“Tarquinio il Superbo” di Thierry Camous

Il più fastoso, il più potente dei re di Roma, colui che fece costruire i suoi monumenti più grandiosi e che impose ai Latini il suo potere, sarà considerato dai Romani un tiranno sanguinario. Il ricordo della sua dominazione basterà da solo a scongiurare per sempre il ritorno della monarchia.
Ma il Superbo fu davvero un tiranno così megalomane e crudele? O tale giudizio esprime il punto di vista dei vincitori, che volevano vendicarsi del nemico etrusco e rovinarne la reputazione, dopo averne distrutto il potere e persino l’identità culturale? E ancora, i sette re, di cui tre etruschi, regnarono veramente su Roma come sostengono in coro gli storici greci e romani?
Ripercorrendo le varie tappe di una leggenda, quella del re di Roma maledetto e superbo, l’autore cerca di scoprire le caratteristiche di un regno magnifico e crudele, quale fu la monarchia etrusca di Roma, indagando le cause della sua potenza.

Editore: Salerno.
Pagine: 288.
Uscita: 2017.
Formato: Ebook e cartaceo.


“E non c’è dubbio che addirittura Bruto, copertosi di gloria per l’espulsione del tirannico Tarquinio, avrebbe agito in modo dannosissimo per lo Stato, se il desiderio prematuro di libertà lo avesse trascinato a detronizzare qualcuno dei re precedenti.”

Così Tito Livio, in un brano (esordio del II libro della Storia di Roma) che mi ha sempre impressionato, commenta il trapasso dalla monarchia alla repubblica che, secondo la tradizione, avvenne nell’anno 509 a.C., oltre 250 anni dopo la fondazione della città, al termine del regno del “tiranno per antonomasia”, ovvero Tarquinio detto “Il Superbo”. Il passo di Tito Livio dimostra la consapevolezza che i Romani avevano della propria storia: cioè che l’età monarchica avesse posto molte della basi su cui poi la repubblica avrebbe costruito la propria grandezza; è un fatto che, invece, una certa scuola storiografica del passato non aveva ben compreso.

Il libro dello studioso Thierry Camous non tratta soltanto della vita del Superbo, ma si occupa lungamente della Roma del VI secolo a.C., ovvero della “Roma etrusca” (termine improprio ma che ci fa comodo) e dunque dei predecessori stessi del Superbo; grande spazio viene riservato anche al rapporto tra Roma e l’Etruria. Tale rapporto non è soltanto unidirezionale, cioè dalla “superiore” civiltà etrusca alla “inferiore” civiltà romano-latina, come si è spesso pensato e come in alcuni casi gli stessi Romani hanno equivocato.

…l’influenza etrusca sul Lazio non fu un fenomeno di acculturazione pura e semplice: soprattutto in tempi remoti, la cultura etrusca e quella latina erano reciprocamente porose: tra di esse vi fu una “ibridazione”. I pastori latini trasmisero alcuni elementi essenziali delle loro concezioni magico-religiose e della loro ideologia del potere ai proto-etruschi, prima che questi ultimi, dopo essere diventati una grande civiltà urbana, potessero influenzate a loro volta tutti i popoli meridionali vicini, perfino nella simbologia del potere. In altre parole, bisogna sbarazzarsi dello stereotipo secondo cu Roma debba tutto o quasi agli Etruschi, in quanto la realtà appare infinitamente più complessa.

Ricostruzione del tempio di Giove Ottimo Massimo: capolavoro artistico, cuore religioso dello stato romano e simbolo del potere della dinastia etrusca.

Camous non si limita a narrare i fatti prendendo brani delle fonti letterarie (che, ricordo, sono essenzialmente due, cioè la già citata Storia di Roma di Tito Livio e le Antichità Romane di Dionigi di Alicarnasso), ma usa un approccio multidisciplinare, che coinvolge l’archeologia e l’antropologia. Gli scavi a Roma e nel Lazio degli ultimi decenni hanno radicalmente alterato ciò che si pensava fino al secolo scorso della storia arcaica di Roma: la vecchia scuola “ipercritica”, così la chiama Camous nel testo, scuola storiografica che riteneva la storia di Roma precedente alle prime fonti scritte (cioè precedente al III secolo a.C.) quasi totalmente inventata, è ormai screditata.

Oggi possediamo importantissime evidenze archeologiche coeve ai Tarquini che confermano i racconti degli antichi o, anche se smentiscono alcuni particolari, ne confermano la sostanziale base di verità, come nel caso dei famosi dipinti della tomba François di Vulci. Gli scavi archeologici hanno ormai dimostrato in modo inconfutabile, oserei dire, che la “Roma dei Tarquini” fu davvero grande: il tempio di Giove Ottimo Massimo fu uno dei più grandi dell’antichità, così come grandissima era l’area racchiusa dalle prime mura di Roma, se rapportata ad altri esempi coevi. Non meno grande è l’ideologia della monarchia etrusca, ideologia che è stato possibile ricostruire dagli accenni e dai soliti ritrovamenti archeologici, come quelli del tempio della Fortuna nei pressi del Foro Boario; ideologia che dimostra la progressiva evoluzione della monarchia romana verso un modello tirannico sciolto da ogni controllo popolare o senatoriale.

Ciclo di pitture della tomba François di Vulci: originale (sopra) e ricostruzione (sotto). Servio Tullio-Mastarna è il secondo da sinistra.

Accanto al dato archeologico, Camous non esita ad analizzare i diversi episodi della storia di Tarquinio da un punto di vista antropologico (su cui io sono meno ferrato; spero dunque di non scrivere castronerie), facendo riferimento alle teorie dello storico delle religioni Georges Dumézil, che ha studiato l’apporto del substrato indoeuropeo alle civiltà successive; si pensi alla famosa tripartizione dei ruoli di una società in guerriero, sacerdote e agricoltore. Tale tripartizioni fu generatrice di usi, costumi, leggende e miti. Confesso che, personalmente, tali considerazioni non mi hanno mai convinto e forse Camous vi ha fatto ricorso, nel testo, un po’ troppe volte.

La scarsità delle fonti e la loro stratificazione successiva ci impediscono di ottenere un quadro reale del personaggio di Tarquinio il Superbo; ciò che possiamo e dobbiamo fare, però, è stabilire i punti fermi (e ci sono) e comprendere quali innesti abbiano influito su come la storia è stata raccontata. Camous su questo ha pochi dubbi. Tarquinio fu un personaggio reale, probabilmente nipote di Tarquinio Prisco; pur non avendo testimonianze dirette della sua esistenza, l’abbiamo di alcuni suoi contemporanei; alcuni attributi “tirannici” del suo regno sono, forse, una costruzione realizzata dalla tradizione romana, ormai divenuta repubblicana, nel V secolo a.C.

Tale tradizione “tirannica” non ha potuto però oscurare lo status di potenza più che regionale raggiunto da Roma in questo periodo e minuziosamente descritto Camous tramite il racconto delle vittoriose guerre di Tarquinio e dell’instaurazione del suo sistema di alleanze e città-vassalle:

Per la sua posizione dominante sul Lazio, la Roma di Tarquinio il Superbo diviene un vero e proprio punto strategico nell’Italia centrale tra Etruria e la Campania d’influenza etrusca, l’Italia greca e il mondo italico, la costa ricca di sale di Ostia e l’interno agricolo, grande consumatore dell’oro bianco.

Una delle eccellenti mappe del libro.

Degli eventi del 509, Camous ne parla come di un “colpo di stato” interno, più che di una rivoluzione popolare: alla famiglia di Tarquinio appartengono tutti i promotori (Bruto, Collatino, Lucrezio ecc.); quasi senza ostacoli è la fuga di Tarquinio da Roma. Confusissimi sono gli eventi e la successione dei consoli nei primi anni della repubblica. È proprio su questa ricostruzione che mi sento di fare uno dei pochi appunti al libro: Camous ignora del tutto, o li considera strumentali alla narrazione degli storici successivi, gli accenni degli autori antichi allo sfruttamente del popolo da parte del Superbo nei grandi lavori pubblici del suo regno (il tempio di Giove, la Cloaca Maxima e molto altro).

Anche per la vicenda di Porsenna, che probabilmente sconfisse la città e la costrinse ad un riconoscimento della propria autorità, Camous dubita fortemente del racconto delle fonti tradizionali (in cui Porsenna, in sostanza, rigetta Tarquinio dopo averlo accolto e averne usato la rivendicazione per attaccare l’Urbe) e arriva anzi a supporre che il condottiero etrusco sia stato, quasi, una sorta di “ottavo re” di Roma.

Stilisticamente, un pregio del libro è quello di non adottare il consueto stile “arido-accademico” di marca anglosassone; di tanto in tanto l’autore riesce ad introdurre alcuni argomenti con buona penna, quasi poetica (come ad esempio nella descrizione del moderno sito di Tarquinia).

Ad arricchire la narrazione ci sono alcune cartine davvero fatte bene, perché illustrano con dettaglio il Lazio del VI secolo, le conquiste dei re etruschi e l’urbanistica di Roma all’epoca; purtroppo non ci sono immagini o foto, mancanza che si avverte quando si parla dei numerosi reperti o in dettaglio di alcune aree della città.

In definitiva, a chi consiglio il libro? Non ad un pubblico di neofiti che del periodo storico in esame abbia solo memorie scolastiche o interesse recente (per costoro c’è il ben più agile libro di Res publica. Come Bruto cacciò l’ultimo re di Roma di Andrea Carandini, che però è discordante su alcuni punti con quello di Camous), ma ad un pubblico di esperti o già ben informati come, sia perdonata la mancanza di modestia, il sottoscritto, che ha in progettazione un romanzo storico proprio su questo periodo; libro di Camous che si rivolge dunque a chi voglia conoscere, in un quadro rigoroso e dettagliato, le ultime teorie sulla fine della monarchia e l’inizio della repubblica.


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