[SCRITTURA] Il Punto di Vista: la Terza Persona Interna

Riprendiamo la nostra discussione sul punto di vista (point of view in inglese, POV per comodità) dove l’avevamo lasciata l’altra volta. E’ consigliato leggersi quell’articolo prima di questo perchè continuerò ad usare lo stesso testo: l’incontro di don Abbondio con i bravi de I promessi sposi. Prima però userò degli esempi creati ad hoc.

Oggi ci occupiamo della differenza tra Terza Persona Esterna (TPE) e Terza Persona Interna (TPI). E’ una differenza a volte grande, a volte sottile, a volte inesistente. Supponiamo che io voglia scrivere che Tizio pensa qualcosa di Caio. Usando la terza persona, esistono due possibili modi.

  1. Tizio pensò che Caio fosse un gran farabutto.
  2. Che gran farabutto!

La prima frase è scritta con la TPE. Lo scrittore ci dice che Tizio pensò una certa cosa. La seconda è scritta con la TPI. Come vedete, è una forma più breve, elegante e concisa: non appaiono né il soggetto (Tizio) né l’oggetto (Caio), ma nonostante ciò non c’è rischio di confusione. Soggetto e oggetto, infatti, si possono desumere dal resto del testo. Cosa ha fatto lo scrittore in questo caso? Non ci ha detto cosa Tizio pensa perchè ha riportato direttamente il suo pensiero. Immaginiamo un dialogo tra Tizio e Caio.

“Il prossimo anno esce la Playstation 5” disse Tizio.
“Sicuro? Chissà quanto costerà!” replicò Caio.
“Parecchio. Io sto già risparmiando per averla.”
Caio scoppiò a ridere. “Stupido! Io ruberò i soldi raccolti per i poveri in chiesa e non spenderò un euro di tasca mia.”
Tizio pensò che Caio fosse un gran farabutto.
oppure
Che gran farabutto!

Vedete? Usare il TPI offre immediatezza. Con il TPE siamo esterni alla situazione: vediamo Tizio pensare che Caio è un farabutto. Con il TPI siamo dentro Tizio e, assieme a lui, pensiamo male di Caio. E’ più efficace. Non c’è neanche rischio di equivocare: è chiaro chi è il soggetto che sta pensando e chi l’oggetto.

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Tra poco continueremo ad usare Manzoni.

Questo discorso si applica a molte altre situazioni. La narrativa con la tecnica del TPE richieda una miriade di verbi come “guardò, sentì, vide, pensò eccetera”, cioè verbi intermediari del concetto o azione che vogliamo esprimere. In particolare, il verbo “sentire” è spesso usato per rendere degli stati d’animo. Proseguiamo la scenetta di prima usando il TPE:

Tizio sentì odio nei confronti di Caio. Si promise che non l’avrebbe più frequentato.

Che in TPI diventa così:

Odiava Caio. Non voleva più avere niente a che fare con lui.

Di nuovo, usare il TPI conferisce immediatezza alla narrazione. Il filtro costituito dai verbi “sentire” e “promettere” è stato rimosso senza problemi.

A volte la differenza tra queste due forme è piccola. Capita solitamente quando un certo pensiero, discorso, visione si allungano e ripetere i verbi intermediari diventa ridicolo allora per forza di cose si usa (inconsciamente) il TPI.

Torniamo a don Abbondio! Il testo originale di Manzoni era questo (se l’avete già letto, saltate pure avanti):

Che i due descritti di sopra [i bravi] stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era cosa troppo evidente; ma quel che più dispiacque a don Abbondio fu il dover accorgersi, per certi atti, che l’aspettato era lui. Perchè, al suo apparire, coloro s’eran guardati in viso, alzando la testa, con un movimento dal quale si scorgeva che tutt’e due a un tratto avevan detto: è lui; quello che stava a cavalcioni s’era alzato, tirando la sua gamba sulla strada; l’altro s’era staccato dal muro; e tutt’e due gli s’avviavano incontro. Egli, tenendosi sempre il breviario aperto dinanzi, come se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per ispiar le mosse di coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito a un tratto da mille pensieri. Domandò subito in fretta a sè stesso, se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra o a sinistra; e gli sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se avesse peccato contro qualche potente, contro qualche vendicativo; ma, anche in quel turbamento, il testimonio consolante della coscienza lo rassicurava alquanto: i bravi però s’avvicinavano, guardandolo fisso. Mise l’indice e il medio della mano sinistra nel collare, come per raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto la faccia all’indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la coda dell’occhio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non vide  nessuno. Diede un’occhiata, al di sopra del muricciolo, ne’ campi: nessuno; un’altra più modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorchè i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro, perchè i momenti di quell’incertezza erano allora così penosi per lui, che non desiderava altro che d’abbreviarli. Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la faccia a tutta quella quiete e ilarità che potè, fece ogni sforzo per preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due galantuomini, disse mentalmente: ci siamo; e si fermò su due piedi. “Signor curato,” disse un di que’ due, piantandogli gli occhi in faccia.

Le parti sottolineate sono quelle del Narratore Onnisciente. Le parti non evidenziate in alcun modo sono scritte in Terza Persona (a volte Esterna a volte Interna). Le parti in grassetto sono in Prima Persona.

Avevamo modificato il testo così, usando la Terza Persona Esterna:

I due bravi lo videro. Si guardarono l’un l’altro in viso e fecero un cenno come a dire: è lui. Don Abbondio capì che stavano aspettando proprio lui e si preoccupò. Quello che stava a cavalcioni s’era alzato, tirando la sua gamba sulla strada; l’altro s’era staccato dal muro; e tutt’e due gli s’avviavano incontro. Don Abbondio, tenendo sempre il breviario aperto dinanzi, come se leggesse, spinse lo sguardo in su, per spiar le mosse dei due; fu assalito da mille pensieri quando se li vide venire incontro. Si domandò subito se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra o a sinistra; e gli sovvenne subito di no. Si chiese se aveva peccato contro qualche potente, contro qualcuno di vendicativo. No, non aveva fatto nulla. Si rassicurò. I bravi però s’avvicinavano, guardandolo fisso. Mise l’indice e il medio della mano sinistra nel collare, come per raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto la faccia all’indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la coda dell’occhio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non vide nessuno. Diede un’occhiata, al di sopra del muricciolo, nei campi: nessuno; un’altra più modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorché i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non poteva schivare il pericolo. Provava troppa pena ad aspettare. Pensò che era meglio sbrigarsi. Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la faccia a tutta quella quiete e ilarità che poté, fece ogni sforzo per preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due galantuomini pensò: ci siamo; e si fermò su due piedi. “Signor curato,” disse un di quei due, piantandogli gli occhi in faccia.

Le frasi sottolineate sono alcune di quelle che modificheremo. Siamo pronti. Usiamo la Terza Persona Interna così come l’abbiamo spiegata sopra:

I due bravi si guardarono l’un l’altro in viso e fecero un cenno come a dire: è lui. Lo stavano aspettando! Accidenti! Quello che stava a cavalcioni s’era alzato, tirando la sua gamba sulla strada; l’altro s’era staccato dal muro; tutt’e due gli s’avviavano incontro.
Doveva comportarsi normalmente. Tenne il breviario avanti a sé. Avrebbe fatto finta di leggere. Da sopra il margine poteva spiare le mosse dei due bravi. Venivano proprio incontro a lui! Ci sarà qualche uscita, a destra o a sinistra? Niente. Cosa aveva fatto di male? Aveva fatto qualche torto a un potente, uno di quelli vendicativi? Assolutamente no. Doveva stare tranquillo.
I bravi però s’avvicinavano, guardandolo fisso. Mise l’indice e il medio della mano sinistra nel collare. Finse di  raccomodarlo; girando le due dita intorno al collo, volse o la faccia all’indietro, torcendo insieme la bocca. Nessuno veniva da quella direzione. Anche oltre il muricciolo, nei campi, non c’era nessuno. Solo i bravi. Che fare? tornare indietro, non c’era più tempo: darla a gambe, era lo stesso che chiedere di essere inseguito o peggio. Non poteva schivare il pericolo. Che pena quell’attesa! Meglio sbrigarsi e farla finita. Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta. Doveva sembrare tranquillo e sicuro. Preparò un sorriso. I due galantuomini erano di fronte a lui. E’ il momento. Si fermò. “Signor curato,” disse un di quei due, piantandogli gli occhi in faccia.

Ogni filtro tra don Abbondio e il lettore è sparito. Non abbiamo “don Abbondio pensò che…” ma il pensiero esplicito del nostro personaggio. Per questo motivo il testo è più corto e rapido: don Abbondio è agitato, siamo a pochi passi da due brutti ceffi, non è tempo di lunghe riflessioni!

Spesso basta poco per passare dalla TPE alla TPI. Vediamo alcuni esempi di trasformazioni compiute.

Don Abbondio capì che stavano aspettando proprio lui e si preoccupò.
diventa
Lo stavano aspettando! Accidenti!

Spero risulti chiaro a tutti che la seconda frase è molto più immediata, efficace e “bella” della prima. Nella prima la preoccupazione di don Abbondio è abbastanza vaga. Nella seconda è esplicita: Accidenti! Con in più la libertà di poterla esplicitare nei modi che l’autore preferisce, in base al contesto del romanzo, al carattere del personaggio e così via. Altro esempio:

Pensò che era meglio sbrigarsi.
diventa
Era meglio sbrigarsi.

Questo esempio è ancor più chiaro. Quel “penso chè” è un’aggiunta del tutto inutile al messaggio che vogliamo comunicare. Don Abbondio si vuole sbrigare perchè ha paura. Infine:

Diede un’occhiata, al di sopra del muricciolo, nei campi: nessuno;
diventa
Anche oltre il muricciolo, nei campi, non c’era nessuno.

Anche qui, la TPE è ridondante. E’ ovvio che don Abbondio debba aver dato un’occhiata per scoprire che oltre il muricciolo non c’è nessuno! Se è ridondante, si può togliere. Così saremo noi, assieme a don Abbondio, a vedere che siamo soli con i bravi a poca distanza!

Qualcuno potrebbe pensare che questo lavoro è tutto sommato inutile, che esistono centinaia di opere scritte con la TPE che sono lo stesso bellissime. Tutto vero. Non lo nego. Penso che quelle opere sarebbero stato migliori di quanto già non siano se fossero state scritte con un narratore interno. Il problema, infatti, non è tanto la singola frase scritta con “pensò, vide, guardò” eccetera, ma è l’insieme. Un’intero romanzo scritto così non ci fornisce accesso diretto ai pensieri del personaggio. Alla lunga, si empatizza di meno. L’atmosfera generale è più “ovattata” di quello che potrebbe essere perchè passiamo molto a concentrarci su “don Abbondio pensa questo e quest’altro” invece di concentrarci direttamente sui suoi pensieri.

Per fare una metafora (che non riguarda il valore artistico e l’importanza dei quadri che sto per citare, sia chiaro), la Terza Persona Esterna è come un quadro del pittore inglese William Turner, noto per i suoi paesaggi “sfumati.”

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Roma, Campo Vaccino, William Turner, 1839

La Terza Persona Interna, invece, è un quadro di Canaletto, la cui precisione è entrata nella storia dell’arte.

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Piazza San Marco verso la Basilica, Canaletto, 1735

Un ultimo appunto. Il passaggio da TPE a TPI, nel caso di don Abbondio, ha prodotto un testo più breve e più incisivo. La brevità è stata data dalla natura della scena: rapida e concitata come era lo stato d’animo del nostro povero curato. Se invece avessimo avuto una scena diversa, probabilmente avremmo ottenuto un testo più lungo.

Come al solito, se avete appunti, correzioni o anche vostri esercizi sul POV, postateli pure nei commenti e ne parliamo.

Nel terzo e ultimo articolo sul POV useremo la Prima Persona. Vedremo come essa sia consigliata per gli autori inesperti e come permetta di far rispuntare fuori i giudizi espliciti, che avevamo cacciato via assieme al Narratore Onnisciente.

Buona Scrittura!


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