Un giorno come oggi: 17 dicembre 1939 – La Guerra Crepuscolare (3)

di Stefano Basilico


Dall’Admiral Graf Spee di Hans Langsdorff all’Emden di Karl Von Müller.

Nelle prime ore del mattino del 13 dicembre del 1939, mentre era ancora notte, la “corazzata tascabile” KMS Admiral Graf Spee naviga in direzione delle coste dell’Uruguay, secondo quanto stabilito dal comandante Langsdorff; nelle acque di Punta del Este, la sua rotta avrebbe coinciso con quella di una squadra di incrociatori inglesi: la Forza G del commodoro Harwood. L’Atlantico meridionale, uno scenario che propone un’altra volta uno scontro tra la Royal Navy e la marina tedesca, nel mese di dicembre: le Isole Falklands nel 1914, l’estuario del Rio de La Plata nel 1939.

Come in un arcano insondabile, c’è da rimanere colpiti dalle analogie che si ripropongono nell’arco di un quarto di secolo: un incontro, del tutto inaspettato; la possibilità di evitare lo scontro, da parte del comandante tedesco, legato a ragioni di opportunità strategica; una volta ingaggiato il combattimento, però, in entrambi i casi una decisione sbagliata segnerà il destino delle navi tedesche. Come se la ombra lunga del conte Maximilian Graf von Spee si proiettasse sulle acque dell’oceano, decidendo anche – 25 anni dopo – il destino della moderna corazzata che non solo portava il suo nome, ma che sul ponte di comando aveva una targa a perpetuare il ricordo della vittoria nella Battaglia di Coronel (1° novembre 1914).

Facciamo un viaggio a ritroso nel tempo: 1914, Divisione Navale d’Oriente. Dopo aver doppiato Capo Horn con la sua squadra nei primi giorni di dicembre, e aver gettato le ancore all’Isola Picton, l’ammiraglio Von Spee convocò una riunione con i suoi comandanti e ufficiali a bordo del «Panzerkreuzer» SMS Gneisenau per decidere e pianificare le future strategie. La scelta più logica, e coerente con il principio della “guerra da corsa” (vera missione del «Ostasiatische Kreuzergeschwader»), sarebbe stata quella di navigare verso l’estuario del Rio de la Plata con l’obbiettivo di paralizzare le rotte commerciali che da Brasile e Argentina  assicuravano rifornimenti vitali per le Isole Britanniche; tuttavia, Von Spee propose di compiere prima una incursione su Port Stanley: ben oltre la distruzione della locale stazione radio, questo spettacolare «raid» avrebbe rappresentato un’ideale risposta all’invasione subita dalle isole ed arcipelaghi tedeschi nel Pacifico.

Invano il capitano di vascello Von Maerker, comandante del Gneisenau, unico tra i presenti, espresse il suo parere negativo: non solo pensando nella “guerra da corsa”, bensì sottolineando l’importanza per la squadra di far perdere le proprie tracce il più a lungo possibile in Atlantico e lasciando gli Inglesi nell’incertezza in piena fase di ricerca. L’ammiraglio Von Spee confermò la sua decisione. Nelle prime ore del mattino del 8 di dicembre, con la Divisione Navale d’Oriente ormai nelle acque delle Isole Falklands, il Gneisenau e il Nürnberg diressero con decisione la rotta su Port Stanley: nonostante si fosse appurata la presenza – totalmente  inaspettata – di molte navi nella rada (e tra esse, identificabili dai caratteristici alberi a tripode, anche unità moderne e poderose: corazzate del tipo «dreadnought» o «battlecruisers») il «panzerkreuzer» tedesco avanzò per affrontare l’incrociatore HMS Kent che sorvegliava l’entrata del porto.     

D’improvviso, il fuoco dei pezzi da 305 mm della antiquata corazzata HMS Canopus, immobilizzata nel fango del fondale alla stregua di una batteria galleggiante e i cui tiri “alla cieca” erano diretti da un osservatorio. I due incrociatori tedeschi, colti completamente di sorpresa, accostarono in fuori; questo fu il secondo errore, dopo la decisione di compiere l’incursione su Port Stanley: 1) sarebbe stato molto più logico avanzare verso il porto, tentando di affondare il HMS Kent in corrispondenza dell’ingresso, bloccando così nella rada la potente squadra britannica (che era inoltre in fase di carbonamento); 2) inoltre, nel progressivo avvicinarsi all’isola, le navi della Kaiserliche Marine si sarebbero trovate fuori della portata del cannoni della «pre-dreadnought» inglese.  

La Battaglia delle Falklands
(8 dicembre 1914)

E arrivò il terzo errore: quello definitivo; dal SMS Scharnhorst (nave ammiraglia della Divisione) arrivò un ordine, perentorio: “riunione”. Questo ordine, molto più che l’esito della Battaglia delle Falklands, decise la sorte del «Kreuzergeschwader»: braccati dai due veloci e potenti «battlecruisers» della Royal Navy, e per di più in un giorno luminosissimo che garantiva una straordinaria visibilità, gli incrociatori tedeschi non ebbero alcuna possibilità di sfuggire all’annientamento, affondando uno dopo l’altro nell’oceano australe.

È passato un quarto di secolo: in quello stesso Atlantico meridionale, anche se miglia e miglia più a nord delle Isole Falklands, poco prima delle sei del mattino del 13 dicembre 1939, la “corazzata tascabile” KMS Admiral Graf Spee navigava a zig zag nelle acque prospicienti all’estuario del Rio de la Plata, alla velocità di 15 nodi.

D’improvviso, vennero scorti da una vedetta due alberi, che spuntavano dalla linea dell’orizzonte sul lato di tribordo del «panzerschiff». Erano le 6.10.

Una volta confermato l’avvistamento anche da parte dell’ufficiale di guardia, quando arrivò sul ponte il comandante Langsdorff era ormai in vista un’ulteriore serie di altri alberi – quattro – ad una distanza di diciassette miglia. Inizialmente, le unità vennero identificate quali un incrociatore pesante e due cacciatorpediniere: che fosse la scorta di un convoglio nemico? Convinti che fosse così, malgrado non fosse possibile verificarlo meglio a causa di un’avaria all’idrovolante Heinkel Arado, sulla corazzata tedesca venne ordinato di mantenere rotta e velocità, e poi: “Posto di combattimento!”.

Nel giro dei minuti che seguirono, la successione dei fatti andò dipanandosi molto rapidamente. Ci fu un momento in cui la “corazzata tascabile”, che non era stata ancora avvistata dalle vedette britanniche, avrebbe potuto sganciarsi ed evitare lo scontro, allontanandosi a gran velocità; lo stesso Langsdorff, al quale rimaneva evidentemente qualche dubbio, chiese a Kay (il suo ufficiale in seconda) cosa ne pensasse: Kay, così come all’epoca Von Maerker parlando a Von Spee, consigliò di evitare la battaglia e di far perdere le tracce della corazzata nell’oceano. Invano: pensando che – una volta eliminato l’incrociatore – l’ipotetico convoglio sarebbe rimasto alla sua portata praticamente senza difesa, il comandante tedesco ordinó di aumentare la velocità a 27 nodi, con lieve correzione di rotta per puntare dritto sul nemico.

Mentre le navi inglesi, dove ci si era accorti della presenza del «panzerschiff» legato al pennacchio di fumo che era inevitabilmente derivato dall’avvenuta sollecitazione dei motori dell’Admiral Graf Spee, si dividevano tra loro, arrivo da parte del HMS Exeter – che era il più avanzato – la conferma della scoperta e identificazione della nave come “corazzata tascabile”: il Corsaro, finalmente! Nel frattempo, da parte tedesca c’era ormai piena consapevolezza del fatto che le unità prese inizialmente per cacciatorpediniere erano in realtà – e senza ombra di dubbio – due incrociatori leggeri inglesi. A questo punto, Langsdorff avrebbe dovuto pertanto comprendere che questa “novità” cambiava drasticamente il quadro: uno scontro con tre incrociatori (molto probabilmente più veloci del Admiral Graf Spee) avrebbe senza dubbio provocato danni ed avarie nel «panzerschiff»: scenario a maggior ragione peggiore, in assenza di un luogo sicuro dove poter effettuare le necessarie riparazioni; in più, negli ordini operativi era esplicitato chiaramente che si sarebbe dovuto evitare qualsiasi scontro diretto, anche se contro forze inferiori, a meno che la cosa non risultasse inevitabile.  Tuttavia, Langsdorff – proseguendo nella sua serie di erronee valutazioni, chissà a causa della usura psico-fisica accumulata, o vivendo forse al contrario quasi come una liberazione il potersi scontrare con il nemico – dovette giungere alla conclusione che ormai la sua nave era stata scoperta e che la cosa migliore sarebbe stata accettare battaglia, visto che in qualunque caso il nemico lo avrebbe senza dubbio attaccato o, per lo meno, si sarebbe messo al suo inseguimento.  

L’incrociatore leggero HMNZS Achilles, della Forza G britannica

Anche a bordo degli incrociatori della «Forza G» gli equipaggi erano stati ormai chiamati al posto di combattimento, mentre in contemporanea venivano avvisati dell’avvistamento tanto l’incrociatore HMS Cumberland (a Port Stanley) quanto gli ammiragli delle Forze «K» e «X». Era ormai passato un quarto d’ora dal primo avvistamento del nemico: a quel punto il Corsaro aprì il fuoco sul HMS Exeter con la sua torre trinata di poppa, alla distanza di 19.700 metri, mentre proseguiva in rotta di avvicinamento. L’incrociatore pesante inglese accostò a babordo per uscire dalla traiettoria di tiro e rispose quasi immediatamente con i suoi sei pezzi da 204 mm, quando il «panzerschiff» si trovava ormai alla distanza di 17.000 metri.

Era iniziato lo scontro navale che sarebbe passato alla storia come “la Battaglia del Rio de la Plata”.

Sulla corazzata Admiral Graf Spee il tiro dell’artigliera principale venne diviso, dedicando la torre di poppa al HMS Exeter, che navigava di controbordo, e quella prodiera al HMS Ajax e al HMNZS Achilles, che seguivano la stessa direzione del Corsaro (con rotte pressoché parallele) e in avvicinamento secondo gli ordini di Harwood. Onorando la tradizione della artiglieria navale tedesca, la cui efficacia e precisione era leggendaria già dai tempi della Kaiserliche Marine, il tiro della “corazzata tascabile” era risultato eccellente fin dall’inizio. Il HMS Exeter fu rapidamente colpito da proiettili da 280 mm; altri, pur cadendo in acqua (però molto vicini all’incrociatore) ebbero come l’effetto di scariche di mitragliere. L’effetto, già da subito, fu devastante e il tiro proseguì a ritmo rapido: perforati lo scafo ed i fumaioli, morti e feriti a bordo, distrutto un impianto lanciasiluri e crivellati i proiettori e l’aereo di tribordo. In più, quasi immediatamente, risultarono interrotti i circuti elettrici delle luci della direzione di tiro, con l’indicazione che ogni pezzo era carico e in puntamento; poi, un colpo diretto distrusse la torre «B» lasciando morti e feriti tra gli artiglieri: l’esplosione di questo proiettile diede inoltre luogo ad una sventagliata di schegge che investì il ponte di comando e fece ugualmente strage degli occupanti. All’atto pratico, malgrado il HMS Exeter continuasse a fare fuoco con le torri «A» e «C», a questo punto sull’incrociatore britannico era rimasto danneggiato il timone, e fuori uso i telegrafi di macchina e tutti i telefoni.

La battaglia del Rio de la Plata (13 dicembre 1939)

Nel frattempo, anche l’Admiral Graf Spee era stato colpito. Un proiettile da  203 mm dello stesso HMS Exter attraversò il lato destro al di sopra della corazza ed esplose sul ponte corazzato: questo risultò intaccato dalla deflagrazione, ma resistette; un altro proiettile sparato dal malridotto incrociatore passò tra il ponte dell’ammiraglio e l’albero di poppa del «panzerschiff», senza esplodere. Nel frattempo, i due incrociatri leggeri non furono in grado di mettere a segno alcun colpo, dovuto all’ordine di Harwood di accostare in fuori di 30°.

Di fatto, tanto il HMS Ajax e il HMNZS Achilles quanto la “corazzata tascabile” procedevano constantemente a zigzag per mantenersi fuori dalle traiettorie del tiro avversario: il Corsaro fu quindi libero di continuare ad incalzare il HMS Exeter.  La distanza tra le due navi dimuiva rapidamente; arrivati a 11.000 metri, l’incrociatore pesante incassò altri colpi diretti: gli stralli ed i paterazzi dell’albero di poppa furono recisi dalle schegge, con conseguente caduta dell’antenna radio; le catapulte degli aerei, e gli stessi velivoli, crivellati di colpi; vie d’acqua nello scafo, esplosioni, distruzioni ed incendi a bordo, con necessità di inondare i depositi di carburante per evitarne l’esplosione.

Tuttavia, il malridotto HMS Exeter continuava a lottare valorosamente, facendo fuoco con le torri di artiglieria che rimanevano funzionanti e tentando di lanciare i suoi siluri di tribordo contro l’Admiral Graf Spee. Poco dopo Langsdorff, proprio per il timore di essere silurato da una delle tre unità nemiche – che nel loro complesso contavano su un totale di veintidue tubi lanciasiluri ed essendosi divise tra loro si trovavano in una vantaggiosa posizione tattica per un attacco di questo tipo – ordinò di mettere barra a sinistra accostando di 150°, emettendo contemporaneamente fumo per nascondere i suoi movimenti.

Mentre il fuoco del HMS Ajax e del HMNZS Achilles continuava ad essere inefficace (dovuto alla distanza), malgrado il suo valore e tenacia il HMS Exter – sotto una vera pioggia di fuoco che ne stava distruggendo implacabilmente la chiglia, le torri e le macchine – dopo neanche mezz’ora dall’inizio dello scontro era praticamente fuori combattimento: oltre ai feriti, aveva registrato 50 caduti; rimanevano disponibili solo una torre binata da 203 mm e un pezzo da 102 mm; aveva imbarcato 650 tonnellate d’acqua ed era divorato da numerosi incendi;  era sbandato di oltre 10°, ed appruato di un metro.

In questa fase del combattimento il «panzerschiff», avendo praticamente invertito la rotta, aveva aumentato considerevolmente la sua distanza dagli incrociatori leggeri britannici: conseguentemente, il commodoro inglese ordinò di accostare a sinistra e aumentare la velocità fino a 31 nodi, per serrare le distanze e tentare nel contempo di salvare il HMS Exeter. Harwood, non potendo comunicare via radio con l’incrociatore pesante (le cui antenne erano state distrutte dal fuoco tedesco), decise di mettere rotta direttamente sul Corsaro, per arrivare a tiro il prima possibile: tuttavia, va sottolineato che questa manovra lo avrebbe momentaneamente privato della possibilità di impiego di metà della sua artiglieria.

Gli incrociatori leggeri britannici durante il combattimento.

A questo punto, si fa fatica a a capire l’atteggiamento di Langsdorff: visto che la sua nave era praticamente intatta (ed essendosi inoltre accorto che il suo principale avversario era praticamente fuori combattimento e procedeva a velocità molto ridotta), non vi è dubbio che la decisione più vantaggiosa – e tatticamente corretta  – sarebbe statta quella di fare con decisione rotta a nord e concentrare tutto il fuoco sugli incrociatori leggeri nemici; se questi avessero accettato lo scontro, li avrebbe affondati o comunque messi fuori combattimento, mentre se avessero optato per la ritirata avrebbe chiuso i conti con il HMS Exeter.

Niente di tutto questo: la corazzata tedesca volse la poppa al HMS Ajax e al HMNZS Achilles e continuò a fare fuoco sullo zoppicante e molto malridotto HMS Exeter, il che permise al commodoro Harwood di avvicinarsi senza rischi fino ad una distanza molto ridotta e mettere quindi a segno una serie di colpi sul Admiral Graf Spee. Mentre i tedeschi si avvicinavano all’incrociatore pesante per chiudere definitivamente la partita e chiudere i conti con l’unità principale della Forza G, Harwood poté infatti dirigere ad ovest fino a portata utile per i suoi sedici pezzi da 152 mm: una volta che la distanza si fu ridotta a soli diecimila metri, il Corsaro si trovò bene presto sotto un vero diluvio di proiettili sparati dai due incrociatori leggeri. Va sottolineato che tutti gli impatti che colpivano le torri trinate da 280 mm o la cintura corazzata si limitavano a rimbalzare per poi cadere in mare, mentre i restanti poterono causare sia danni che perdite nell’equipaggio: nonostante i danni e le avarie fossero all’atto pratico di scarsa importanza per la “corazzata tascabile” dal punto di vista della operatività ed efficienza bellica, tutto ciò sarebbe risultato sufficiente per indurre in seguito Langsdorff a lasciare lo scenario del combattimento per dirigersi verso Montevideo.

Ma andiamo con ordine. Ci furono come detto vari caduti e rimasero fuori servizio un dispostivo binato da 105 mm e il suo ascensore delle munizioni, la panetteria, la cucina dell’equipaggio, un ascensore delle munizioni da 150 mm e un complesso di cannoni antiaerei da 37 mm. Mentre un proiettile da 152 mm atraversava il castello di prua da un lato all’altro e andava ad esplodere sul babordo dello scafo, aprendo una falla delle dimensioni di un metro per due (benché in posizione abbastanza sopraelevata rispetto alla linea di galleggiamento), un altro proiettile – nell’attraversare il ponte di comando – formò molte schegge d’acciaio, alcune delle quali ferirono lo stesso Langsdorff. Questi ordinò al suo secondo ufficiale di raggiungerlo, pur senza cedergli il comando. Sicuramente, non possiamo scartare che l’essere rimasto ferito nel combattimento non abbia ulteriormente inciso sulla sua capacità di valutare la situazione, influendo pertanto sulle sue decisioni.     

Dopo aver abbandonato il HMS Exeter al suo destino – e nel giro di pochi minuti questa nave, a cui non restava più alcun pezzo in grado di sparare, dovette porre tutti i suoi sforzi per cercare di rimanere a galla e trascinarsi verso un approdo – il Corsaro mise rotta a ovest-nordovest per fare fronte ai due incrociatori leggeri britannici. Il HMS Ajax ebbe rapidamente le due torri poppiere da 152 mm fuori combattimento, mentre contemporaneamente andava in avaria uno dei cannoni prodieri dello stesso calibro. Harwood ordinò di fare rotta a nordovest per aumentare la distanza, e di lanciare dei siluri per ostacolare il tiro alla corazzata tedesca: la quale in effetti si allontanò momentaneamente dalle unità avversarie emettendo una cortina di fumo. Poi la distanza tra le navi tornò a ridursi rapidamente; gli incrociatori misero a segno altri colpi diretti sul Admiral Graf Spee, nonostante che – dovuto al fumo che veniva emesso dalle artiglierie pesante e media della corazzata – agli inglesi risultasse molto difficile apprezzare l’effetto dei colpi messi a segno, rimanendo loro l’impressione che sull’unità avversaria – che sembrava “incassare” in modo imperturbabile – tutto continuasse a funzionare alla perfezione. Con il HMS Exeter ormai mezzo affondato e con il HMS Ajax che poteva sparare solo con tre pezzi dell’artigliera principale, alle 07.38 un proiettile tedesco sparato dalla distanza di 4 miglia colpì l’albero di poppa della nave ammiraglia della Forza G e lo spezzò a metà, facendone rovinare in coperta la parte superiore e tutte le antenne: di conseguenza, Harwood ordinò di fare rotta a levante a tutta velocità, segnalando al HMNZS Achilles di seguirlo e stendere una cortina di fumo.   

Di fatto, questa repentina “fuga” degli incrociatori inglesi segnò la conclusione della Battaglia del Rio de la Plata: incredibilmente, infatti, invece di invertire immediatamente la rotta della sua nave per inseguire il nemico in ritirata ed annientarlo definitivamente, Langsdorff continuò a navigare verso occidente, moderando la velocità: aveva evidentemente valutato che la “corazzata tascabile”  non fosse in grado di sfidare l’oceano per intraprendere il viaggio di ritorno verso la Germania, decidendo che fosse necessario raggiungere un porto dove effettuare le opportune riparazioni.  

Va sottolineato come, in epoca successiva, questa decisione sia stata unanimemente giudicata del tutto erronea, tanto dai Tedeschi quanto dagli Inglesi.  

All’incredulo Harwood non rimase che il semplice compito di seguire – a distanza di sicurezza! – il Corsaro, il quale proseguì per tutta la giornata navigando in direzione ovest, verso Montevideo: all’atto pratico, molto più che una semplice battaglia che gli avversari avevano considerato già perduta, Langsdorff stava consegnando al nemico – su un vassoio d’argento, letteralemente – la sua stessa corazzata.

Una volta che l’Admiral Graf Spee ebbe gettato le ancore nel porto di Montevideo prima della mezzanotte del 13 dicembre, Langsdorff decise di non riprendere immediatamente il mare, dopo aver sbarcato i feriti ed avere rifornito la sua nave: in questo modo, sprecò la sua ultima occasione di scomparire un’altra volta nell’immensità dell’oceano. I cannoni ormai tacevano: ora iniziava un’altra battaglia, quella della diplomazia.

Continua…


Un giorno come oggi: 17 dicembre 1939 – La Guerra Crepuscolare (1)
Un giorno come oggi: 17 dicembre 1939 – La Guerra Crepuscolare (2)

BIBLIOGRAFIA

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