti sono redatti da uomini che entrano in convento da bambini come oblati e non ne escono sino alla morte non avendo mai un contatto diretto con il sesso femminile. Confinati in un celibato stretto sino dal XI secolo la donna se l’immaginano da lontano, nell’estraneità e nel timore, come un’essenza particolare e contraddittoria ruminando gli stessi concetti per secoli senza il coraggio e la conoscenza per proseguire oltre.

La santità femminile

Anche testi importantissimi e successivi, ma del tutto laici, come il Roman de la Rose trattano della donna come una succube dell’uomo dandole davvero poco spazio d’espressione, di ragionamento e dignità. Questo accade fortemente sino al XII secolo in cui si assiste al decollo del culto mariano e delle grandi cattedrali dedicate a essa.

A partire da questo momento si ci interroga sulla reale verginità della Madonna prima, dopo e durante il parto facendo sì che il concetto di verginità e santità si sviluppi nel mondo comune riabilitando la donna vergine nella sua funzione sociale lasciando però le donne maritate come succubi totali del marito secondo la maledizione di Jahvè a Eva: “Io moltiplicherò i dolori delle tue gravidanze, tu partorirai nel dolore. La tua bramosia ti spingerà verso tuo marito ed egli dominerà su di te.
La perdita del sigillo verginale è senza appello sia fisico, sia morale; la sola via è la penitenza e il pentimento della meretrix.

Presto anche i canoni ci e i religiosi si accorgono di quanto questa idea sia dannosa per la società in cui vivono perché essa escluderebbe dalla visione cristiana del mondo più della metà della popolazione. Per poter dare una possibilità di redenzione anche a quelle che per necessità, voglia, imposizione o violenza non erano più vergini, viene creata una figura di santa che possa ovviare al problema e riabilitare la donna che si comporta da buona cristiana seppur non più vergine: Maria Maddalena.

La santa, come è venerata in occidente, non esiste come tale in nessuno dei vangeli. Gregorio Magno unifica tre figure femminili per dar vita alla Santa Prostituta: Maria di Magdala, Maria di Betania e l’anonima peccatrice che assieme il Fariseo Simone accudisce Cristo con baci e unguenti.

Questa figura santifica prende tanto piede nella cultura popolare comune e negli ambienti religiosi che il nome Maddalena si diffonde nelle sue varianti linguistiche in tutta la cristianità e Goffredo di Vendome, intorno 1100, arriva a comporre un testo chiamato In onore della beata Maria Maddalena i cui spiega il ruolo della santa nell’economia della salvezza:

…questo fu fatto perché la donna che ha portato la morte al mondo resti nell’obbrobrio; dalla mano della donna la morte, ma dalla bocca l’annuncio  della resurrezione. Come Maria sempre vergine ci apre la porta del paradiso, da cui la maledizione di Eva ci aveva escluso, allo stesso modo il sesso femminile viene dalla Maddalena liberato dal suo obbrobrio.

La sessualità

Altro grande problema medioevale femminile è la sessualità e il sesso della donna che i medici, arabi e salernitani a parte, non hanno mia studiato o visto se non durante un amplesso.

Tutta la scienza riguardante la donna è trasmessa da testi antichi o scienziati arabi e quindi elaborata da uomini con una legge morale del tutto diversa dal cristiano comune medioevale. Tutto era basato su un principio di finalità: è fatto così perché serve a questo. Non sempre errato, ma decisamente approssimativo. Basti pensare che si riteneva il latte materno fosse la trasmutazione del sangue mestruale per capire come questa teoria di base fosse errata.

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Non c’è bisogno di spiegazioni!

Si deve aspettare l’XI secolo perché inizino a presentarsi testi europei in cui si parla di anatomia maschile e altri due secoli per vedere citato su un testo l’organo sessuale femminile nella sua anatomia. Però non mancano testi che trattano il piacere femminile, dello studio delle sue zone erogene, delle carezze da farsi alla clitoride, della masturbazione femminile, tutti redatti con una tale profusione di particolari che tradiscono il piacere degli autori. Tutti uomini a eccezione della famosa Ildegarda di Bingen.

In questo ambito assistiamo a concetti che nell’immaginario comune sono del tutto inesistenti, ma che nel medioevo, almeno dai testi giunti fino a noi, dovevano essere abbastanza diffusi.

Secondo alcuni studiosi dell’epoca il piacere femminile nell’atto sessuale era indispensabile come il dare piacere a una donna prima della penetrazione perché questa potesse secernere il suo seme che assieme a quello dell’uomo avrebbe dato vita a una discendenza.

L’amore saffico e la masturbazione erano addirittura incoraggiati nelle giovani ragazze senza marito per mantenere quello stato virginale così importante e allo stesso tempo soddisfare le voglie e le curiosità sessuali che l’adolescenza porta sempre con sé. Altrettanto, per il concetto espresso poc’anzi del seme femminile, lo era per le donne maritate che faticavano ad avere figli. Non pochi sono i casi di concubine saffiche che aiutavano la donna a raggiungere il piacere prima che essa venisse penetrata dal marito.

La sessualità era vista in modo nettamente diverso da come si è abituati a pensare comunemente, sia dal punto di vista maschile che femminile. Diversi sono in testi in cui traspare bene il fatto che un uomo omosessuale vivesse la sua sessualità palesemente e altrettanti, se non di più sono quelli in cui la vita coniugale sessuale viene presentata non solo come un atto di dovere riproduttivo, ma anche come un reciproco darsi piacere. Si arriva sino a veder diffuso un testo tedesco la cui traduzione del titolo e “Trattato del Fottere” e in cui vengono ben illustrate ventiquattro diverse posizioni sessuali per trarre il massimo godimento dall’atto e aumentare le possibilità di procreazione; scritto con un distacco tale da sembrare a tutti gli effetti un testo accademico più che un libello pruriginoso come può apparire.

Come può sembrare logico la dottrina ecclesiastica non approvava a pieno tali parole, ma non furono pochi a parlare e scrivere di sessualità femminile con un occhio di riguarda verso le necessità della donna, uno per tutto sant’Alberto Magno.

Il matrimonio

Il matrimonio rimane uno degli obbiettivi principali di una donna medioevale perché all’interno delle dinamiche famigliari può ritagliarsi un ruolo più importante rispetto alla vita comune.

Tre quindi sono le scelte per una giovane: dichiararsi votata alla verginità e chiudersi in convento, sposarsi e vivere la propria vita accettando la propria condizione o tentare di combatterla rimanendo nubile e emancipata.

Quest’ultima via è la più difficile, specialmente nelle classi nobiliari dove maschio o femmina che fosse il figlio del nobile di turno non aveva diritto di parola in merito alla sua destinazione matrimoniale che era dettata dalle dinamiche politiche famigliari. Tanti sono i casi citati nella giurisprudenza medioevale in cui si parla di rapimenti di giovani dame che vengono rilasciate solo dopo aver consumato un matrimonio riparatore.

Sono tutti casi in cui l’accusato è solo il marito rapitore assieme ai suoi complici, ma è facile immaginare che molti questi rapimenti non fossero possibili senza l’aiuto complice della dama stessa, spesso innamorata e ricambiata, ma impossibilitata a maritarsi a causa di promesse matrimoniali già sottoscritte dal padre o dal fratello maggiore.

Nelle classi borghesi e povere la situazione è diversa. Le mogli vengono scelte per interesse economico, la dote della figlia di un ricco mercante, un medico, uno notaio o uno speziale era consistente e a differenza del mondo nordico era data direttamente al marito, ma anche per amore.

Quando poi nell’epoca carolingia entra in vigore una stretta monogamia matrimoniale la necessità di avere un numero di schiavi e servi maggiore senza l’esborso del denaro incoraggia i nobili a favorire il matrimonio dei propri famigli i quali non avendo beni di proprietà si sposano solo quando trovano un partner d’amore.

La moda

Se poi volgiamo andare ad addentrarci un poco sulla questione della moda femminile che vede la donna medioevale come sempre costretta in abiti casti e il meno possibile sfarzosi possiamo dire che quest’idea è molto diversa dalla realtà.

Escludendo le donne di basso ceto sociale che per finanza non potevano permettersi abiti sfarzosi la moda femminile medioevale è varia e vasta, ricca di accessori di pura vanità e ornamenti costosi in barba a ogni dettame del buon costume che la Chiesa voleva imporre. In Italia alcune camminavano per le strade impettite come amazzoni con cinture d’oro e scarpe a punta simboleggianti il loro carattere mascolino e guerresco e in Inghilterra si recavano ai tornei a cavallo portando tuniche colorate e pugnali in cintura diventando più simili ai partecipanti che alle semplici spettatrici quali erano.

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A Firenze, nel 1358 Giovanni Fiorentino, in una novella del suo Pocorone, per descrivere il normale passaggio delle dame scrive:

Veston villani e cappe alla francesca
Cinte nel messo all’uso mascolino,
Le punte grande alla foggia todesca,
polite e bianche quanto un ermellino.
Portan a lor cappucci le visere
E mantelline alla cavalleresca
E capuzoli, e strette alla ventriere
Co petti vaghi alla guisa inghilesca.

Niente di più diverso dall’immaginario comune.

La vita sociale ed economica

Andiamo adesso a vedere quello che riguarda la vera vita sociale: lavoro, danaro e società.

Le italiane erano un poco più costrette, a differenze delle francesi e spagnole che avevano diritto a esercitare autonomamente i diritti feudali o dalle tedesche e fiamminghe libere di intraprendere attività commerciali proprie.

 

Le nostre ave avevano sì la possibilità di ereditare beni alla morte del parente maschio più prossimo, ma non era loro consentito di avere attività commerciali proprie o amministrare feudi se non alla morte del marito e solo per il tempo necessario a trovarne un altro o portare alla maggiore età l’erede diretto.

Nella realtà dei fatti però furono molte le artigiane e le commercianti che gestirono a pieno le botteghe per anni tra un marito e un altro, o dalla vedovanza alla morte, con risultati economici molto migliori rispetto a quelli paterni o maritali.

Giovana Flora de Cumis la “banchiera”

Un caso eclatante è quello di Giovanna Flora de Cumis, bergamasca della prima metà del 1300. Alla morte del marito, già esiliato oltre dieci anni prima per le dispute politiche della città, non avendo avuto figli, rimane erede e amministratrice unica dei beni di famiglia che comprendevano case a Trezzo sull’Adda, Milano e Bergamo, ma soprattutto il Banco.

Nell’Italia del 1300 il banco poteva essere identificato con diverse attività commerciale, ma una in particolare era quella più associata a questo termine: il banco di prestito, che la chiesa taccia, più o meno a ragione, come usura.

Giovanna Flora è a tutti gli effetti un’usuraia da oltre dieci anni: presta danaro a tempo in cambio di interesse secondo le indicazioni ricevute via lettera dal marito. A differenza del marito che svolgeva la sua attività solo sul prestito di danaro, una volta vedova, lei inizia a dare credito anche acquistando debiti di bottegai, piccoli signori, armatori, chiedendo non tanto una restituzione del prestito, quanto una percentuale sugli introiti delle attività finanziate diventando all’atto pratico una socia di capitale o addirittura fondando società in cui ella era accomandataria principale.

Giovanna flora è una donna con una certa cultura: sa scrivere e far di conto molto bene tanto che fa proiezioni di mercato su vaste zone italiane e si intende di politica cittadina (lo si deduce da alcune sue lettere ai parenti bergamaschi), vive sola frequentando per diverso tempo un uomo che non speserà mai e si mantiene con un’attività economica fiorente anche se osteggiata dal clero.

Quando fa redigere il suo testamento nel 1338 i beni di famiglia sono più che triplicati tanto da lasciare somme ingenti a enti benefici a favore delle giovani madri o delle vedove.

L’educazione

Dal caso di Giovanna Flora, particolare, ma non unico, possiamo capire che l’idea della donna ignorante non sia poi così reale.

Nella veridicità dei fatti, escludendo le classi più basse degli schiavi e dei servi della gleba, sono molte le donne che sanno leggere, scrivere e far di conto tanto che esistono diversi filoni letterari dedicati al solo pubblico femminile.

Specialmente nelle classi borghesi in cui la donna di casa era a anche il braccio destro nella gestione della bottega era indispensabile che essa sapesse far di conto, leggere e scrivere le note di spesa. Molte donne, soprattutto mogli di mercanti, si trovavano a gestire le attività commerciali dei mariti durante i loro viaggi per affari e si può ben immaginare che se fossero state senza un briciolo di cultura tali attività sarebbero finite gambe all’aria in brevissimo tempo.

Ritroviamo anche alcuni casi di donne scultrici e pittrici che firmano opere in case nobili o che illustrano manoscritti miniando negli scriptoria dei monasteri con dispense da parte del priore e molti di più sono i casi di trobadore e troviere che scrivono e cantano poemi di loro invenzione.

Sono diversi i casi di figlie o mogli di medici laureati che lottano per poter esercitare a loro volta la professione dopo essere riuscite a studiare in università o dopo essere state istruite a casa. Alcune di esse riusciranno a farsi accettare dalle consorterie dei medici di varie città, ma verrà concesso loro di esercitare solo dopo la morte dei genitori o del marito.

È grazie a una di queste donne, la famosa Trotula de Ruggiero che per la prima volta si trova un testo di anatomia e medicina dedicato ai soli problemi femminili, capostipite della scienza ostetricia e ginecologica: De passionibus mulierum ante in et post partum. Trotula ebbe una vita di cui sappiamo davvero poco, quello di cui si è certi è che fu medico e professore e magistra presso l’università di Salerno nella prima metà dell’XI secolo. Si sa che si sposò con il medico Giovanni Plateario ed ebbe da lui due figli che continuarono l’opera sanifica dei genitori, ma purtroppo nulla di più preciso è giunto a noi sulla sua vita.

Cristina da Pinzano, umanista

Ci sono però donne medioevali che svolgono lavori legati alla cultura umanistica e riescono per volontà o per forza a emanciparsi dalle figure maschili di famiglia. Possiamo indicare un caso particolare di una scrittrice francese di origini emiliane: Cristina da Pinzano.

Nasce a Venezia nel 1365 da genitori Bolognesi, città dove il padre si laurea in medicina e pratica con discreto successo l’astrologia tanto che il re francese e quello ungherese lo invitano entrambi a diventare l’astrologo di corte.

Immagini: Cristina da Pinzano nel suo studio, con il figlio e ricevuta dalla regina Isabella. 

Opterà per la Francia dove si trasferisce con Cristina e i due fratelli ancora molto piccoli. Cristina cresce tra le sale della biblioteca del Louvre, per il tempo la più grande del mondo, e quindici anni si innamora, e viene ricambiata, di Étienne de Castel, notaio e segretario del re. Hanno tre figli, uno morirà giovanissimo e l’amato marito la lascerà per un’epidemia poco dopo il decimo anno di matrimonio.

Cristina si ritrova sola senza la protezione del padre già morto da tempo, con due figli piccoli, la madre vecchia da accudire e un nuovo re che non la conosce e non la porta in stima tanto da farle abbandonare la corte e trovare modo di mantenersi da sola. Essa stessa scrive questi versi.

Sono sola, e sola voglio rimanere.
Sono sola, mi ha lasciata il mio dolce amico;
sono sola, senza compagno né maestro,
sono sola, dolente e triste,
sono sola, a languire sofferente,
sono sola, smarrita come nessuna,
sono sola, rimasta senz’amico.
Sono sola, alla porta o alla finestra,
sono sola, nascosta in un angolo,
sono sola, mi nutro di lacrime,
sono sola, dolente o quieta,
sono sola, non c’è nulla di più triste,
sono sola, chiusa nella mia stanza,
sono sola, rimasta senz’amico
Sono sola, dovunque e ovunque io sia;
sono sola, che io vada o che rimanga,
sono sola, più d’ogni altra creatura della terra
sono sola, abbandonata da tutti,
sono sola, duramente umiliata,
sono sola, sovente tutta in lacrime,
sono sola, senza più amico.
Principi, iniziata è ora la mia pena:
sono sola, minacciata dal dolore,
sono sola, più nera del nero,
sono sola, senza più amico, abbandonata.
Allora diventai un vero uomo, non è una favola,
capace di condurre le navi.

Però Cristina parla e scrive l’italiano, il francese, il tedesco, il latino e il greco. Legge libri da quando ne è capace e trova modo di sfruttare questa sua cultura letteraria, fonda uno scriptorium. La sua bottega in pochissimo tempo raccoglie commissioni da tutta Parigi e si allarga includendo miniaturisti, copiatori.

In meno di due anni fa uscire il suo primo libro come autrice il che le vale come viatico per la protezione di nomi illustri della vecchia corte. Con le loro commesse si permette di tornare ai fasti della vita matrimoniale, istruire i figli e dedicarsi al solo lavoro di scrittrice. I suoi testi hanno tutti una forte connotazione femminista che la porta a diventare la scrittrice più apprezzata dal pubblico femminile francese e italiano sin tanto che la sua fama raggiunge e supera autori maschi.

Con La città delle Dame si scaglia fortemente contro la società maschilista della Francia dei primi anni del 1400, incitando le donne a uscire dagli stereotipi sessuali imposti dalla dottrina ecclesiastica, a istruirsi e essere forti nonché di animo nobile.

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La città delle dame, illustrazione d’epoca.

A cinquantatre anni si ritira in convento dopo aver ottenuto un successo impensabile per una donna. Dopo undici anni di leggera clausura fa uscire l’ultima sua opera Le Ditié de Jehanne d’Arc unico poema in onore della Pulzella di Orléans composto mentre era ancora viva.

Morirà in convento a circa sessantacinque anni senza che sia nota la sua data di dipartita, e lasciando oltre una decina di opere letterarie.

Donne guerriere

Per chiudere vorrei scrivervi sull’attività bellica femminile. Sarebbe facile parlare dei casi famosi di Giovanna D’Arco, Elisabetta I, Matilde di Canossa, ecc. ecc., ma in realtà la donna ha avuto un ruolo bellico davvero importante.

Durante gli assedi erano gruppi di donne che organizzavano la distribuzione del cibo e del vestiario a chi aveva perso tutto nella battaglia. Sempre le donne organizzavano pattugli di “vigilesse del fuoco” pronte a intervenire qualora fosse scoppiato un incendio a causa degli attacchi nemici.

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Donna in duello (codice tedesco).

Raccogliere e curare i feriti prima dell’arrivo dei medici a battaglia finita era compito delle donne al seguito dell’esercito, non tutte come si può mal pensare, dedite al meretrico, molte invece serve, cuoche e infermiere di professione. Non sono poche le immagini e i resoconti di donne che armate di tutto punto combattono sulle mura delle città e dei castelli a fianco dei soldati.

In diversi luoghi d’Europa le donne si addestrano al tiro con l’arco assieme agli uomini e sfruttano la loro abilità non solo per procurare cibo cacciando, ma anche dietro i merli assediati. Una parola particolare va alle putte che seguivano sempre gli eserciti in marcia. Ritroviamo diversi resoconti di ordini inviati o ricevuti in cui appare un loro ruolo ben diverso da quello che tutti possiamo immaginarci: la spia.

Alessina, meretricia di Castello, è stata mandata oggi avverso alli inimici nostri che il suo impiego non la fia notare troppo appresso agli homini d’arme. L’è stato dato due scudi e il compito di circuirne alcuno e far rivelare loro i moti previsti per i dì avvenire. Poscia aver svolto il compito suo ella ha da venir quivi e ripotar ogni cossa saputa e udita sicchè noi e la signoria vostra si possa movere l’homini per meglio aver vittoria, che tanto si save di più da le labbra di una potta che da quelle di un uomo malmenato.

Questo è un estratto di una lettera che si spediscono due capitani di ventura, purtroppo rimasti anonimi, al soldo dei Lucchesi nelle lotte contro Firenze. Questo è un caso palese, ma molti altri meno apparenti si possono trovare nelle cronache.

Infine, ma non per importanza, le donne in cavalleria.
Ebbene sì diverse donne nel medioevo furono investite del titolo di cavaliere e con quel titolo combatterono in battaglia all’interno di tre ordini cavallereschi ben precisi: lo spagnolo Ordine dell’Azza fondato nel 1149 a Tortosa dal conte Raimondo Beringhieri (decaduto meno di 100 anni dopo), il bolognese Ordine Crociato di Santa Maria Gloriosa fondato nel 1255 da Loderingo degli Andalò assieme all’ordine domenicano per proteggere chiese e ospizi femminili (ordine misto decaduto nel 1558) e infine l’Ordine di Santa Genoveffa, anche questo misto che partito dalla Francia avrà anche qualche appartenente italiana e che passata l’epoca della cavalleria si trasformerà in una congregazione monastica tutt’ora presente sul territorio francese.

Dopo aver letto queste righe spero abbiate un’idea diversa delle donne nel medioevo, non solo ignoranti relegate nelle case, ma anche persone di cultura che spesso si battono per i diritti, per la politica cittadina, con parole, libri, atti e anche armate di spada e speroni dorati.


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