[FILM] Decumano Maximo

di Stefano BasilicoMilano, 15-17 febbraio 2022


Tre giorni di cinema: l’esordio a Milano di una proposta di elevato spessore artistico e grande, grandissimo valore culturale. Un evento nel quale la presenza in sala del regista Alessio Consorte e di Silvia Motta, riconosciuta esperta internazionale di astrofisica, ha rappresentato un indubbio valore aggiunto nel consentire una stimolante interazione con il pubblico presente in sala.

Un film, l’emozione di un viaggio attraverso i secoli e i millenni: tra archeologia, letteratura, astronomia, astrologia e astrofisica. Un procedere, ‹‹lento gradu››, lungo l’itinerario della antica Via Valeria: dall’Adriatico al Tirreno, da levante a ponente, come percorrendo un ideale ‹‹Decumano Maximo›› della penisola italica, vissuta ed interpretata alla stregua di un antico ‹‹castrum›› romano.

Una voce recitante guida lo spettatore tra valichi e giogaie, colline e anfratti, mura che ancora danno conto della loro struttura poderosa e resti di antiche fortificazioni, templi e necropoli. Riflessi di una storia antica, che evoca dapprima ricordi ed immagini di remota vita scolastica: quelli di una Roma – quiritaria e poi repubblicana – che dopo aver lottato per la sua pura sopravvivenza iniziava la sua espansione verso le regioni meridionali; perché prima era stato il tempo degli Orazi e Curiazi, poi Lucio Quinzio Cincinnato e il suo aratro, l’espressione corrucciata di Gaio Marcio Coriolano che rimane muto di fronte alla madre Veturia, Marco Furio Camillo prima nel decennale assedio a Veio e poi nell’atto di sbancare le bilance truccate di Brenno.

Ora l’espansione nelle regioni centro-meridionali dell’Italia, un intercambio reciproco continuo e quasi osmotico (sociale ed economico): il contatto con civiltà autoctone, nonché culture e religioni ancestrali. Dopo le interminabili Guerre Sannitiche, dalle Forche Caudine (321 a.C.) alla Battaglia del Sentino (295 a.C.: la “Battaglia delle Nazioni” dell’antichità, più di duemila anni prima della omonima – napoleonica – combattuta a Lipsia); dopo le Guerre Puniche, concretamente la prima “Guerra Mondiale” della storia combattuta in tre diverse fasi, tra le potenze egemoni del mondo antico nello scenario del Mediterraneo: ora la “Guerra Sociale” (91-88 a.C.). 

Una guerra diversa, come già chiarisce lo stesso Autore nel film: perché combattuta tra alleati; “sociale” perché è un conflitto tra ‹‹socii››, per l’appunto. Popoli desiderosi, ancor prima che storicamente destinati, a compenetrarsi ed interagire in sinergia, piuttosto che a combattersi. Sullo sfondo, la antica questione della cittadinanza a lungo negata da Roma alle città alleate della penisola italica. Per contro, popoli orgogliosi e consci della loro storia, cultura e tradizione: e quindi forse (ma anche senza “forse”) poco propensi a farsi semplicemente colonizzare, o passivamente assimilare.

Tutto ciò emerge potentemente nella visione della pellicola: una curatissima fotografia, con i riflessi di luce e le ombre delle diverse fasi della giornata; una colonna sonora che accompagna sempre efficacemente le immagini (sia che si tratti di pezzi conosciutissimi, come nel caso della Tetralogia wagneriana, o di brani meno noti); un racconto che rende conto di un profondissimo lavoro e studio preparatorio, e che evoca allo spettatore emozioni e riflessioni: come se fosse un lettore, con in mano un libro.

Quei fromboli, a manciate, raccolti tra i resti di mura e nei luoghi degli scontri armati: proiettili micidiali, lanciati con maestria da quei ‹‹funditores›› che – originari delle Isole Baleari e già in precedenza parte integrante dell’esercito cartaginese – sarebbero successivamente entrati a pieno titolo nelle legioni di Roma, accanto a ‹‹velites››, ‹‹triarii››, ‹‹principes››…  Tutta una tradizione di arte della lavorazione dei metalli, nell’ottenere proiettili di letale efficacia, a base di piombo, in equilibrio tra peso e densità: alcuni più grezzi, o anonimi, altri con la scritta “Italia” – evidentissima, in caratteri arcaici – come in una orgogliosa rivendicazione etnografica di sapore identitario. Ancora, “tesoretti” (come li definisce l’Autore stesso) di antiche monete, in tumuli votivi o sepolcrali: con l’effige del toro, e ancora la scritta “Italia” oppure “Vitellia”, sempre in caratteri arcaici; una civiltà di allevatori, una società economicamente e socialmente evoluta al punto tale da “battere” la propria moneta per farne uso negli scambi ed acquisti.

Quei resti di fortificazioni e costruzioni, in quel silenzio rotto dal vento che soffia tra montagne e colline; mura, templi, case e poi necropoli: un tesoro di cultura e memoria, tutto da scoprire. L’impressione nettissima che tutti quei luoghi, solo a scavare anche solo a partire dagli strati più superficiali, possano condividere un patrimonio muto. La percezione di un’impressionante conoscenza di astronomia, nell’aver verificato il preciso orientamento di molte costruzioni secondo le rivoluzioni celesti, nell’alternanza dei cicli delle costellazioni e delle stagioni: quell’identico preciso orientamento che troveremo nel cuore stesso di Roma, dal Foro all’Anfiteatro Flavio.

Ancora, la prova quasi fisica di quella compenetrazione reciproca: l’importanza della ‹‹aruspicina›› nella cultura, letteratura e civiltà dell’Urbe; suggestioni di antica sapienza osca ed etrusca, da cui deriva primariamente la disciplina divinatoria romana: autoctona italica, quindi, ben prima dei ‹‹Babylonios numeros›› di cui Quinto Orazio discorre con l’amica Leuconoe (Odi, I, 11), e di tutta quella conoscenza che al mondo romano sarebbe derivata dalla conquista del Medio Oriente e della Mezzaluna Fertile, allo schiudersi dell’Età Imperiale. Quella ‹‹aruspicina›› che avrebbe condizionato non solo la vita e le scelte quotidiane della gente, ma anche decisioni politiche e militari nel corso dei secoli: fino alle consultazioni preliminari alla fatale campagna mesopotamica di Flavio Claudio Giuliano, nella primavera dell’anno 363 d.C.

Un brivido autentico, pensando ad una conoscenza astronomica di tale profondità e portata, dove poi il concetto di “astronomia” si sovrappone – nell’età antica – a quello di “astrologia”. Da un lato i cicli delle stagioni e costellazioni che condizionano per esempio l’attività agricola, l’allevamento e la pastorizia: di ciò è chiaro riscontro per esempio nei versi con cui Publio Virgilio inizia le Georgiche

‹‹Quid faciat laetas segetes, quo sidere terram vertere, Maecenas, ulmisque adiungere vites conveniat, quae cura boum, qui cultus habendosit pecori, apibus quanta experientia parcis, hinc canere incipiam›› (Georg., I, 1-5).


[Che cosa renda abbondanti le messi, in quale stagione sia utile rivoltare con l’aratro la terra, o Mecenate, e unire le viti agli olmi, quale sia la cura per i buoi, quale trattamento si debba usare per allevare il bestiame, quanta esperienza occorra per curare bene le sobrie api, da qui inizierò a cantare]

Quell’opera poetica che – anche nel solco della nuova politica augustea – doveva servire a riscattare la antica sapienza agricola per insegnarla a soldati congedati che arrivavano su terre precedentemente confiscate ai legittimi proprietari, e che avrebbero dovuto imparare a usare vomeri invece di spade, e falci invece di lance.  

Ma c’è di più; molto di più. Astronomia e astrologia: gli interrogativi – diacronici – dell’uomo di fronte al destino e il suo cercare di carpire agli astri i segreti del futuro. Da un lato la ‹‹fortuna››, parola intesa nella accezione più propria della lingua latina come sorte cieca e afinalistica che può favorirti o sfavorirti, senza una regola e senza preavviso; d’altro canto, il dubbio dell’esistenza di un disegno superiore ed imperscrutabile che andrebbe oltre le capacità umane di incidervi.

Interrogativi e tormenti che nella cultura romana saranno ben visibili anche ben oltre, in età imperiale. Manilio, poeta dell’età di Tiberio che rielabora in latino gli “Astronomica” del greco Arato; il suo stoicismo astrologico, e ancor di più il suo “determinismo astrologico”: secondo cui essere nati e vivere sotto l’influsso o la presenza di certe costellazioni o circonvoluzioni di astri condiziona inesorabilmente i destini di individui e popoli. Il principe Germanico, nipote dell’Imperatore Tiberio: l’eroe di Idastaviso e del Vallo Angrivariano che poté recuperare le aquile delle legioni di Varo massacrate proditoriamente a Teutoburgo, autore di un poema giovanile chiamato “Aratea”. Più oltre, Cornelio Tacito: il massimo storico della latinità, che in una monografia etnografica che non ha precedenti nella letteratura antica propone il principio del “determinismo geografico”: concetto che ritroveremo poi anche nelle opere dell’età matura, in particolare quando descrive la valle del Mar Morto nella fase iniziale della narrazione della Campagna di Palestina del 69-70 d.C. (Historiae, V, 6); quello stesso Tacito che, dopo averci narrato nei primi sei libri degli Annales della personalità schiva e tormentata di un Cesare che scruta nelle notti stellate il cielo di Capri per decifrarne i segni, ci lascia un interrogativo che per l’uomo è un arcano insolubile, destinato a rimanere senza risposta nell’arco dei secoli:

‹‹sed mihi haec ac talia audienti in incerto iudicium est fatone res mortalium et necessitate immutabili an forte volvantur›› (Annales, VI, 22). 
[Quanto a me, nell’ascoltare tali e simili fatti, sono incerto nella valutazione se le vicende dei mortali si snodino secondo il destino ed una necessità immutabile o in base al caso]   

“Astrologia come potere”: potere politico, come efficacemente ricordato da Silvia Motta che – dopo un lungo periodo di approfondimento e studio in America Latina, in particolare delle piramidi dei Maya – sta ora analogamente indagando le coordinate astrali ed il loro significato rispetto alle antiche costruzioni della zona della Marsica e del Sannio. Scrutare le stelle e le circonvoluzioni astrali per comprendere e – forse – dominare il futuro.

Il ruolo della costellazione di Orione, con Betelgeuse, Bellatrix e Rigel. La Croce del Sud, che all’epoca era appena visibile anche alle nostre latitudini. E poi, la cosiddetta “Tredicesima Costellazione”, quella del Serpente: una costellazione che si posizionerebbe tra lo Scorpione e il Sagittario. Il serpente, che è tradizionalmente associato all’immagine di Minerva (dea della sapienza, e dei serpenti), nonché a quella della Medicina e della Farmacia: simbolo di sapienza e di conoscenza in quanto tale, quindi. Ancora, l’immagine del serpente che si mangia la coda come simbolo gnostico: quella stessa immagine che – apparsa in sogno allo scienziato tedesco August Kekulé (1829-1896) – avrebbe condotto alla comprensione della struttura chimica dell’anello benzenico.

Il viaggio lungo il ‹‹Decumano Maximo›› d’Italia prosegue: circa mezzo secolo più tardi, lo spettatore verrà condotto nella ricerca delle tracce del passaggio di Giulio Cesare in quelle stesse valli della Marsica e del Sannio, cruciali per il controllo della penisola dall’Adriatico al Tirreno nel corso del ‹‹Bellum Civile›› contro Pompeo.

Un viaggio che si concluderà poi a Utica, in terra tunisina: il ricordo di schiere di legionari abruzzesi, arruolati nell’esercito di Roma ed ormai pienamente integrati nella sua struttura sociale e militare, caduti proprio negli ultimi atti della guerra civile. Utica, là dove si suicidò Marco Porcio Catone nel 46 a.C.; dopo che a Tapso e Munda legioni di veterani valorosi e sperimentati si erano affrontate sanguinosamente tra loro in uno scontro fratricida talmente efferato da evocare versi di autentica esacrazione da parte di Anneo Lucano, poeta dell’età di Nerone:

‹‹Quis furor, o cives, quae tanta licentia ferri? gentibus invisis Latium praebere cruorem cumque superba foret Babylon spolianda tropaeis Ausoniis umbraque erraret Crassus inulta bella geri placuit nullos habitura triumphos›› (Farsalia, I, 8-12).

[Che follia, o cittadini, che sfrenato arbitrio delle armi offrire il sangue latino alle genti nemiche! Mentre si sarebbe dovuto spogliare la superba Babilonia dei trofei Ausonii, e l’ombra di Crasso vagava ancora invendicata. Avete dunque preferito scatenare guerre che non avrebbero avuto alcun trionfo?]

Lo spettatore/lettore è quindi arrivato a Utica, seguendo il percorso del ‹‹Decumano Maximo›› che aveva preso le mosse dalla Via Valeria; c’è una coerenza sottile, fatta di continuità storica e geografica, in tutto ciò: quel Decumano che porta sempre da un mare all’altro, nell’ambito del Mare Nostrum (o mare internum).

Fasi diverse storicamente e momenti talora geograficamente distanti: tutto vero, certamente; ma proprio quel Mare Nostrum sembra potersi interpretare come una cornice unificante: una sorta di “unità dinamica” nella quale possano confluire le tre unità aristoteliche, e in cui possano convergere e dipanarsi nel racconto – senza iato – vicende e personaggi differenti.

Tutto ciò vale anche per quel mondo della Marsica e del Sannio: che venuto da lontano e che – dopo conflitti anche aspri – si è poi integrato nel tessuto sociale, culturale ed economico di Roma, diventandone a pieno diritto una componente essenziale; e che deve ancora con ogni probabilità rivelarci una cospicua parte dei suoi tesori di cultura e tradizione storica: aspettiamo quindi di conoscere e poter percorrere le prossime tappe di questo viaggio nel tempo, con Alessio Consorte.    


Il trailer del film:

https://youtu.be/t1nUcjXeKqw

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