
Lo zar che fece della Russia una potenza europea
Sullo sfondo monumentale dell'Europa e della Russia del XVII e XVIII secolo si svolge la magnifica storia di Pietro il Grande, uno dei sovrani più straordinari della storia. Impetuoso e testardo, generoso e crudele, tenero e spietato, uomo di enorme energia e complessità, Pietro il Grande rivive pienamente in questa eccezionale biografia.
La Storia con la S maiuscola è fatta dalle grandi personalità, che con il loro genio profetico modellano i popoli di cui sono a capo e ne indirizzano le sorti, oppure sono le forze sociali, i fattori economici e i sistemi culturali a muovere la Storia e a determinare dei fattori di costrizione che anche i “grandi uomini” devono rispettare? Ci si è spesso chiesti, facendo l’esempio della parabola di Napoleone Bonaparte, se il genio del còrso avesse potuto affermarsi anche in un’epoca differente e meno tormentata dell’età rivoluzionaria in cui egli visse. Forse, è stato detto, fu proprio il clima di quell’epoca a permettere l’ascesa di Napoleone; che, dunque, in altri periodi (questa è la conseguenza) non avrebbe avuto la stessa influenza che ebbe.
La biografia di Pietro il Grande (1672-1725), che fu prima zar (dal 1682 al 1689 sotto la reggenza della sorellastra Sofia, e poi fino al 1696 assieme al fratellastro Ivan e infine da solo nel periodo 1696-1721) e poi imperatore di Russia (1721-1725), scritta dal giornalista e storico americano Robert K. Massie nella seconda metà del secolo scorso (la prima edizione è del 1980 e il premio Pulitzer per la biografia dell’anno successivo), aderisce senza dubbio alla prima scuola di pensiero. Nel caso di Pietro, è convinto l’autore, siamo di fronte ad un gigante – gigante nel corpo come nello spirito – animato da una volontà ferrea, le cui azioni hanno modellato per sempre la storia della Russia e di tutte le terre ad essa confinanti, con riverberi che giungono fino all’oggi.

La costruzione del personaggio “Pietro” procede per gradi. Il primo capitolo, introduttivo al mondo in cui il futuro zar nasce, è anche il più “narrativo” dell’opera. Con felice mano, Massie ci offre una visione di Mosca, all’epoca città già immensa ma molto diversa da qualsiasi altra capitale europea: città-giardino fatta di legno e dominate dalle cupole delle sue chiese e dalla fortezza del Cremlino, su cui regna lo “zar”, autocrate nel senso più puro della parola e che, inoltre, al contrario di un qualsiasi sovrano occidentale, non ha come contrappeso una gerarchia ecclesiastica potente come quella rappresentata dalla Chiesa Cattolica di Roma. Anche esteticamente il contrasto non potrebbe essere più stridente: i nobili russi, i “boiari”, lasciano crescere lunghe barbe di cui sono orgogliosissimi; le vesti sono lunghe e pesanti, adatte all’inverno; le donne vivono recluse in casa, sotto l’autorità maschile. Lo zar è Alessio I, sovrano rigoroso e religiosissimo.

Un’opposizione al potere dello zar, tuttavia, esiste: come nell’antica Roma, c’è una forza militare, ormai inefficiente e antiquata, spesso corrotta, sempre turbolenta con deboli sovrani, che è accampata nel cuore stesso della capitale: sono gli “Strelizzi” (la parola russa è variamente traslitterata), soldati un tempo valorosi ma ormai arroganti e protervi.
La Russia non ha sbocchi sul mare, se non la lontanissima Arcangelo, affacciata sul Mar Glaciale, gelata e inaccessibile per molti mesi all’anno. La dinastia Romanov è al potere da meno di un secolo e ha avuto fortune alterne: ha saputo cacciare i polacchi, che avevano persino occupato la città di Mosca per un breve periodo e imposto degli zar fantoccio; ha espanso i propri domini verso la Siberia; ma di recente ha perso la costa baltica (e l’accesso a questo mare) a favore della Svezia, potenza luterana della regione nordica.
In questo mondo, apparentemente impermeabile ad ogni influenza esterna, esiste tuttavia, nel cuore di Mosca, un quartiere, detto “Tedesco”, riservato agli stranieri che per vari motivi (mercanti, diplomatici ecc.) nella città risiedono.

In questo ambiente nasce e cresce Pietro, figlio della seconda moglie dello zar Alessio. Le vicende per il nostro – che ascende al trono dopo la morte del fratello maggiore Fëdor, ma che poi deve condividere il potere con l’altro fratello, il debole e malato Ivan, il tutto però sotto l’effettiva reggenza di Sofia, sorella maggiore – sarebbero lunghe da seguire. Ciò che più interessa è tratteggiare l’interpretazione della figura di Pietro che fornisce l’autore. Un momento fondamentale è quello dell’educazione quasi autodidatta di Pietro che, caso quasi unico nella storia, è improntata del tutto alla manualità. Una serie di coincidenze fortunate permette al giovanissimo zar di sfogare la propria passione per la guerra e per i costumi e le tecniche degli stranieri occidentali. Negli anni della reggenza di Sofia l’adolescente Pietro visse recluso nella campagna di Preobrazhenskoye, dove fu libero di sfogare la propria passione per la guerra. E, incredibile ma vero, il successivo nucleo dei due primi reggimenti della Guardia Imperiale Russa, che di lì a poco avrebbe preso il posto degli Strelizzi e si sarebbe poi coperta di gloria nella grande guerra del nord, fu inizialmente costituito dalla “armata giocattolo” dove i primi arruolati furono compagni di giochi, amici, figli della nobiltà che costituivano la piccola corte dello zar.

E tuttavia, la passione dello zar per la guerra impallidisce di fronte a quella per la navigazione: questo è qualcosa di ancor più incredibile. La Russia non era una nazione di mare; la navigazione si limitava ai fiumi. Non esistevano più, dopo la sconfitta nella precedente guerra con la Svezia e la perdita della costa baltica, cantieri, manovalanza specialistica, una scuola di marina o di ufficiali: né tecnica né tradizione, insomma. Né lo zar aveva mai visto il mare (lo fece per la prima volta nel 1693 ad Arcangelo) né veri vascelli da guerra. Eppure, il più grande impegno di Pietro fu quello di dotare la Russia di porti su ogni mare e far navigare su questi delle flotte russe. Per far ciò, lo zar si impegnò in prima persona – letteralmente con le proprie mani – nel costruire e navigare da sé una prima piccola fregata; viaggiò in Europa e passò lunghi mesi nei cantieri olandesi per imparare da sé come costruire una nave. Ancor di più, ingaggiò decine di tecnici europei – fra cui italiani per la costruzione delle galee – e mandò altrettanti giovani e nobili russi in Europa a studiare. I legami tra il mondo russo e quello europeo, spezzati dall’invasione mongola del XIII secolo, venivano finalmente e definitivamente riannodati dallo zar Pietro.

Queste sono le premesse della biografia di Pietro il Grande di Robert K. Massie; da questo l’autore muove per raccontare l’intera vicenda di questo straordinario, determinato e profetico zar attraverso la straordinaria vicenda della “Grande Ambasceria” del 1696-1697; la “Grande Guerra del Nord” del 1700-1721 che vide lo scontro titanico tra l’impero svedese di Carlo XII e lo zar Pietro; l’epica lotta con gli ottomani in due guerre; la spedizione nel Caspio; gli ultimi anni e la preoccupazione per la successione. Infine, l’opera forse più importante: la costruzione di San Pietroburgo, nuova capitale della Russia e sua porta sul mondo europeo.

Il libro ha un secondo piano di lettura: all’epoca in cui è uscito, ovvero nei primi anni ’80, quando l’Urss e il suo blocco pur scricchiolante erano ancora una superpotenza mondiale da Berlino a Vladivostok, non poteva essere colta appieno l’importanza di Pietro sulla storia della Russia quanto può essere fatto oggi, in pieno XXI secolo, in cui abbiamo assistito prima alla debole Russia di Boris Eltsin, sull’orlo della frammentazione politica ed etnica, e poi al risorgere della potenza russa sotto la lunga presidenza di Vladimir Putin. Le azioni di Pietro il Grande e la nuova Russia da lui fondata costituiscono, a tre secoli di distanza, le chiavi di lettura della politica russa dell’oggi. La rischiosa annessione della Crimea del 2014 non può essere compresa se non alla luce dell’ossessione di Pietro per dare alla Russia uno sbocco sul mar Nero, all’epoca lago ottomano; così come la particolare “forma di democrazia” (diciamo così) che c’è oggi in Russia non si può comprendere se non considerando il regime autocratico e assolutistico di Pietro: autocrazia e assolutismo che non implicano debolezza o malgoverno. La capacità di Pietro di prendere ciò che serviva dal mondo occidentale (tecnica, costumi, modi di governo ecc.) ed escludere ciò che veniva ritenuto pericoloso o dannoso (idee liberali allora ancora in embrione, limitazioni al potere del sovrano ecc.) è ancora oggi, credo, un esempio ben presente a tutti gli “zar” del Cremlino.
Stilisticamente il libro è davvero ben scritto e anche, credo, ben tradotto. L’autore, quando è necessario, ha anche una mano felice nel “distribuire” la corposa e ponderosa materia (il libro, ricordo, supera le 700 pagine). Emblematico è il caso di Carlo XII, il cui regno si sovrappone quasi a quello di Pietro, di cui fu l’arcinemico. L’autore dedica molte pagine a Carlo (quasi una biografia nella biografia): l’interruzione non pesa affatto. Altri episodi drammatici occupano pagine memorabili e fanno abbondante uso di citazioni dettagliate dai testimoni dell’epoca: la sanguinosa rivolta degli Strelizzi del 1682; il processo e la morte dello zarevic Alessio, primogenito di Pietro.

Un difetto, tuttavia, è insito nella scelta dell’autore di cui abbiamo parlato all’inizio. Appena accennati sono gli effetti che le riforme e le politiche di Pietro, autocrate assoluto, ebbero sulla popolazione; né vengono sufficientemente ricordate quelle linee di sviluppo in senso “occidentale” già iniziate dai predecessori di Pietro. Quella di Massie, insomma, è una storia di battaglie dal sapore forse “antico”, ma che rimane lo stesso affascinante e godibilissima; inoltre, essa è accessibile anche ad un neofita dell’argomento e, per una volta, si può davvero dire che “si legge come un romanzo”. Soprattutto, Massie offre un quadro a tutto tondo dello zar: gli attacchi di collera; l’affetto per la seconda moglie Caterina; la passione per l’apprendimento manuale; il forte senso di umiltà; il particolare sentimento religioso. Soprattutto, l’autore restituisce appieno un incredibile senso di meraviglia per una figura così influente della storia. Chi vi scrive ha letto numerose biografie di grandi personaggi. Un tratto in comune di queste personalità è un senso di lontananza e distacco: questi grandi uomini sono sempre così grandi da essere irraggiungibili negli ideali come nella vita quotidiana: Giulio Cesare è un titano irraggiungibile, Alessandro Magno un sognatore senza pari, Napoleone Bonaparte irrealisticamente ambizioso. Non è così nel caso di Pietro. Forse per merito della penna di Massie, forse perché lo zar era davvero così, fatto sta che ho provato anche una profonda simpatia per Pietro il Grande, per i suoi sogni e per la pervicacia con cui li realizzò.
Gli altri libri di cui ho parlato sul blog!
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