[INTERVISTA] Federico Marangoni. Ago, filo e moda nella Storia

di Carlo Cavazzuti


Oggi a Narrare di Storia proveremo a immergerci nel mondo degli aghi, dei fili, telai e stoffe. La moda è una parte del comportamento sociale che i più ignorano, ma che nella storia ha mosso gruppi e masse di individui in modo pressante.
Adesso molti sono soggetti a un disagio profondo nel non poter rientrare nei canoni di moda, ma un tempo era così? Proviamo a immaginare di aggirarci per i banchetti di un mercato cittadino delle epoche passate e vediamo cosa potrebbe esserci sui banchi e come vestivano le persone con un uomo che si può dire a pieno titolo un esperto della storia del costume essendo arrivato a pubblicare diversi testi che sono entrati nelle biblioteche di molti attenti ricostruttori: Federico Marangoni, docente all’università Primo Levi di Bologna e responsabile Nazionale dei settori Scherma Storica e Rievocazione Storica per l’Associazione Italiana Cultura e Sport (AICS), relatore di numerose conferenze in giro per l’Italia e all’estero e presidente della associazione storico-culturale Società dei Vai.
Io e Federico ci siamo incrociati spesso sui campi ricostruttivi, di competizione schermistica, e qualche volta su quelli istituzionali lavorando nello stesso settore per enti “concorrenti”. Personalmente lo stimo sia come schermidore che come ricostruttore e devo dire con piacere che non sono mai stato bacchettato troppo per le mie mise ricostruttive che ho sempre tentato di ricreare in modo accurato.
Gli ho posto alcune domande per comprendere meglio il suo lavoro e magari aiutare chi si interessa di ricostruzione a essere più corretto e far sì che il pubblico non abbia più certe assurde credenze.

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Federico Marangoni
  • Prima di iniziare con le domande tecniche andiamo a conoscere Federico. Cosa ci puoi dire di te, come ti definiresti?

Beh, io mi considero innanzitutto un amante della Storia, in particolare quella medievale e rinascimentale, e ho la grande fortuna di aver trovato un modo per me molto appagante per poter comunicare questa mia passione all’esterno. Poi in dettaglio mi occupo soprattutto di alcuni aspetti della cosiddetta cultura materiale del tempo, che riguardano da vicino la vita quotidiana delle persone di allora: la Storia del Costume, civile e militare, e della Scherma Storica.

  • Ci racconti il percorso che ti ha portato ad essere un esperto di storia della moda e un istruttore di scherma storica?

Il mio percorso è partito dallo studio della scherma storica, in primis quella rinascimentale della cosiddetta scuola bolognese, che a inizio Cinquecento nella mia città è stata “fondata” da due Maestri di scherma: Antonio Manciolino e Achille Marozzo. Studiando i loro trattati mi sono interessato agli abiti del tempo, perché nel frattempo avevo anche fondato una associazione di scherma e ricostruzione storica dedicata sia al periodo rinascimentale che a quello medievale. Le due attività secondo me possono essere usate assieme per ottenere un’unica e completa visione ed immersione nella realtà storica del tempo. E ovviamente per fare questo l’uso corretto di abbigliamento e armamento è fondamentale. Stiamo parlando di oltre 15 anni fa (come passa il tempo!) e nel frattempo ho sviluppato le mie conoscenze in entrambi i campi ottenendo certificazione di Istruttore di scherma storica presso AICS e OPES, due enti di promozione sportiva. Non a caso dal 2013 sono Responsabile Nazionale dei Settori Scherma Storica e Rievocazione Storica per l’Associazione Italiana Cultura e Sport – AICS, come riconoscimento delle mie attività per la crescita e la conoscenza di questi due ambiti. Da alcuni anni sono anche docente presso l’Università Primo Levi, collaboro con alcuni Musei curando eventi culturali e rievocativi, ho allestito alcune mostre di documenti antichi sulla storia del costume e collaboro con la Festa Internazionale della Storia di Bologna e il Festival del Medioevo di Gubbio.

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  • Come sono legati i due contesti: scherma e moda?

Ci sono due livelli che portano, o dovrebbero portare, l’appassionato di costume storico a interessarsi alla scherma e viceversa. Innanzitutto, come ho detto, secondo me se si vuole avere la sensazione realistica di come fosse il maneggio delle armi in un dato periodo, lo si dovrebbe fare con abiti ed indumenti del tempo. Provare un affondo con le Nike indossando una tuta elasticizzata è tutt’altra cosa che farlo con scarpe in pelle e calzoni cinquecenteschi, tanto per far un esempio. Per contro, chi si interessa di costume storico deve quantomeno esser consapevole che alcuni indumenti, spesso quelli che nell’immaginario comune sono più noti e apprezzati, implicano l’uso delle armi, perché sono magari i costumi da lanzichenecco o da dragone inglese. Quindi se vuoi ricostruire correttamente il templare armato da battaglia non puoi non aver nozioni di scherma storica.

  • Con Il Cerchio hai pubblicato sei libri (ammetto di averne solo quattro perché gli altri due non trattano periodi che curo molto), puoi raccontarci un poco come si procede a scrivere un saggio di storia del costume?

Sì, sono stato molto felice che la Casa Editrice Il Cerchio, per la quale lavora spesso persino Franco Cardini, e per i cui tipi sono stati pubblicati numerosi trattati di scherma storica, abbia apprezzato il mio progetto. Si tratta infatti di una collana di una decina di volumi, che coprirà tutto il periodo dal XII al XVII secolo, dedicandosi sia all’abbigliamento maschile che femminile, e forse un giorno anche a quello militare… Ma un saggio di storia del costume concettualmente non è differente da un qualsiasi altro saggio storico: vanno scelti il contesto(cronologico e geografico ad esempio) e le fonti ad esso relative, organizzati i materiali e finalizzato il discorso in modo da dare un quadro preciso di quello che si vuole descrivere al lettore. Io però ho cercato di compiere uno sforzo in più rispetto alla maggior parte dei lavori che in tempi recenti, sono stati pubblicati (e non sono pochi). Il mio obiettivo, infatti, era di far dialogare fra loro tre tipologie di fonti, che raramente vengono prese contemporaneamente in considerazione: i documenti d’archivio, le fonti iconografiche e i reperti archeologici, in modo da creare una relazione parole-immagini-oggetti che desse maggiore concretezza ai documenti e precisa contestualizzazione alle immagini. E questo vuole dire cercare e vagliare una gran messe di informazioni.

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  • Quanto sono importanti le fonti dirette (abiti storici conservati) per il tuo lavoro?

Gli abiti che sono giunti fino a noi sono importantissimi supporti alla ricostruzione storica, perché forniscono quelle informazioni pratiche che nessun documento o immagine potrà dare: come erano tagliati e cuciti i pezzi di un abito, qual era la densità dei fili della stoffa usata, come erano attaccate le decorazioni eccetera. Ma allo stesso tempo io cerco sempre di far capire a chi mi chiede consulenze e consigli, che un reperto è un caso unico dal quale è molto imprudente fare delle generalizzazioni. È come se tra qualche secolo si fosse conservata solo una automobile prodotta in questo decennio, diciamo una Mercedes classe A. Analizzandola in dettaglio potremmo scoprirne la struttura, e replicarla, ma non per questo possiamo assumere che tutte le auto a essa contemporanee abbiano lo stesso sistema di sospensioni o forma della marmitta.

  • In mancanza di un abito originale quali sono le fonti principali a cui ti affidi per realizzare un abito storicamente adeguato?

Premesso che io con ago e filo riesco sì e no a riattaccare un bottone a una camicia, quando devo consigliare qualcuno sulle metodologie di ricostruzione di un indumento (che si tratti di un rievocatore o di un artigiano storici) cerco di mediare il più possibile su una buona varietà di fonti ristrette però al periodo e alla zona di interesse. In questo modo, prendendo ad esempio informazioni sui colori disponibili dagli statuti dei tintori, sulla forma da alcune iconografie della città in cui si vuole situare la ricostruzione e sui materiali da note commerciali del tempo, è possibile ricostruire un indumento che sia realistico, perché realizzato con elementi e forme che al tempo è dimostrabile che esistessero. Ovviamente più informazioni si hanno, e più vicine tra loro, meglio sarà, ma non sempre è facile.

  • In una analisi iconografica quali sono i punti importanti da seguire?

Innanzitutto non bisogna fidarsi ciecamente delle immagini. A seconda del periodo ci possono essere simbolismi e significati reconditi negli oggetti ritratti, anche in periodi di arte particolarmente realistica. Bisogna quindi per prima cosa conoscere, se possibile, autore, soggetto e destinatario dell’opera per capire cosa può essere affidabile e cosa no. E poi confrontare le fonti, per cercare di capire cosa ha senso replicare e cosa no.

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  • Come si decide se una fonte può o meno essere attendibile?

Dipende da tanti aspetti, ed è un tema che si trova a cavallo tra la storia dell’arte e quella del costume. Se si conosce il soggetto dell’opera, ed è a tema religioso, allora meglio riferirsi solo alle figure marginali della scena che spesso, ma non sempre comunque, sono ritratte con indumenti contemporanei al pittore, per far capire all’osservatore che quella è gente comune. Se un’opera è un ritratto dovrebbe in genere essere abbastanza affidabile, ma a volte, soprattutto nel Rinascimento, ci si faceva ritrarre con vesti all’orientale, che non necessariamente rappresentano la quotidianità di quel personaggio.

  • Esistono archivi iconografici appositi per il costume?

Esistono numerose banche dati online di miniature tratte dai testi antichi conservati dalle biblioteche in tutto il mondo, ed esistono interi musei ormai resi visitabili anche online (penso per esempio all’ottimo sito della National Gallery di Londra, o del Metropolitan Museum di New York, ma anche il sito della Galleria degli Uffizi, incluse le collezioni di Palazzo Pitti, permette di vedere ottime immagini delle opere esposte). Se si intende invece un catalogo di opere che permetta la corrispondenza tra costume e iconografia allora no. Ed è per colmare un po’ questa lacuna che ho messo mano ai miei libri: per fornire, in volumi abbastanza semplici (ed economici) informazioni sia sull’aspetto che sulla terminologia degli abiti sviluppatisi nella storia. Però un archivio in cui siano presenti le migliaia e migliaia di affreschi, quadri, miniature in cui si vedono delle vesti ciascuno con una freccina che dica “questo è un farsetto” oppure “questa è una guarnacca” è un’opera titanica e, sinceramente, anche sovradimensionata.

  • Un ricostruttore di solito non riprende un personaggio ben preciso della storia (capita, ma non così spesso quanto si ci immagini), più spesso un individuo di una determinata classe sociale o ruolo. Per esempio decidiamo di ricostruire un borghese, un piccolo artigiano, o comunque un civile dell’epoca dei liberi comuni. Come si dovrebbe procedere in questa ricostruzione per essere certi di essere storicamente conforme?

Il mio metodo, sia come autore, che come docente che come consulente, è sempre lo stesso: l’unione delle fonti. Voglio rappresentare un artigiano veronese del 1340-1380? Bene, dovrò cercare per la forma delle vesti iconografie della zona (non per forza solo di Verona, ma non certo di Napoli o tedesche), per la scelta dei materiali informazioni sul costo dei tessuti e sulla loro disponibilità a quel tempo, per la quantità di vesti da fare informazioni sulla stratificazione (cioè quali e quanti indumenti avrebbe indossato una persona al tempo) e magari, ma qui siamo già a un ottimo livello di ricerca, qualche documento d’archivio che si riferisca a quel ceto sociale, fornendo quindi degli esempi effettivi di persone realmente esistite.

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  • Stando sul borghese della domanda precedente pensiamo che sia nudo e debba uscire di casa, come procede nel vestirsi e cosa indossa?

Va aggiunta una informazione alla domanda: di quale periodo e zona stiamo parlando? La aggiungo io: siamo in Italia a fine ‘200. L’uomo avrebbe avuto una camicia (questo il nome medievale, ma di fatto è una tunica tagliata linearmente) di buon lino sottile se stiamo parlando di un borghese benestante, di stoffa un po’ più grossolana se stiamo riferendoci ad un artigiano di minore status, a cui sarebbe stata sovrapposta una tunica detta anche gonnella, lunga fino oltre il ginocchio e piuttosto ampia sul corpo e soprattutto al fondo. A coprire i genitali, sotto la camicia, ci sono delle “mutandae” più simili a nostri pantaloni corti, anche queste di lino, sostenute da una cintura che regge mediante lacci anche le calze, che possiamo immaginare come le singole gambe di un nostro moderno pantalone, non unite dalla parte centrale né davanti né di dietro, probabilmente in lana, robusta ed elastica. Per uscire di casa poi si sarebbe senza dubbio messo una sopravveste, di solito detta guarnacca, con forme ancora più abbondanti.

  • E sua moglie sopra alla sua pelle come procederebbe a vestirsi e cosa avrebbe addosso?

Nel periodo in esame, e anche se fossimo nel XIV secolo in buona misura, salvo qualche differenza di termini, la donna avrebbe avuto la stessa stratificazione, ma con maggiori lunghezze. Le gambe delle donne, infatti, non erano quasi mai in vista, soprattutto se non erano impegnate in qualche lavoro fisico per cui si rincalzavano un po’ la veste (ma al massimo si sarebbe visto in tal caso il polpaccio o il ginocchio!). La camicia femminile scende oltre le ginocchia mentre la gonnella tocca quasi sempre per terra, e se si è la moglie di un ricco mercante si ha certamente anche un po’ di strascico. La sopravveste a sua volta giunge fino a terra. Più si va avanti con lo sviluppo della moda, che dopo il XIII secolo diverrà sempre più rapida (pur sembrando ai nostri occhi lenta, con cicli di alcuni decenni) più si diversificano le forme delle sopravvesti soprattutto, sia per gli uomini che per le donne, e anche in considerazione della stagione.

  • E gli eventuali figli? La moda infantile era così diversa da quella maschile o femminile del medesimo periodo?

No, i bambini sono sostanzialmente vestiti con le forme degli adulti scalate. A volte, però, nelle fonti pittoriche li troviamo mancanti di qualche elemento: bambini che giocano magari sono raffigurati senza calze e scarpe, oppure bambine di ceto medio prive di sopravveste in estate. È un po’ per risparmiare e un po’ per evitare di rovinare indumenti comunque di un certo costo.

  • Quali sono gli errori più comuni che un ricostruttore commette nella scelta e/o nella realizzazione del proprio costume?

Beh, gli errori più diffusi sono legati alle scelte delle stoffe, troppo moderne, o alla “modernizzazione” e semplificazione delle forme. Non siamo abituati a girare con abiti che strisciano per terra o con tre indumenti sovrapposti in estate, per cui si eliminano strati o si fanno abiti meno abbondanti del dovuto, o si usano stoffe che esistevano al tempo (come il lino) per indumenti come le sopravvesti che difficilmente sarebbero state realizzate con tali stoffe. Per non parlare, ovviamente, dei molti che ancora si ispirano ai film per i loro abiti, ingenuamente credendo che i film diano una corretta rappresentazione del costume del periodo trattato. Ciò accade purtroppo ancora troppo di rado.

  • Quanto margine di errore è concesso sulla storicità di un abito per essere accettabile? L’ipotetico: “Era la guarnacca del nonno e visto che mi stava, è ancora buona e sono povero per farmene una nuova, la uso.” o “Sono in Italia, ma ho un abito alla moda bizantina perché l’ho preso là quando sono andato a saccheggiare Costantinopoli in crociata”, “Non lo faccio di cotone perché l’America non era ancora stata scoperta” Può essere valido? (Non si stupiscano i lettori, ma queste sono risposte abbastanza comuni da parte di ricostruttori poco esperti in una rievocazione storica, poi, giusto per togliermi un sassolino dalla scarpa sappiate che già 5000 anni fa in Pakistan, India e Egitto, che non sono in America, si producevano filati di cotone…)

Riguardo al cotone si potrebbe aprire una parentesi non da poco, ma esula dagli scopi di questo intervento, perché tutto va contestualizzato. Non basta dire che una cosa esisteva prima per renderla accettabile al tempo. Posso aver saccheggiato Costantinopoli nel 1204 ma se vivo a Milano probabilmente non voglio essere scambiato per un forestiero e quindi quelle stoffe preziose le avrò magari vendute. Sull’indumento del padre il discorso è accettabile se si appartiene a classi molto basse, che facevano durare gli abiti decenni, ma comunque si cercava, anche se con lentezza e con notevoli approssimazioni e semplificazioni, di imitare le mode dei più ricchi. Il margine d’errore di un abito dipende secondo me dal contesto: se lo realizzo per una sagra della porchetta posso magari essere meno dettagliato, ma un conto è essere meno preciso e un conto è far vedere al pubblico qualcosa di sbagliato. In tal caso io sono contrario. Chi fa rievocazione in pubblico deve cercare di dare informazioni, anche visive, corrette al pubblico.

  • Sei un professore e non propriamente un sarto, ma potresti descriverci come dovrebbe essere la sua bottega nel medioevo e nel rinascimento italiano? Giusto per farci entrare un poco nella Storia.

L’arte del sarto è un’arte “liziera” cioè leggera, perché richiedeva pochi investimenti. Per cui in una bottega basso medievale avremmo avuto le stoffe portate dai clienti (difficilmente le avrebbe comprate il sarto stesso, anche se poteva accadere, ma in ogni caso non gli interi rotoli) dei banconi su cui effettuare l’operazione di taglio delle stoffa, riservata al Maestro, perché è l’operazione delicata che, se eseguita erroneamente spreca stoffa e quindi denaro del cliente, e poi panche e tavoli su cui i garzoni avrebbero portato avanti le operazioni di cucitura. Probabilmente pochi altri oggetti, qualche forbice, rocchetti di filo e aghi di varie dimensioni. Non immaginiamoci grandi quantità di abiti già pronti, perché i pret-a-porter doveva ancora venire. Ciononostante possiamo pensare che ci siano qua e là alcune cose pronte da consegnare.

  • Se volessimo entrare in una bottega di un mercante che vende stoffe nel 1400 circa, cosa troveremmo? Quali sarebbero i prezzi (logico non si vuole una stima esatta, ma giusto un ordine di grandezza)?

Beh, in questo caso invece non sarebbe molto diverso da una moderna bottega di tessuti. Pezze di stoffe di vario tipo, in cui di solito le sete operate ed i velluti broccati (che venivano realizzati con fili d’oro e d’argento!) sarebbero stati i più costosi, per poi scendere a sete di minore qualità e lane più o meno raffinate. Contava molto sui prezzi il fatto che fossero locali o meno e che tipo di lavorazione. Se pensate che un tessitore di broccati poteva produrre un solo rotolo di tessuto all’anno, e quindi con l’importo pagatogli dal mercante per la produzione, mantenere la famiglia, capite bene il costo che tale stoffa doveva avere. Poi più economici ancora erano i lini (se non importati da Francia e Germania, che invece erano molto cari) e alcune lane meno rifinite e di sola diffusione locale, come il panno romagnolo che era molto diffuso nelle campagne di Emilia Romagna e Toscana. Poi la tintura più o meno pregiata variava a sua volta il costo della stoffa, quindi è molto difficile dare un listino.

  • Il medioevo è stata un’epoca pregna di simbolismo e sicuramente questo non era mancante nell’ambito dell’abbigliamento. Puoi raccontarci qualcosa in merito?

Gli aspetti di maggior simbolismo si concentrano nelle immagini sacre, per cui spesso il costume della Vergine ha colori standard, blu il mantello, rossa la veste, entrambi spesso riccamente decorati a mostrarne anche esteriormente la nobiltà. Un altro aspetto tipico è la caratterizzazione dei personaggi per definirne l’origine geografica o storica. Spesso i soldati nelle crocifissioni sono rappresentati con strani elmi ed armature pittoresche, perché quello era il modo di vedere e di far capire a chi guardava, gli antichi romani.

  • Un abito quanto incideva sulla mostra del proprio status?

Attraverso le vesti si mostrava la propria ricchezza. Possiamo dire che era un po’ come le automobili oggi: girare per la città con un broccato d’oro o d’argento, magari con uno strascico che si prolungava dietro, era come girare in Lamborghini. E come con le auto c’era anche un importante mercato dell’usato, perché gli indumenti non perdevano di valore velocemente.

  • Adesso ci sono i grandi stilisti che dettano legge sulle passerelle delle sfilate e gli “Influencer” (purtroppo ci sono anche quelli) che trascinano le masse, ma un tempo chi o cos’era che dettava la moda?

Anche in questo caso ci sono differenze nei vari periodi. In generale però erano i clienti che chiedevano al sarto una certa forma del vestito e le norme tendono a punire il sarto che realizzi abiti dalle forme vietate (perché spesso c’erano leggi che limitavano gli sprechi e le ostentazioni maggiori) anche se gli venivano chieste dai clienti. Potrebbero anche esserci stati sarti innovativi che proponevano alle loro clienti forme nuove, ma pare che il processo fosse soprattutto quello contrario a quanto avviene oggi. Grandi influencer dell’inizio del rinascimento furono le principali dame d’Italia, come Isabella d’Este Gonzaga o Lucrezia Borgia, i cui vestiti erano poi imitati dalle altre corti della Penisola.

  • Cosa dovevi indossare e di quali colori per essere davvero alla moda nel medioevo e nel rinascimento italiano?

Le mode cambiano soprattutto nelle forme. I colori avevano costi diversi in ragione della materia tintoria, per cui per tutto medioevo e rinascimento il rosso è un best seller tra i ceti alti, perché era costoso e apprezzato. Ma nel corso del ‘500 la tintura del nero ha grande sviluppo e si affianca ai dettami della Controriforma, favorendone ulteriormente la diffusione. In generale i colori intensi e/o scuri erano più costosi e quindi più usati sugli abiti illustri.

  • Quanto l’uomo e la donna comune del passato risentivano della moda nella loro vita sociale? Quanto questo incideva, invece, nelle piccole o grandi corti dei nobili e re?

Le origini delle mode medievali sono varie. Nel ‘400 sono certamente le corti a influenzare la moda, e la moda italiana è ammirata ed imitata in Europa. Nel ‘300 ha il suo peso il grande tracollo dovuto alla Peste Nera, che favorisce il ricambio sociale e l’allontanamento dalle mode duecentesche, mentre nel ‘500 c’è spesso una commistione di mode nazionali ed internazionali, spesso di forte impronta militaresca, che quindi hanno radici tra la soldataglia più che tra i nobili. Però la scelta di una forma di indumento era molto importante: indossare vesti alla francese significava a volte manifestare la propria simpatia politica, scegliere di vestire “all’antica”, cioè con abiti di forma desueta, significava mostrare la propria avversione per le mode presenti, ed era cosa da anziani, ieri come oggi!

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  • La moda non è fatta solo di abiti, ma anche di accessori. Cos’era tipico dell’Italia nel medioevo e nel rinascimento?

Gli accessori sono molteplici, e includono la cintura e la borsa appesa ad essa in cui tenere denari e piccoli oggetti. Non vanno poi dimenticati i gioielli e le decorazioni preziose per copricapi e acconciature. Direi che forse l’elemento più duraturo sia per l’uomo che per la donna sia stato l’anello, o meglio gli anelli, perché chi poteva ne portava vari sulle due mani. Oggi gli uomini indossano solo la fede di solito, ma al tempo era comune che un uomo benestante avesse alcuni anelli con pietre varie alle dita.

  • Andiamo su qualcosa che è abbigliamento, ma non si vede o almeno non si dovrebbe vedere: l’intimo. C’era un equivalente dei moderni slip o boxer e delle mutandine e reggiseno per le donne?

Sì, quando nel secondo ‘300 si diffondono forme più aderenti e attillate di abiti, la biancheria intima maschile si fa più piccola e abbiamo forme molto simili ai moderni slip e boxer, chiusi da laccetti. Per le donne, invece, non ci sono evidenze che indossassero biancheria intima inguinale (a parte nel periodo mestruale), il che ovviamente pare strano a noi ma nella mentalità dell’epoca può trovare spiegazione nel fatto che le mutande erano concepite come indumento solo maschile e infatti, a inizio ‘500 quando le donne iniziano ad indossare ampi calzoni sotto la gonna, saranno pesantemente criticate. Per quanto riguarda il reggiseno si pensava che non fosse stato inventato per la prima volta nel XIX secolo, ma alcuni anni fa ne sono stati rinvenuti tre molto lisi e consumati ma decisamente dedicati a quello scopo, in un castello austriaco. Datati alla metà del ‘400 dimostrano che in effetti qualcuno ci aveva pensato, e alcuni testi mitteleuropei fanno pensare che in Francia e Germania ci potesse essere un certo uso di supportare il seno per farlo sembrare più grande. Purtroppo, come dicevo sopra, è un rinvenimento unico che dimostra l’inventiva degli uomini e delle donne del medioevo, ma non può essere usato per generalizzare a tutte le donne europee ed italiane.

  • Stiamo sul “Poco vestiti” e viriamo sul pruriginoso. Esisteva una qualche forma di abbigliamento erotico o comunque che fosse pensato per l’atto sessuale, o legato ad esso?

La sessualità medievale era molto diversa dalla nostra. Di solito le prostitute avevano indumenti appariscenti e cercavano di mostrarsi più eleganti di quanto la loro condizione permettesse, ma non direi che ci fosse un abbigliamento erotico. Le immagini di atti amorosi, sia lascivi che matrimoniali, mostrano coppie per lo più nude, oppure quasi completamente vestite se la scena avviene di soppiatto…

  • Uniamo scherma e costume. Quanto la moda influenzava le forme e i tipi delle armature?

C’è stato un reciproco scambio. In certi periodi le armature hanno seguito le forme imposte dalla moda (penso ad esempio ad alcune armature rinascimentali, impressionanti per il livello di decorazione, che imitano col metallo gli sbuffi delle vesti sottostanti), mentre in altri casi le forme l’aspetto militaresco del vestire civile è derivato dall’avere una forma di abiti civili simile a quella degli abiti militari.

  • Vagando per le strade di una città avremmo visto gente con un’armatura addosso e la spada al fianco come nei film?

Mi sento di dire che la cosa sarebbe stata rara. Ancora una volta però bisogna esser precisi nel porci i quesiti. Nel ‘500, per esempio, andare in giro per la città con la spada al fianco era proprio del ceto nobiliare, e quindi sarebbe stato comune (ma va ricordato che la percentuale di gentiluomini sulla popolazione totale era bassa). In armatura in giro per la città, invece, è davvero più difficile. Si sarebbero viste le truppe partire per una qualche spedizione, spesso di corto raggio e breve durata, oppure si sarebbero viste arrivare le milizie mercenarie assoldate (ma che si gradiva poco di avere in città…). E comunque va ricordato che le armature complete erano molto poche rispetto al numero di combattenti, perché erano appannaggio solo dei più facoltosi.

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  • Anche le armi facevano moda, in quale maniera?

Le armi hanno subito una evoluzione per lo più dettata da ragioni pratiche, ma poi su una forma base sono state decorate e modificate leggermente per andare incontro ai gusti del periodo, del committente e delle aree geografiche. Le armature alla tedesca, per esempio, non piacevano agli italiani, e gli armaioli del ‘400 e ‘500 italiani (i migliori in Europa per un buon tratto) le realizzavano specificatamente per l’esportazione.

  • Secondo te, e secondo la Storia, perché il costume maschile e femminile, anche solo nei mille anni circa di medioevo è cambiato così tanto?

Il termine MODA compare per la prima volta nel ‘600, ma la moda, cioè la modifica progressiva delle forme del vestire, compare quando una civiltà ha raggiunto un livello culturale e materiale sufficiente per iniziare ad apprezzare il valore estetico di queste modifiche, e una struttura sociale in cui quelle modifiche sono funzionali all’affermazione delle differenze di ceto. C’erano mode anche durante l’Impero Romano, e non a caso esistevano leggi suntuarie anche nell’antica Roma, ma quella imperiale, ormai stabilizzata in un sistema sufficientemente florido. Però è necessaria anche una certa mobilità, altrimenti ci si ingessa nelle stesse forme. Insomma l’Europa del Medioevo e del Rinascimento, con la sua congerie di popoli, con le sue continue guerre e commerci, che favoriscono, volenti o nolenti, scambi e contatti, con il suo mutevole sviluppo delle strutture sociali (dalla feudalità, ai Comuni, alle Signorie e poi ai Regni Nazionali) ha favorito forse più di ogni altro luogo il parallelo sviluppo di forme e gusti estetici vari. E la cultura occidentale che ancora oggi è imperante nel mondo, informa la quotidianità di quel gusto del bello e, soprattutto, del nuovo che provava il ricco mercante fiorentino di sei secoli fa, come il cortigiano francese del ‘600 come il nobile austroungarico dell’XIX secolo.

  • Una domanda che può sembrare banale ai tuoi occhi, ma che in molti so che si sono fatti. E mi hanno fatto. Nei film e per i più esperti nell’iconografia testuale si vede praticamente solo materiale tessuto, ma non esistevano i buoni e cari maglioni di lana a maglia? Se sì, perché non appaiono nelle iconografie?

Perché l’arte a maglia, quella delle nostre nonne che ci facevano quei simpaticissimi maglioni variopinti, che pure era conosciuta (con i debiti distinguo di tecniche e metodi) era una lavorazione per lo più domestica, a basso valore aggiunto e, quando sviluppatasi a livello artigianale, limitata solo a certi elementi del vestire. Per esempio molto diffuse a inizio rinascimento sono le calze “fatte ad ago”, ma non sono certo un elemento principe dell’iconografia. E comunque ricordiamo il valore di status symbol del tessuto. Un velluto di Venezia o una bella lana di Fiandra, magari lavorata a Firenze, mostra molto di più la mia ricchezza e quindi l’avrebbero comunque preferito a un maglioncino, anche se più comodo e aderente. Anche perché comunque non esisteva alcun marchio che avrebbe potuto nobilitarlo. Il giocatore di Polo e il coccodrillo erano ancora in là da venire.

  • Pensi che il tuo lavoro come storico della moda abbia influenzato il mondo della ricostruzione storica? Se sì, come.

Questa è una domanda assai infida. Da un lato l’umile studioso che è in me vorrebbe dire che una singola ricerca difficilmente da sola modifica un ambiente vasto e variegato, ma semplicemente aggiunge un tassello, perché anche in questo campo siamo nani sulle spalle di giganti. D’altro canto, però, stuzzica l’orgoglio del ricercatore che spera sempre di portare un contributo significativo al campo in cui opera, e quindi mi verrebbe da dire che ritengo che la diffusione dei miei testi in un ambiente, quello della rievocazione e ricostruzione storica, che si avvicinava raramente ai testi accademici, sia stato di incentivo al miglioramento di molti gruppi del settore. In realtà, per la possibilità di avere un contatto diretto con chi mi legge e segue, ritengo soprattutto utile il lavoro che sto da anni portando avanti soprattutto con le mie attività divulgative (conferenze e seminari in giro per l’Italia), che spesso riceve l’importante appoggio dell’AICS, sia a livello Nazionale che Regionale, finanziando convegni di studiosi, mostre ed eventi dedicati alla rievocazione e alla scherma storica e, non ultimo, addirittura organizzando un progetto, riconosciuto dal Servizio Civile Nazionale, dedicato alla storia del costume, che ho avuto l’onore di dirigere a Firenze per due anni. Comunque, quello che credo di essere riuscito a comunicare è un metodo, quello che io stesso applico, che si basa sulla conoscenza del periodo e delle fonti, che fa tesoro delle informazioni di storia materiale e di storia del costumi e che non si appoggia a stereotipi e “sentito dire”.

  • Hai infine un consiglio da dare a chi si appressa ora al mondo della ricostruzione e della scherma storica?

Io penso che chiunque si avvicini a questo ambiente debba partire da una passione per la storia che deve mettere in conto una certa dose di sacrificio, che sia allenarsi in sala scherma leggendo testi in lingua cinquecentesca, indossare tre strati di abiti a maniche lunghe in estate o  leggere libri o ascoltare conferenze senza morti inattese o scene di sesso (ogni riferimento a planetari successi televisivi è voluto!) come sono quelli di Storia del Costume. Chi lo fa solo per vincere una coppa in un torneo, o per buttare a terra gli avversari in una battaglia, o per fare bella figura con gli amici in una sfilata con il vestito di lycra, è liberissimo di farlo, ma a mio parere perde qualcosa, perde un’occasione di crescita personale e culturale per sé e per chi lo guarda.


Spero che le sue parole vi abbiamo interessato, affascinato e fatto apprendere qualcosa che ignoravate.
Magari ora guarderete con un occhio diverso le persone in abito storico che incontrerete nelle varie ricostruzioni e rievocazioni e, almeno per quelle brave, capirete l’impegno che è stato necessario per ottenere anche solo un piccolo oggetto come una spilla e poter dire se quella potesse passare inosservata e essere considerata comune in una città del ‘300.
La storia del costume potrà non essere pregna di vicende epiche, ma vi assicuro, avendola sfiorata alcune volte sia come ricostruttore che per alcune mie conferenze, che può essere assai interessante e farvi scoprire le origini di quello che tutti i giorni portate sulla pelle.


Se volete saperne di più sul suo lavoro o leggere i suoi testi ecco il link diretto al sito di Federico Marangoni.


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