[RECENSIONE] Gli ultimi eroi di Roma – Harry Sidebottom

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265 d.C. Valente è un giovane e ambizioso ufficiale dell’esercito romano. Viene incaricato di prendere parte a una missione rischiosa, insieme con uno sparuto gruppo di soldati. Il compito assegnato è quello di trarre il salvo il principe Sasan, che è stato imprigionato nell’impenetrabile Castello del Silenzio, una fortezza arroccata oltre la Mesopotamia, tra le montagne a sud del Mar Caspio. Soli in un territorio ostile, Valente e i suoi compagni verranno messi alla prova come mai prima d’ora. Specialmente quando, ad uno ad uno, cominceranno a morire in circostanze sospette… L’operazione di salvataggio sembra improvvisamente essersi trasformata in una missione suicida. Se vuole davvero avere una speranza di salvarsi, Valente dovrà conquistarsi la fiducia dei pochi soldati superstiti, per condurli in salvo prima che sia troppo tardi.

Ammetto che nei confronti di Harry Sidebottom sono un po’ parziale. Probabilmente perchè di tutti gli autori di romanzi storici che ho letto è il più competente, come testimonia ogni volta la nota storica simile alla bibliografia di un articolo accademico, e perchè finora ha sempre scelto un’ambientazione – il III secolo e l’impero in crisi – esplorata soltanto dall’ottimo Guido Cervo. Di Sidebottom avevo già parlato recensendo Fuoco a Oriente, suo romanzo d’esordio e primo della saga di Balista.

Partiamo da un dato importante: il romanzo è autoconclusivo. E’ presente qualche riferimento ad altri romanzi e personaggi dell’autore (il buon Balista viene citata un paio di volte) ma non è necessario aver letto gli altri suoi romanzi.

La trama è caratterizzata da un gran ritmo e da una grande varietà di situazioni (attacco di banditi, tempeste di sabbie, villaggi infidi, infiltrazione in una fortezza, romani prigionieri, grandi battaglie in campo aprto ecc.) e paesaggi (deserto mesopotamico, montagne dell’Iran, il mar Caspio, le palude dell’Ircania, la steppa pontica). Il “commando” inviato ad Oriente è costituito da dieci uomini e il protagonista Valente, inizialmente, è solo il vicecomandante. Il merito dell’autore è l’aver evitato uno svolgimento lineare della trama. La missione, infatti, è stata organizzata dal prefetto del pretorio a Roma e i dieci coinvolti sono quasi tutti frumentarii, cioè membri del servizio segreto; come però ci viene detto quasi subito, uno di loro lavora contro la missione. I pericolo che minacciano i nostri sono quindi due: i sassanidi, quindi l’imponente Castello del Silenzio dove il Gran Re Shapur esilia gli oppositori e gli avversari, e il traditore.
E’ un espediente narrativo semplice ma di grande effetto, che l’autore gestisce bene: prima ci convince che il traditore sia uno degli “occidentali” del gruppo, poi sembra essere un orientale e invece… non aggiungo altro ovviamente.

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L’impero sassanide al tempo di Shapur I (metà III secolo d.C.); il viaggio dei nostri inizia da Edessa e si snoda attraverso l’Arabistan, l’Adiabene, la Media, l’Ircania e… altri posticini interessanti.

Un difetto, almeno nelle prime pagine, è che i personaggi appaiono quasi tutti insieme, quindi si fa fatica nello stare dietro a tutti questi nomi. Con lo scorrere dei capitoli, tuttavia i personaggi acquistano una loro precisa fisionomia. Il narratore principale, come detto, è Valente. L’autore gli ha fornito un buon background: all’inizio è depresso e semi-alcolizzato perchè i suoi sogni di vendicare la famiglia, uccisa da dei banditi di strada, non si sono realizzati. Nel corso della missione (è stato scelto proprio perchè apparentemente innocuo) avrà modo di crescere e confermarsi come comandante e uomo. Un altro piccolo difetto è la presenza di qualche vicenda “riempitiva” a metà romanzo: di per sè interessanti, ma che nell’economia generale del racconto sono superflue.

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La resa di Valeriano, illustrazione di Angus McBride.

Dal punto di vista della ricostruzione storica l’autore, come dicevo, è il più preciso e scrupoloso che io abbia mai letto (forse persino superiore ad un mostro sacro come Colleen McCullough, di cui ho parlato qui): non mi stupisce, essendo egli un accademico abbastanza famoso nel suo campo. Per fare un esempio: la descrizione delle pratiche funerarie persiane riecheggia quella di autori della tarda antichità semisconosciuti come Agazia, che egli cita puntualmente nella nota storica in fondo al libro. O la religione manichea, i cui fondamenti sono esposti da uno dei membri della squadra. O la precisione nel descrivere gli stendardi delle famiglie nobili persiane.

C’è anche un “Epilogo” ambientato molti decenni dopo le vicende del romanzo. E’ un pezzo estremamente interessante che mi ha lasciato molte domande non sul finale, che è chiaro, ma sul significato che l’autore ha voluto dare al romanzo inserendo un epilogo del genere. Ho notato che Sidebottom è abbastanza attivo su Internet, quindi magari uno di questi giorni provo a contattarlo e glielo chiedo (tentar non nuoce, almeno credo).

Per quanto riguarda lo stile, Sidebottom è estremamente bravo nelle scene d’azione, descritte in modo maniacale, e nella descrizione dell’abbigliamento e dell’armamento: particolare importanti quando si ha a che fare con la splendida panoplia dei soldati persiani. Sidebottom ha uno stile che adoro: frasi brevi e concise con le subordinate ridotte all’osso.

Ecco una bella descrizione dell’esercito sassanide schierato prima della battaglia:

L’esercito sasanide era fermo e schierato verso sud lungo la pianura. Il brusco e rigido vento del Nord sferzava gli stendardi sopra le teste dei soldati. Leopardi e leoni ricamati, serpenti e leoni, bestie feroci e disegni astratti che evocavano Mazda e altre divinità fremevano e si muovevano a scatti…

Al centro, sotto un enorme stendardo con l’emblema di un orso, c’erano i clibanarii: quattromila nobili persiani corazzati, in sella a massicci stalloni altrettanto corazzati. Erano più ingombranti quindi, per evitare il rischio di essere colti di sorpresa, erano già in sella. Alcuni erano rivestiti di acciaio, uomo e bestia. Con maschere che coprivano le facce, avrebbero potuto essere statue. Molti indossavano vivaci soprabiti sopra la corazza: seta scarlatta e verde, gialla e blu, con l’araldica dei rispettivi clan. I motivi si ripetevano sulle gualdrappe dei cavalli. Altre cavalcature erano protette da corazze di corno color verde azzurro o cuoio rosso. Anche se la maggior parte aveva una custodia per l’arco fissata alla sella, quella era cavalleria d’urto. I fieri clibanarii facevano affidamento sulle alte lance che brandivano. Se le lance si spezzavano, avrebbero sguainato le spade che portavano al fianco.

In definitiva, se avete già letto e apprezzato Sidebottom, compratelo: rispetto ai romanzi della serie di Balista, questo Gli ultimi eroi di Roma ha un tono meno pessimista e tragico e una narrazione più compatta. Se non avete mai letto nulla di Sidebottom, è un ottimo modo di iniziare.

VOTO: 4½ su 5


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