[SCRITTURA] Aggettivi: quando (quanto) vanno usati?

 

La domanda che ci poniamo oggi è questa: quanti aggettivi bisogna usare nella narrazione? Molti, pochi, nessuno? Esistono scuole di pensiero, stili antichi o moderni ed opinioni che coprono tutte queste tre opzioni. Non ho intenzione di fare un noioso elenco. Dirò come la penso io.

Come ho già avuto modo di scrivere, la letteratura ha il compito di produrre immagini nella mente del lettore. L’uso di un aggettivo, quindi, deve essere valutato sotto questa prospettiva.

A cosa serve un aggettivo? Nella stragrande maggioranza dei casi, un aggettivo esprime un giudizio. A livello mentale, l’aggettivo corrisponde solitamente alla sensazione istintiva che una persona o un oggetto ci restituiscono. Pensate a un concetto come la bellezza. Ci basta poco più di uno sguardo per decidere se per noi una persona è bella o no. Se ci venisse chiesto perchè è bella…dovremmo fare una descrizione lunga e dettagliata: viso, occhi, bocca, seno, gambe (nel caso di un uomo che guarda una donna). Dare l’aggettivo è fare narrativa povera e inefficace. Descrivere in dettaglio è ovviamente più difficile ma è buona narrativa, perchè comunica al lettore l’immagine di bellezza e gli permette di ricostruirsela da sola nella sua mente. Per questo i romanzi hanno un valore economico!

Facciamo tre esempi e analizziamo l’uso dell’aggettivo.

  1. I capelli di Elena sono belli.
  2. Le spalle di Mario sono larghe.
  3. Il bordo del tavolo è rosso.

Il caso 1 è sbagliato. I capelli sono belli, ma come? Lunghi, corti, fluenti, ricci? Non viene specificato. Una frase del genere non comunica un’immagine, ma soltanto il giudizio che il narratore in questione si è fatto di Elena. Magari i suoi criteri di bellezza sono diversi dai nostri. Pensate a certe tribù africane o amazzoniche che scarificano il proprio corpo per “abbellirsi”!

Correggiamo subito questo orrore narrativo.

I capelli di Elena sono biondi. Ad ogni movimento un paio di ciuffi le volteggiano sulla fronte. Morbide ciocche le ricadono lungo la schiena e sul petto, dove si adagiavano sulle forme del seno.

Una descrizione niente di che, però dinamica. E’ già qualcosa. Ovviamente descrivere solo un particolare di una persona ha poco senso, perchè un giudizio di bellezza, come in questo caso, riguarda un insieme di cose: capelli e occhi, per esempio. O capelli e seno, come ho fatto io.

360px-mursi_woman
In alcune tribù dell’Etiopia vige l’usanza di dilatare labbra e orecchie per consentire l’inserimento di dischi. Ciò rientra nella loro concezione di bello (e in molti riti di passaggio).

Il caso 2 è qualche gradino sopra il precedente. E’ accettabile se siete scrittori pigri per lettori pigri (voi non lo siete, vero?). Le spalle possono essere strette, normali o larghe. Limitarsi a questo, però, è un modo povero di fare narrativa. Al lettore non stiamo comunicando un’immagine efficace, destinata a rimanere impressa, ma una scolorita e sfocata. Se le spalle sono larghe (e se questo particolare è importante narrativamente) dobbiamo descriverle in modo adeguato.

Mario aveva le spalle larghe e gli capitava spesso di sbattere sui bordi della porta.

Ancora meglio.

Mario entrò nella stanza e sbatté sul bordo della porta con la spalla. Fece una smorfia e alzò la mano sconsolato.
— Quando sono agitato mi dimentico e…capita.

Oppure si può descrivere di come Mario una volta ha sfondato una porta con una spallata. Si è liberi di scegliere! Dovete però sempre chiedervi se il particolare descrivere è importante per la trama, per il personaggio o per l’ambientazione.

9788807883828_0_0_545_75
Capolavoro che dovete leggere e meditare moooolto a lungo.

Il caso 3 invece è corretto. Non tutti gli aggettivi esprimono un giudizio; i colori ne sono un esempio perfetto. Giallo, verde, rosso eccetera sono immagini precise. Non c’è modo di equivocare, a meno che non sia importante descrivere le diverse sfumature di un colore (caso raro).

Ricapitoliamo. Nella grande maggioranza dei casi, un aggettivo esprime un giudizio, non un’immagine. Esso va quindi sostituito con un’immagine. Questo va fatto soprattutto quando l’oggetto o la persona che stiamo descrivendo sono importanti narrativamente.

Faccio un esempio tratto da un romanzo storico che però non è strettamente “di genere”. Ecco come Giuseppe Tomasi di Lampedusa descrive don Fabrizio Salina, protagonista de Il gattopardo.

Non che fosse grasso: era soltanto immenso e fortissimo; la sua testa sfiorava (nelle case abitate dai comuni mortali) il rosone inferiore dei lampadari; le sue dita potevano accartocciare come carta velina le monete da un ducato; e fra villa Salina e la bottega di un orefice era un frequente andirivieni per la riparazione di forchette e cucchiai che la sua contenuta ira, a tavola, gli faceva spesso piegare in cerchio. Quelle dita, d’altronde, sapevano anche essere di tocco delicatissimo nel maneggiare e carezzare e di ciò si ricordava a proprio danno Maria Stella, la moglie; e le viti, le ghiere, i bottoni smerigliati dei telescopi, cannocchiali, e “cercatori di comete” che lassù, in cima alla villa, affollavano il suo osservatorio privato si mantenevano intatti sotto lo sfioramento leggero.

E’ un esempio fantastico. Non è un caso che Il gattopardo sia considerato uno dei capolavori della letteratura italiana e mondiale. La descrizione di don Fabrizio non è bella solo perchè piena di immagini concrete ma anche per l’uso sapiente degli aggettivi. “Immenso e fortissimo” vengono subito esplicitati; quel “case abitate dai comuni mortali” è fantastico, perchè fa subito capire la distanza abissale tra il principe e la sua grande residenza e le casupole dei popolani; molta attenzione viene date al “tocco” del principe, espressione di una “ira contenuta”; è geniale paragonare il contatto della moglie a quello dei cannocchiali e gli altri strumenti, perchè ci dice molto sul carattere di don Fabrizio. Tomasi di Lampedusa avrebbe potuto dire “trattava la moglie come trattava il proprio telescopio” ma sarebbe stata una frase insipida. Molto più significativo mostrare questo paragone tramite l’uso di opportuni aggettivi.

Dunque, usare troppi aggettivi è facile ma sbagliato; eliminare del tutto gli aggettivi è più difficile ma il risultato è altrettanto sterile. Usare pochi ma buoni aggettivi dovrebbe essere il vero obbiettivo di uno scrittore che voglia rimanere impresso nella mente del lettore.

Buona Scrittura!


Se l’articolo ti è piaciuto e non vuoi perderti gli altri, clicca mi piace, iscriviti alla mailing list o seguimi su WordPress.com!

2 pensieri su “[SCRITTURA] Aggettivi: quando (quanto) vanno usati?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...