Le maschere – Dall’antichità ad oggi

Articolo di Carlo Cavazzuti


Tutti conoscono le maschere di carnevale e direi che tutti i maschietti sono stati, almeno una volta, Zorro e le bambine una principessa, per lo meno quelli della mia generazione. Adesso vanno cose come i Gormiti e le Winx o forse altro ancora, ma perché ci si traveste a carnevale? Perché proprio una maschera a coprire il viso e uno strano costume e non altro?

Per scoprirlo bisogna andare indietro di qualche secolo e forse ancora di qualche millennio sino al neolitico e vedere a cosa servivano le maschere un tempo.

L’etimologia del nome è controversa, alcuni la fanno risalire all’arabo, altri al longobardo, alcuni dal tardo latino, altri ancora a una lingua preindoeuropea. Seguendo tutte queste strade possiamo trovare un’origina ampia del termine: strega o stregone, fuliggine, spettro, fantasma oscuro, larva, camuffato, buffonata, deridere e fracasso. Tolti i primi quattro segnalati sono abbastanza comuni, ma vedremo che anch’essi, in alcuni ambiti hanno un significato molto ben azzeccato.

Origini ed evoluzione

La maschera è un oggetto antichissimo, i primi esempi si trovano addirittura novemila anni fa.

Come avviene a tutt’oggi in molte popolazioni animiste africane, sudamericane o asiatiche le maschere, spesso di legno, pelle e paglia, più raramente in pietra, avevano un utilizzo prettamente religioso.      
Il sacerdote ponendola in viso entra in comunicazione con gli spiriti diventandone un tramite diretto quasi che gli spiriti stessi prendessero possesso del suo corpo agendo nel mondo terreno tramite lui. In linea molto generale, la maschera è strumento con cui captare la forza soprannaturale degli spiriti e appropriarsene, utilizzandola a beneficio della comunità.

Abbiamo tracce, quasi in ogni parte del globo, di utilizzo di maschere in riti di caccia, di guarigione e ancor più in riti funerari in cui il sacerdote “interpretava” la morte stessa che rapiva il congiunto trapassato.

L’utilizzo di maschere funerarie è accertato presso gli Egizi, i Greci, i Fenici e molte popolazioni dell’Asia e del sud America. Si ponevano sul viso del defunto maschere che lo ritraevano gloriosamente o con le fattezze di una divinità in modo che lo spirito trapassato non fosse irato e non perseguitasse i viventi per averlo maltrattato nella morte.

Altrettanto spesso, in epoca classica, vediamo maschere utilizzate dai sacerdoti dei culti misterici nell’esatto modo in cui venivano usate nella preistoria. È facile, quindi, identificare l’origine del termine con il significato di strega o stregone o ancor di più con quello di spettro o fantasma.

Proprio in epoca classica e per la precisione in Grecia, inizia a formarsi un uso commisto religioso-sociale della maschera. Si inizia a utilizzare la maschera in teatro. Proprio seguendo il principio secondo cui chi la indossa diventa ciò che la maschera rappresenta gli attori ne infilavano diverse per rappresentare personaggi diversi creando così degli stereotipi visivi comuni. Il Pappo Sileno avrebbe avuto quasi la stessa fisionomia in tutti i teatri della Grecia, stessa cosa sarebbe successo per tutti gli altri personaggi rendendoli riconoscibili al primo colpo d’occhio dal pubblico.

Queste maschere sociali erano costruite con creta cotta a volte contenendo, nascosti al loro interno, piccoli corni di bronzo per amplificare il suono della voce dell’attore. V’erano centinaia di maschere diverse contraddistinte tutte da una fisionomia tipica, ma anche da un comportamento gestuale e caratteriale specifico.

E la parte religiosa dov’è?

Presto detto: versioni ridotte di queste maschere venivano utilizzate nei riti dedicati a Dioniso, protettore del Teatro, o ancora come pegno votivo agli dei a richiedere una grazia nella sfera di competenza di quella determinata caratteristica della maschera stessa.

Abbiamo un’idea di come fossero ben realizzate grazie alla collezione di maschere votive greche più grande al mondo, l’abbiamo anche vicina, al Museo Archeologico Eoliano Luigi Bernabo’ Brea di Lipari. Ritrovate nella necropoli greca negli strati dal IV al III secolo a.C. sono oltre un migliaio, accuratissime nei particolari, testimoniano una vita teatrale intensa sull’isola, ma anche questo profondo culto dionisiaco. Si parla anche, però, del Teatro Osco, una forma teatrale diffusa in Italia prima della conquista romana, in cui maschere che ricoprono l’intero corpo dell’attore venivano usate nello stesso modo greco per identificare un determinato personaggio.

Proprio grazie a queste tradizioni religiose e sociali nasce il principio, conosciuto fino a noi, secondo cui una maschera identifica un determinato personaggio stereotipato. Indossando tale maschera e comportandosi in quel determinato modo si “diventa” quel personaggio.

Sempre grazie al teatro greco nascono anche le regole che governano l’utilizzo della maschera in teatro anche oggi: la maschera è “viva”, ha un carattere che si impossessa dell’attore all’atto di essere indossata, la maschera deve sempre essere rivolta al pubblico per non “morire” per non essere vista. Il recitare in maschera è una delle cose più ardue che un attore possa fare, ve lo garantisco per esperienza personale, ma non è questo il luogo per discuterne.

Andiamo avanti nella storia però. Il cristianesimo non è immune dall’utilizzo della maschera nelle funzioni religiose, almeno nelle più antiche e sino al 1200 inoltrato. Per avvicinare i fedeli a riti spesso poco conosciuti o far loro imparare passi della Bibbia o dei Vangeli si ricorreva spesso alla drammatizzazione direttamente in chiesa o più spesso su tavolati costruiti allo scopo sul sacrato. I chierici indossavano maschere da loro stesse create per raffigurare Gesù, gli apostoli e i personaggi delle parabole evangeliche tanto che a Parigi, nel 1264, per le festività del Corpus Domini, viene edificato un palco in piazza con tanto di botole, funi, fumo e carrucole, vengono assoldati attori professionisti per rappresentare le drammatizzazioni religiose.

Spesso compagnie di chierici si davano a tempo pieno a queste rappresentazioni vagando di città in città con un piccolo carro contente tutto l’occorrente per la realizzazione dei costumi e delle maschere.

Pari modo, nel medioevo, si sviluppo una versione profana del teatro che riprendeva il modo dei chierici vaganti di spostarsi di luogo in luogo per rappresentare spettacoli. In questo caso non si parla di religiosi, ma di attori professionisti che si spostavano di festa cittadina in festa cittadina o di corte in corte facendosi pagare per allietare nobili e cittadini.

Nascono così le prime compagnie teatrali.

Di nuovo la maschera è usata per identificare un personaggio ben preciso, se non proprio con caratteristiche universalmente condivise, almeno ben riconoscibile ai più. A partire dal 1300 le corporazioni cittadine si arrogano il diritto di organizzare gli spettacoli preoccupandosi della costruzione dei palcoscenici, delle scene e scegliendo il tema dello spettacolo da richiedere a questa o quella compagnia di fiducia. Così facendo il teatro e la maschera passa dalla piazza cittadina alle vie e alle piccole piazze legate a una corporazione e di seguito a temi ad essa cari caratterizzando ancor di più i personaggi che via via veniva richiesto fossero in scena.

Ma quando venivano messi in scena questi spettacoli?

Quelli religiosi durante giorni di festività cristiana mentre quelli profani durante eventi mondani legati alla vita cittadina: giochi bellici, matrimoni di persone illustri, paci di guerra o anche semplici feste organizzate da corporazioni o nobili per il loro solo diletto.

C’è però un periodo in cui sempre si faceva teatro: il carnevale. Carnevale deriva da “Carne-Lasciare” il periodo precedente alla quaresima in cui era usanza rimpinzarsi di carni in preparazione dei digiuni e divertirsi in vista di quaranta giorni di penitenze.

Proprio dal fatto che le compagnie teatrali avevano il massimo del loro lavoro a carnevale viene la superstizione secondo cui in teatro il viola porti male. Dal primo giorno di quaresima le chiese e le case facoltose venivano addobbate di viola ed era strettamente proibita ogni rappresentazione teatrale privando gli attori del proprio guadagno per quaranta giorni di ferie forzate.

Se così accade per secoli è facile associare il viola alla sfortuna!

Il Rinascimento

Nel 1436 a Venezia, sotto il doge Foscari, viene fondata la corporazione dei maschereri con un uno statuto regolamentato in cui gli iscritti creavano le loro opere con cuoio o cartapesta esattamente come accade a tutt’oggi. C’è da dire che Venezia è dal 1200 la patria delle maschere con carnevali memorabili che nei secoli hanno imposto leggi sulla limitazione dell’utilizzo della maschera da parte dei semplici cittadini. Però, questa fondazione di una corporazione dedicata ci fa capire come l’utilizzo della maschera al di fuori dell’ambito teatrale si fosse diffusa durante il carnevale tanto da impiegare diverse persone per produrre le maschere richieste. Non siamo però ancora arrivati alle maschere popolari che conosciamo, possiamo dire che siamo al loro primo concepimento.

Le compagnie teatrali di fine ‘400 e del ‘500 avevano ormai delle grandi classi di personaggi stereotipati: il servo, il padrone, il dottore, il monello, i capitani e i tentatori che declinavano in una serie di personaggi con nomi diversi, ma caratteristiche simili. Tutti i servi sono solitamente intelligenti e intriganti, i padroni sono spesso indolenti e ignoranti, i dottori sono sempre falsamente sapienti e inutili nelle loro mansioni, i monelli sono piccoli criminali astuti, i capitani sono soldati dal poco coraggio e dalla gran faccia tosta mentre i tentatori sono belle donne, giovinetti attraenti o diavoli. Se inizialmente erano delle classi di personaggi, con l’andare del tempo alcuni presero il sopravvento incarnando in sé le caratteristiche dei minori della propria classificazione: Arlecchino e Zanni sono i servi, Pantalone e Gianduia i padroni, Balanzone il dottore, Rugantino e Pulcinella i monelli, Capitan Spaventa e Capitan Fracassa i capitani infine Colombina e Mefistofele i tentatori.
Solo per citare alcune delle più famose.

Proprio nel 1500 nasce la famosissima Commedia dell’Arte: compagnie itineranti di attori in maschera recitano in pantomima, con brogliacci di scene e molta improvvisazione, le avventure di questi personaggi durante pastorali, drammi, lazzi, tragedie e non di rado commedie erudite con sfondi e temi politici forti.

Tutte le maschere carnevalesche e cittadine attuali si possono inserire in una di queste categorie perché da queste derivano.

Ma perché diciamo che Pantalone è veneziano mentre Rugantino è romano e Capitan Spaventa Genovese? Perché certe maschere parlano in quel dialetto preciso?

La questione si stabilizza ben dopo la fine del ‘600: le compagnie portavano in scena ciò che più piaceva al pubblico, i personaggi più amati nelle varie città con le loro avventure. Le maschere assumo sempre di più una fattezza condivisa e i costumi che indossano diventano iconici della stessa, basti pensare ai colori delle pezze di Arlecchino. Va di seguito che a Venezia la figura di Pantalone, vecchio mercante come tanti c’erano nella città lagunare, era preferita dal pubblico che riusciva a meglio immedesimarsi in esso; stessa cosa con l’arrogante Rugantino tanto simile ai bulli romani che ragionavano più con il coltello che con le parole o che un capitano di ventura, come il codardo Capitan Spaventa, sia ben accetto nella Genova sempre impiegata in mare contro i Turchi.

Via via che il personaggio veniva messo in scena in una determinata città, e per forza di cose per farsi capire dal pubblico, nel volgare parlato nella stessa, la maschera prendeva quella cadenza, quell’accetto e quella lingua che le diventa tipica e ormai inscindibile sino a diventare simbolo della città stessa durante il carnevale.

Goldoni in Italia e Moliere in Francia, e molti altri autori di drammaturgie e canovacci in entrambi i Paesi, hanno poi portato alla conoscenza più massiccia di certe maschere e loro abitudini. In realtà le maschere e ciò che rappresentano evolvono fin dopo l’inizio del XIX secolo con teatri di Commedia dell’Arte sparsi in tutta Italia e Francia, pochi nel resto d’Europa.

A tutt’oggi si recita in maschera con nuove produzioni riutilizzando i vecchi stereotipi o addirittura creando nuovi personaggi e a carnevale, qualche volta, tra un Pokemon, una Winx e una Tartaruga Ninja si vede ancora qualche Arlecchino e Colombina.


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