[SAGGIO] La grande storia della guerra (1) – John Keegan

 

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Preso in biblioteca!

Dal risvolto di copertina: Che cos’è la guerra? Il semplice “proseguimento della politica con altri mezzi”, come riteneva l’illuminista barone von Clausewitz, oppure una necessità profonda e oscura, legata a quell’irrazionale istinto di morte cui Freud condanna la specie umana?

La grande storia della guerra di John Keegan non è un semplice saggio di storia militare. La narrazione e la ricostruzione di battaglie non occupano la parte centrale di questo libro. E’ invece un’opera multidisciplinare in cui si fa ricorso ad un ampio spettro di conoscenze, fonti, studi: dall’economia all’antropologia, dalla psicologia alla geografia. Obiettivo: esplorare ogni aspetto con cui la guerra si è manifestata e studiare le possibili cause della sua origine.

L’opera è lunga (ma non lunghissima) ed estremamente densa di informazioni, teorie, fatti; pertanto suddivido l’articolo in ben 5 parti (!) tante quanti sono i capitoli del libro:

  1. La guerra nella storia dell’uomo.
  2. La pietra.
  3. La carne.
  4. Il ferro.
  5. Il fuoco.

Vi sono anche quattro intermezzi tra un capitolo e l’altro (limitazioni alla guerra, fortificazioni, eserciti, logistica e approvvigionamenti) che probabilmente approfondirò sulla pagina Facebook del blog.

Iniziamo questo lungo viaggio con John Keegan!

INTRODUZIONE

Ho trovato molto interessante che l’autore racconti di sè e di cosa lo ha portato a scrivere il libro. Personalmente sono consapevole che, in ambito storico-umanistico, l’imparzialità è impossibile. Ogni epoca rilegge i fatti che conosce (e in ogni epoca qualcosa si conosce di più, qualcos’altro di meno) alla luce di ciò che crede. Ogni autore ha una propria sensibilità che lo porta a soffermarsi su alcune cose e non su altre. Apprezzo quindi che Keegan, forse in modo inconsapevole, ci abbia spiegato quale sia il suo pregiudizio. Keegan ci racconta di come, zoppo a causa di una malattia infantile, non abbia potuto svolgere il servizio militare. Siamo nel 1952, la guerra è finita da pochi anni e tutti gli uomini vi hanno preso parte. Nonostante ciò e nonostante la sua infermità studia storia militare. Tutti i suoi amici, all’università, sono stati in guerra. Con un colpo di fortuna ottiene, giovanissimo, una cattedra nella prestigiosa accademia militare di Sandhurst. Qui entra in contatto con un elevato numero di ufficiali reduci dalla guerra (non solo il conflitto mondiale, ma anche numerosi conflitti coloniali). Si accorge che tutti portano ancora divise, medaglie e altri elementi riconoscitivi dei propri reggimenti; soprattutto, nota che ciò non è un mero sfoggio estetico ma che anzi costituisce l’essenza di questi uomini.

La lealtà di reggimento era la pietra di paragone della loro esistenza. Una divergenza personale poteva essere perdonata il giorno dopo, un affronto al reggimento non sarebbe stato dimenticato mai, o meglio non sarebbe mai stato fatto, tanto una cosa del genere avrebbe toccato i valori della tribù.
Il tribalismo, ecco che cosa aveva incontrato.

E’ questo il punto di partenza del libro e dell’opera di Keegan. La sua scoperta (senza dubbia resa possibile e acuita dal suo particolare stato di “non militare in mezzo a militari”) che la guerra non è solo la prosecuzione di un procedimento politico con altri mezzi; essa possiede molti altri aspetti e forse anche una propria natura, ancestrale e per certi versi connaturata all’uomo.

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Ammetto di aver scelto questa foto di Keegan per il gatto.

LA GUERRA NELLA STORIA DELL’UOMO

Che cos’è la guerra

La guerra è la prosecuzione del procedimento politico con altri mezzi. Questa è la corretta citazione della famosissima massima clausewitziana. Tuttavia dice Keegan:

Il pensiero di von Clausewitz è incompleto: implica l’esistenza di stati, di interessi statali e di un calcolo razionale circa il modo di soddisfarli. Ma la guerra precede di molti millenni lo Stato, la diplomazia e la strategia. La guerra è antica quasi quanto l’uomo stesso e si annida nelle nicchie più riposte del cuore umano, nicchie dove l’io cancella il fine razionale, dove regna l’orgoglio, dove domina l’emozione, dove l’istinto è sovrano.

L’idea che l’uomo sia un animale pensante dotato di intelletto che lo spinge ad uccidere non è mai stata facile da adottare in nessuna epoca: al tempo di Aristotele, a quello di Clausewitz e a quello contemporaneo.

La massima di Clausewitz deve essere vista come un tentativo di razionalizzare la guerra, ricondurla ad una struttura logica ed elevarla al rango di guerra vera; al tempo stesso definire un confine oltre il quale non c’è più la guerra vera ma la guerra reale: quest’ultima è la guerra endemica e senza fine in assenza di stato o in situazione pre-statali, dove non esiste la differenza tra portatori d’armi legittimi e non legittimi, dove ogni maschio è guerriero per forza, dove prevalgono il bottino, il saccheggio e il comportamento “vile.” Esempi clamorosi, per la mentalità occidentale al tempo di Clausewitz, furono i cosacchi nella campagna di Russia del 1812 e i klepthi, banditi e insorti greci contro il dominio turco nel 1820. Invano gli occidentali filoellenici cercarono di insegnare i principi della guerra occidentale (ranghi serrati, muoversi in fila, attesa sotto il fuoco nemico) ai klepthi. Erano due culture militari che non potevano comprendersi.

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Carl von Clausewitz dipinto K. W. Wach.

Chi era von Clausewitz?

Carl von Clausewitz (1780-1831), prima di ogni altra cosa, era un ufficiale di reggimento. I reggimenti erano stato il mezzo con cui gli stati assoluti si erano lasciati alle spalle le bande e le compagnie di età feudale.

Questi nuovi reggimenti acquisirono rapidamente un carattere diverso da quello delle bande mercenario del tardo feudalesimo… divenuti istituzione reali permanenti, stabilirono spesso un quartier generalo fisso in una città di provincia, reclutando soldati nella zona circostante e attingendo gli ufficiali dal ceto aristocratico.

Von Clausewitz entrò a undici anni nel 34° reggimento di fanteria prussiano, stanziato nella cittadina di Neuruppin, dove più di metà della popolazione era direttamente o indirettamente legata al reggimento.

La vita di von Clausewitz, ben indirizzata in questo binario, fu scossa dal totale insuccesso delle truppe (e del modello sociale) prussiano nel 1806. Le armate rivoluzionarie e napoleoniche dimostrarono di essere superiori a quella prussiane. Nel periodo 1806-1812 von Clausewitz dovette collaborare forzatamente con la Prussia asservita a Napoleone. Adottò la politica del “doppio patriottismo” finché non fuggì in Russia e collaborò con la zar per la libertà prussiana.

Solamente la disperazione avrebbe potuto indurre von Clausewitz a scegliere una strada così sovversiva; ma una volta imboccatala, egli ne fu stimolato a intraprendere una carriera di sovversione intellettuale che influenzò il mondo intero.

Lo sforzo razionalizzante di von Clausewitz è in primis derivato dalla reazione di orrore che l’ufficiale prussiano provò quando vide i metodi dei cosacchi nella campagna di Russia del 1812. Secondo, dal clima politico dell’epoca: la sconfitta della Prussia nel 1806 e poi, nel periodo della restaurazione post napoleonica, la necessità di fondare su solide basi la potenza prussiana. Von Clausewitz voleva che l’esercito prussiano avesse l’ardore di quello rivoluzionario francese all’interno però di un quadro conservatore: ordine e monarchia assoluta. Ecco lo scopo di Della guerra.

La guerra dei cosacchi è la guerra reale, imperfetta, sbagliata, inefficiente, inutile per lo stato e a volta anche dannosa. La guerra vera è quella dei soldati del corpo d’armata di Ostermann-Tolstoj alla battaglia di Borodino, che restò sotto immobile sotto il fuoco ravvicinato dell’artiglieria, in cui l’unico movimento era provocato dallo scompiglio dei corpi che cadevano: soldati forgiati da una volontà superiore, del tutto asserviti agli scopi politici della guerra. Assoluti individualisti e poco più che briganti, i cosacchi; assolutamente dediti allo stato i soldati russi a Borodino.

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Napoleone sulle alture di Borodino, impensierito dalla resistenza tenace dei soldati russi.

A mio parere, la differenza tra guerra reale guerra vera riecheggia, dal punto di vista filosofico, la differenza tra l’essere e il dover essere.

Von Clausewitz elaborò una teoria che innalzava i valori dell’ufficiale di reggimento – dedizione totale al dovere, fino a morire sulla bocca del cannone – alla condizione di credo politico, dispensandolo così da una riflessione più profonda.

Von Clausewitz incontrò fortuna solo molti anni dopo la sua morte, quando Helmut von Moltke, vincitore della guerra franco-prussiana, rivelò che aveva preso ispirazione dal Della Guerra di von Clausewitz.

Keegan fa anche un paragone, secondo me poco convincente, tra Karl Marx e von Clausewitz. Se Karl Marx è l’ideologo della rivoluzione russa, Carl von Clausewitz lo è della prima guerra mondiale.

La sezione si chiude con un’indiretta condanna di von Clausewitz. Quando l’ufficiale prussiano scrive l’Europa (post napoleonica) è un continente disarmato e pacifico; cent’anni dopo, milioni di uomini muoiono nelle trincee spinti da un’elitè che ha assorbito in pieno i dettami clausewitziani della guerra.

In sostanza, von Clausewitz si lasciò “irretire” dalle due istituzione che meglio conosceva, lo stato e il reggimento, e non concepì altri modi di fare la guerra. E’ una limitazione di cui lo stesso von Moltke era consapevole: nelle guerre europee adottò i principi clausewitziani; nelle guerra orientali cui fu coinvolto in gioventù, li mise da parte.

Se si osservano le culture militari ancor più singolari dei polinesiani, degli zulu, dei samurai, il cui modo di fare la guerra negava la razionalità della politica così come è intesa dagli occidentali, si capisce quanto l’idea della guerra come continuazione della politica sia incompleta, provinciale e in ultima analisi fuorviante.

La guerra come cultura

Keegan analizza quattro esempi di culture militari radicalmente diverse da quelle occidentali/clausewitziane: polinesiani, zulu, mamelucchi e samurai. In tutte queste culture, la guerra non fu la prosecuzione del procedimento politico. Riporto in modo approfondito il primo caso.

L’isola di Pasqua

La società polinesiana dell’isola di Pasqua aveva una struttura teocratica. I re-sacerdoti usa il mana (potere di mediazione) per garantire cibo e risorse sufficienti alla popolazione. Il mana gli conferisce dei diritti sacri, detti tapu. La società polinesiana era quindi sostanzialmente pacifica; questo finché le risorse erano di facile accesso. L’isola di Pasqua nè è l’esempi più spettacolare e tragico. L’esplosione demografica portò a consumare tutte le risorse e a disboscare l’intera isola. Nacquero i guerrieri e nuovi manufatti per uccidere. La struttura basata sui mana fu semplicemente annientata. Gli ultimi anni dell’isola furono caratterizzati da una guerra endemica, dal cannibalismo e dal tentativo di scavare grotte per isolarsi (su un’isola!) da una società sempre più selvaggia e violenta.

La guerra clausewitziana non era utile ai fini della cultura polinesiana. Tale cultura, pur non essendo libera, democratica, dinamica o creativa nelle accezioni occidentali di questi aggettivi, adeguava tuttavia gli strumenti locali ai fini scelti in maniera quasi perfettamente confacente alle condizioni di vita di i un’sola del Pacifico. Mana e tabù stabilivano un equilibrio tra i ruoli del capo, del guerriero e del membro del clan a vantaggio di tutti e tre. Se possiamo definire politica della vita polinesiana le reciproche relazioni tra loro, allora la guerra non fu la sua continuazione.

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Isola di Pasqua oggi. Esistono i resti di una trincea scavata per isolare la penisola Poike (a destra) dal resto dell’isola, uno degli esempi più tragici della disperazione cui giunsero gli abitanti.

La guerra fu la fine della politica sull’isola di Pasqua, non la sua continuazione.

Una cultura senza guerra

La concezione clausewitziana della guerra ebbe alterna fortuna nel corso del XX secolo. Dopo essere stato additato come responsabile indiretto delle guerre mondiali, il periodo post-1945 vide paradossalmente un rifiorire del pensiero di Clausewitz grazie all’invenzione delle bombe atomiche. La realtà storica disse che la guerra clausewitziana classica era finita e aveva lasciato il posto al concetto di deterrenza nucleare, che fu tuttavia inserito nel pensiero di Clausewitz.

Nella totalità dei casi, invece, si assistette a guerre che non furono combattute secondo principi clausewitziani: le rivolte coloniali in Algeria, la guerra di Mao, la durissima lotta partigiana di Tito. La guerra, insomma, dall’essere una lotta politica tra stati organizzati è un modo con cui le masse di diseredati della terra (o semplicemente di popoli emergenti) hanno trovato o creduto di trovare riscatto sociale. Devo però dire che l’autore sembra dimenticarsi dei vari conflitti arabo-israeliani che, secondo me, sono invece degli esempi classici di guerre clausewitziane (all’interno di un contesto che non è clausewitziano, comunque).

Keegan si dice convinto che l’umanità stia andando verso un futuro sostanzialmente pacifico. Così conclude il capitolo:

Argomento di questo libro è tracciare il corso della cultura umana attraverso il suo passato indubbiamente bellicoso verso un futuro potenzialmente pacifico.

Keegan scrive il suo libro all’inizio degli anni ’90, poco dopo la fine della guerra fredda, durante la guerra del golfo e gli inizi delle guerre nella ex-Iugoslavia. Giudica queste guerre come rimasugli di una concezione vecchia e antica sulla guerra, che verrà presto superata. Sostiene la sua affermazione dicendo che la guerra sta diventando un costo non sostenibile da un punto di vista sociale ed economico.

Io, potendo scrivere la bellezza di venticinque anni dopo, non condivido la sua fiducia. Il conflitto clausewitziano è senza dubbio in via di estinzione; la guerra, però, non lo è affatto. Non è soltanto questione di 11 settembre e scontro di civiltà. Personalmente ritengo che oggi esistano vari modi per condurre una guerra. Molti di essi sono non (o non troppo) violenti in termini di vite umane ma violentissimi in termini di risultati. Altri sono più “tradizionali” e sono perciò violenti in termini di vite umane. L’analisi di Keegan in questo punto è estremamente carente e smentita dai fatti più recenti.

Appuntamento a presto con la seconda parte dell’opera di Keegan. Riassumerò i contenuti del secondo capitolo, intitolato “La pietra”, dove si parla dell’epoca preistorica e del sorgere della violenza organizzata a partire da quella endemica, con interessanti riflessioni sulla natura dell’uomo.

SECONDA PARTE QUI


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Fine del I secolo d.C. L’imperatore Domiziano, che si fa chiamare con l’appellativo di “dominus et deus”, annuncia la sua visita in una città del nord Italia. Per festeggiare l’evento, ordina che siano preparati in suo onore dei giochi tra gladiatori. Il nobile Gaio Valerio, organizzatore dei giochi, deve soddisfare la volontà dell’imperatore di veder combattere una gladiatrice. La prescelta è Eilis, schiava di origini britanniche che nell’arena si è guadagnata il soprannome di Fenice. Le richieste imperiali però non si fermano qui…

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