[STORIA] I grandi Romani dimenticati

In questo articolo raccolgo il contenuto di quattro post apparsi l’anno scorso sulla pagina Facebook del blog, che invito a seguire per non perdere niente di quello scrivo!

Ci occupiamo di quattro antichi Romani che compirono grandi imprese ai loro tempi ma che, per un motivo o per un altro, sono poi stati “dimenticati” dal grande pubblico. Compariranno due condottieri, un politico e un eroe della plebe.

Buona lettura!


Marco Sergio Silo, eroe di guerra con una mano di ferro

Iniziamo con un eroe della seconda guerra punica che fu anche il primo caso riportato in letteratura di uso di protesi.

Marco Sergio Silo era il capofamiglia di una delle più antiche famiglie patrizie romane, i Sergii, che, dopo aver rivestito il consolato numerose volte, aveva visto declinare la propria fortuna negli ultimi due secoli. Non è sicuro quando sia nato ma, basandosi sulla carriera che fece, si può ipotizzare attorno al 235 a.C.

Durante il secondo anno di servizio militare (primi anni della seconda guerra punica), dopo aver riportato ventitré ferite, perse la mano destra in battaglia. Come reagisce il nostro? Semplice, si fa fabbricare una mano di ferro, una vera e propria protesi, in modo da poter tenere con quella lo scudo e la spada con la sinistra. Torna a combattere e lo fa con grande valore per almeno una decina d’anni. Due volte si trova il cavallo ucciso sotto di lui. Finisce anche due volte prigioniero di Annibale per venti mesi, da cui fugge in entrambe le occasioni.
In seguito, finita la guerra, guida le truppe romane nella pianura padana contro i Galli, riconquista Cremona, difende Piacenza e saccheggia numerosi accampamenti nemici.

I successi militari gli permettono di intraprendere la carriera politica, cosa che da almeno centocinquanta anni nessuno della sua famiglia era riuscito a fare. Nel 197 a.C. diventa pretore urbano, la seconda carica dello stato dopo quella di console. Cosa accade allora? Alcuni senatori lo accusano di essere “impuro” a causa della sua menomazione. Sergio tiene allora un’orazione con cui ricorda tutto ciò che ha fatto in guerra proprio con la sua mano di ferro!

La storia di questo grande guerriero è riportata da Plinio nella Historia Naturalis (libro VII, 104-106) con commento finale: “Alcuni furono vincitori di uomini, Sergio vinse anche la sorte.Fatto interessante, Plinio cita esplicitamente l’orazione che lo stesso Sergio tenne, evidentemente ancora disponibile ai suoi tempi. Secondo alcuni Marco Sergio Silo è stato vittima, assieme agli altri Sergii, di una sorta di damnatio memoriae (viene citato solo di sfuggita nelle Storie di Tito Livio) a causa del suo più famoso discendente, Lucio Sergio Catilina.

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La moneta con il nostro eroe di guerra!

Oltre a queste fonti letterarie c’è anche una moneta emessa attorno al 116 a.C. da un suo discendente, che attesta come il nostro protagonista fosse ricordato con valore molti anni dopo la sua morte. Marco Sergio è il cavaliere che regge con la mano sinistra (non a caso) la spada e la testa di un barbaro. Presumibilmente, le redini del cavallo sono legate alla mano di ferro nella destra.

Gaio Popilio Lenate e il cerchio attorno al re

Gaio Popilio Lenate, di nobile famiglia, fu console nel 172 a.C. e tre anni dopo venne inviato come ambasciatore presso re Antioco IV di Siria (i seleucidi, insomma). Aveva il compito di consegnare il testo del senatoconsulto con cui si proibiva al sovrano di muovere guerra all’Egitto.

Così Tito Livio racconta l’episodio nella “Storia di Roma dalla sua fondazione” (libro XLIV, 12):

Dopo aver attraversato il Nilo, a circa quattro miglia da Alessandria, incontrò i membri della commissione romana, a cui diede un caloroso saluto. Tese la mano verso Popilio. Popilio, invece, pose le mani sulle tavolette su cui erano scritti i decreti del senato e gli disse prima di tutto di leggerli. Dopo averlo fatto, il re annunciò che avrebbe chiamato i suoi amici in consiglio e avrebbe considerato cosa conveniva fare. Popilio, severo e imperioso come sempre, disegnò un cerchio attorno al re con il bastone che portava e disse ‘Prima di fare un solo passo fuori di questo cerchio dammi una risposta da presentare al senato.’ Per qualche momento il re esitò, meravigliato di fronte a un così perentorio ordine, e infine replicò: ‘Farò quello che il senato ritiene giusto.’ Solo allora Popilio tese la mano verso il re come amico e alleato. Antioco evacuò l’Egitto alla data prestabilita.

L’episodio è attestato anche da Polibio, seppur con toni diversi da quelli di Livio. Il comportamento di Gaio Popilio Lenate entrò a far parte del corpus di racconti con cui i Romani, possiamo dire, “esaltavano se stessi”. In seguito però è stato pressoché dimenticato, al contrario di altri autori di “grandi gesti” (si pensi a Coriolano, Cincinnato, Muzio Scevola). Un resoconto romanzato dell’episodio si può trovare anche nel magnifico I giorni del potere di Colleen McCullough, che ho recensito poco tempo fa.

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Gneo Flavio, eroe della plebe

Le lotte tra patrizi e plebei, nella prima fase della repubblica, sono giustamente famose. Un aspetto dimenticato ma che illustra da una parte i privilegi dei patrizi e dall’altra le rivendicazioni della plebe è rappresentato dalle azioni di Gneo Flavio. Chi era costui? Era il figlio di un liberto ed era scrivano di Appio Claudio il Cieco, uno dei più importanti uomini politici dell’epoca e dalle tendenze “democratizzanti”.

Ai tempi di Gneo Flavio, il sistema giudiziario romano era fortemente sperequato a vantaggio dei patrizi: l’elenco dei giorni in cui era possibile intentare un processare (i dies fasti) e le formule precise che dovevano essere pronunciate per un’accusa e una testimonianza (le legis actiones) erano segrete. Secondo Tito Livio, Gneo Flavio sottrasse entrambi gli elenchi dagli archivi segreti del pontefice massimo e li affisse pubblicamente nel Foro. Nel 304 a.C. con grande scandalo della nobiltà fu eletto edile curule.

Così prosegue il racconto di Tito Livio in “Storia di Roma dalla sua fondazione” (IX, 46):

[Gneo Flavio] rese di pubblico dominio le formule del diritto civile, custodite negli archivi segreti dei pontefici, e fece affiggere nel Foro il calendario dei giorni fasti, perché tutti fossero al corrente dei giorni nei quali potevano adire le vie legali. Consacrò il tempio della Concordia nell’area di Vulcano, suscitando grande indignazione tra i nobili, perché in quell’occasione il pontefice massimo Cornelio Barbato fu costretto dal consenso unanime del popolo a suggerirgli le formule del rituale, non ostante continuasse a ripetere che per tradizione i soli autorizzati a consacrare un tempio erano il console o il comandante in capo delle forze armate. In seguito a quell’episodio, su proposta del senato, venne presentata al popolo una legge in virtù della quale nessuno poteva consacrare un tempio o un altare senza l’autorizzazione del senato o della maggioranza dei tribuni della plebe.

Il potere del patriziato si basava anche sul monopolio religioso. Solo i patrizi, in quanto eredi dei primi abitanti di Roma, potevano rapportarsi in modo corretto (cioè con le giuste formule, parole, gesti tramandati in segreto) con la divinità.

Un altro episodio colorito testimonia la sicurezza di questo personaggio. Sempre Tito Livio racconta:

Riferirò poi un episodio che di per sé non avrebbe alcuna importanza, ma che risulta essere una prova tangibile del senso di libertà della plebe davanti alla tracotanza nobiliare. Poiché Flavio era andato a fare visita a un collega malato, e i giovani nobili seduti intorno non si erano alzati di proposito al suo arrivo, egli fece portare laggiù la sedia curule e dall’alto di quel simbolo della sua autorità rimase a guardare i suoi avversari che si consumavano di rabbia.

Gneo Flavio non agì da solo. Grande importanza ebbe il suo patrono, Appio Claudio il Cieco, che potremmo considerare un “democratizzatore” della politica romana di allora, come testimonia ciò che fece quando detenne la carica della censura. E’ probabile, secondo alcuni storici moderni, che molte delle azioni attribuite a Gneo Flavio siano stato suggerite e concordate con Appio Claudio. Nonostante ciò, le formule giudiziarie pubblicate da Gneo Flavio hanno costituito il cosiddetto ius flavianum, il primo nucleo del diritto romano, il più importante contributo della civiltà romana.

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Costanzo III, imperatore tra barbari e usurpatori

Ecco il primo personaggio della Roma imperiale. Flavio Costanzo fu il generale e l’imperatore che seppe restaurare, anche se solo parzialmente, l’autorità dell’Impero d’Occidente all’inizio del V secolo.

La situazione era gravissima. Nell’inverno 405-406 una coalizione di Franchi, Svevi, Alamanni, Vandali, Alani e Burgundi aveva traversato il Reno ghiacciato ed era straripata in Gallia e in Spagna. Negli stessi anni Alarico aveva condotto i Visigoti in Italia e, dopo alterne vicende, aveva saccheggiato Roma nel 410. In reazione a tutto ciò, diversi usurpatori si erano sollevati contro l’inefficienza dell’imperatore Onorio o semplicemente erano stati elevati dagli stessi barbari invasori: Costantino in Gallia, Massimo in Spagna, mentre la Britannia veniva abbandonata.

A fronteggiare questa situazione venne chiamato Flavio Costanzo, romano di Sirmium, probabilmente uno degli uomini di Stilicone, il generale di origini barbare ma difensore dell’impero che Onorio aveva fatto sciaguratamente uccidere. Nominato magister militum Costanzo fu sovrano de facto dell’Occidente per una decina d’anni (411-421). Dovette fare affidamento sulla diplomazia e sull’astuzia non meno che sulle armi.

Riporto in successione cronologica i successi di Costanzo.

411: sconfitta di Geronzio, generale dell’usurpatore Massimo, che si ritira. Assedio di Arelate e cattura di Costantino, che verrà giustiziato a Ravenna.
412: i Burgundi e gli Alani sostengono un altro usurpatore Giovino, ma poi intervengono i Visigoti di Ataulfo che lo uccidono.
413: Costanzo riconosce i Burgundi e i Visigoti come foederati all’interno dell’impero.
414: Ataulfo rifiuta di restituire Galla Placidia, la sposa e nomina Prisco Attalo imperatore in Gallia. Costanzo interviene tramite un blocco navale e costringe i Visigoti, a corto di rifornimenti, a lasciare la Gallia per la Spagna. Prisco Attalo è catturato.
415: Ataulfo viene assassinato e gli succede il fratello Wallia, che restituisce Galla Placidia.
416: accordo con Vallia. In cambio dell’attacco ad Alani e Vandali in Spagna, Costanzo gli riconosce la condizione di foederatus in Aquitania. Le province della Baetica e della Tarraconense tornano in mani imperiali.
417: Costanzo riceve il consolato e la mano di Galla Placidia.
418: Concilio delle sette province (della Gallia meridionale) in cui si discute su quali terre dare ai Visigoti.
418-420: spedizioni minori in Armorica e contro i Franchi.
421: Costanzo riceve il titolo di “patrizio” e in febbraio diventa co-imperatore di Onorio. Non è riconosciuto dall’imperatore d’Oriente. Muore però in settembre, dopo solo sette mesi di regno.

In alto, situazione dell’impero prima (410 d.C.) e all’ascesa di Costanzo al trono (421 d.C.)

Costanzo fu uno degli ultimi grandi imperatori romani. In una situazione totalmente catastrofica, senza più un vero esercito, riuscì a recuperare territori immensi per l’impero nel giro di un decennio e, in qualche modo, a “gestire” le orde barbariche, ora mettendola l’una contro l’altra, ora controllandone l’insediamento. Dal suo matrimonio con Galla Placidia nacquero Valentiniano III, futuro imperatore, e Giusta Grata Onoria.


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