[LA GLADIATRICE] Auctorati, i volontari dell’arena

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Oggi parliamo degli auctorati cioè coloro che, pur essendo uomini liberi, combattevano volontariamente nell’arena. Chi erano? Cosa li spingeva a questa scelta? Come erano trattati rispetto agli altri gladiatori, che erano schiavi? Risponderemo a queste ed altre domande. Ricordo sempre che la mia principale fonte è Un giorno al Colosseo. Il mondo dei gladiatori, edito da Laterza, dell’accademico olandese Fik Meijer.

L’approfondimento è particolarmente importante dato che uno dei personaggi del mio romanzo, nonché caro amico della nostra protagonista, è proprio un “volontario dell’arena.”

Iniziamo dal significato della parola. Auctoratus deriva da auctoramentum, il contratto che il futuro gladiatore stipulava con il lanista di una scuola, in cui era indicato il periodo di permanenza, il numero di esibizioni, le cifre guadagnate e le armi con cui avrebbe combattuto. Tuttavia, cosa spingeva il nostro auctoratus a fare questo?

Sebbene l’arena fosse il territorio di ignobili prigionieri di guerra e degli schiavi, vi erano anche uomini che, affascinati dall’atmosfera e per amore del rischio, si presentavano volontariamente in una scuola di gladiatori e stipulavano un contratto per un certo termine. Dovevano essere soprattutto il desiderio di emozioni forti e i guadagni che li spingevano a rinunciare alla loro condizione di uomini liberi, a volte anche di cittadini romani, e a scegliere una vita in mezzo a degli schiavi, agli ordini di un lanista.

A volta c’erano anche ragioni particolari. Luciano di Samosato, nella sua opera Toxaris, racconta di uno scita che era entrato in una scuola gladiatoria sul Mar Nero per guadagnare le diecimila dracme necessarie per riscattare la libertà di un suo amico.

Per molti uno stimolo importante era costituito dalla possibilità di lasciarsi alle spalle la povertà, e la vita dei gladiatori rappresentava per loro la sicurezza che non avevano nella società normale: se erano disoccupati (o avevano solo un lavoro temporaneo) e riuscivano con grande difficoltà a provvedere al proprio mantenimento, diventando gladiatori avevano comunque l’assicurazione di essere ben curati e l’opportunità di guadagnare meglio.

Un’altra importante categoria di volontari erano i figli di senatori e di cavalieri, che però scendevano nell’arena a ben altre condizioni: si limitavano a pochi combattimenti e, soprattutto, non usavano armi affilati ma di legno. E’ difficile capire le ragioni psicologiche dietro tali scelte. Molti erano probabilmente emarginati dalle proprie famiglie e alla ricerca di un riscatto altrove. Una costante della legislazione imperiale in tema di gladiatori è la reiterata proibizione, per i membri delle classi alte, a scendere nell’arena; anche la letteratura (Tacito, Giovenale) ci ha lasciato descrizioni scandalizzate in proposito.

All’interno del ludus, la scuola gladiatoria, la vita del gladiatore-volontario era meno dura di quella dei gladiatori-schiavi. Egli infatti non veniva chiuso in una cella, non veniva legato ed era sostanzialmente libero di girare per il ludus e, sembra ma non è certo, occasionalmente anche all’esterno del ludus, cosa comprensibile visto che molti di questi volontari avevano famiglie e parenti. Le stele funerarie riflettono questa differenza: quelle degli auctorati sono generalmente più “ricche” e compaiono moglie, figli e altri parenti assenti in quelle dei gladiatori-schiavi.

Riporto quindi un esempio abbastanza famoso di un gladiatore che, con tutta probabilità, era un auctoratus: Urbico, gladiatore di Firenze, la cui stele funeraria ci è giunta integra, attualmente conservata a Milano.

443px-Milano_Stele_del_gladiatore_Urbico
Urbico, secutor, con le armi del mestiere, l’elmo appeso su un palo e un cane accanto a lui,

Questa la traduzione:

Questa tomba è dedicata ai Mani. Per Urbico, un secutor. Apparteneva alla prima categoria di gladiatori, era originario di Firenze, ha sostenuto tredici combattimenti e ha vissuto ventidue anni. Lascia due figlie, Olimpia di cinque mesi e Fortunensis, e la moglie Lauricia che ha vissuto per sette anni col suo benemerito sposo. Vi esorto a uccidere chi l’ha vinto. I suoi tifosi ne conserveranno la memoria.

Un reperto di questo genere apre uno spiraglio sulla vita dei gladiatori. Abbiamo un orizzonte familiare comune a qualsiasi altra persona; anche la rabbia per essere stato ucciso in giovane età, prima di essere liberato. Com’è tipico di molte iscrizioni funerarie romane, il morto si rivolge in prima persona al lettore, esortando alla vendetta.

Concludo con un estratto dal mio romanzo in cui il personaggio di Cupidino, retiarius amico della nostra protagonista, appare per la prima volta.

Cupidino si sistemò con il suo piatto accanto a lei e allungò le gambe sotto il tavolo. Cupidino era un retiarius perché era alto e dotato di arti più lunghi del normale. Con quelle lunghe braccia poteva colpire con il suo tridente e rimanere a distanza di sicurezza dall’avversario. Ma a valergli quel soprannome era stata, per contrasto, la sua bruttezza. Quel naso grosso che sembrava una pera e che diventava rosso non appena beveva un goccio di vino; quegli occhi piccoli e un po’ stupidi e quella barba così folta e riccia! Oh, non che gli altri gladiatori, mutilati dalle cicatrici e dalle ferite, avessero un volto migliore, ma Cupidino ispirava un certo ribrezzo. L’allenamento da gladiatore, però, gli aveva modellato bene il corpo.

Cupidino non era uno schiavo. Era un uomo libero che aveva deciso volontariamente di scendere nell’arena. Fenice lo aveva odiato. Né aveva cambiato idea quando aveva saputo che, al termine del contratto di cinque anni, Cupidino avrebbe ottenuto come premio per i suoi servigi una somma sufficiente per comprarsi un terreno e sistemarsi da qualche parte. In quanto uomo libero, Cupidino godeva di alcuni privilegi – uscite serali, sorveglianza ridotta, niente catene, istruttori che usavano poco il bastone – che a lei sarebbero stati negati anche una volta che avesse ottenuto il rudis. La spada di legno, infatti, non implicava la
libertà, ma solo la fine dei combattimenti. Anche allora, sarebbe rimasta una schiava della familia gladiatoria. Il suo affrancamento avrebbe potuto richiedere altri anni di attesa.
No. Aveva imparato a rispettare Cupidino fino al punto di
considerarlo un amico.

Per scoprire di più su Cupidino e gli altri personaggi, non ti resta che leggere il mio romanzo La gladiatrice – Una storia del regno di Domiziano.


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Ho scritto un romanzo!

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Fine del I secolo d.C. L’imperatore Domiziano, che si fa chiamare con l’appellativo di “dominus et deus”, annuncia la sua visita in una città del nord Italia. Per festeggiare l’evento, ordina che siano preparati in suo onore dei giochi tra gladiatori. Il nobile Gaio Valerio, organizzatore dei giochi, deve soddisfare la volontà dell’imperatore di veder combattere una gladiatrice. La prescelta è Eilis, schiava di origini britanniche che nell’arena si è guadagnata il soprannome di Fenice. Le richieste imperiali però non si fermano qui…

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