
Nel 70 d.C., dopo una guerra durata quattro anni, tre legioni romane comandate dal futuro imperatore Tito circondano, assediano e infine devastano la città di Gerusalemme. Sessant’anni più tardi, la distruzione della città è completata. Sulle sue rovine, l’imperatore Adriano costruisce la romana Aelia Capitolina, dove ai Giudei è proibito perfino entrare. Eppure, fino ad allora i Romani erano stati tolleranti con loro quanto con gli altri popoli dell’impero. Vessati da tasse arbitrarie, umiliati, ostacolati nella pratica della propria religione, gli Ebrei sono derubati perfino del nome della propria terra: la Giudea viene ribattezzata Palestina. Cosa scatena un conflitto tanto rabbioso? Perché, tra le numerose popolazioni assoggettate al dominio romano, solo quella giudaica riceve un trattamento così repressivo, così brutale? Perché accade questo disastro? Cosa, nella società giudaica e romana, rende impossibile la coesistenza? Questo libro, firmato da uno dei principali studiosi mondiali dell’antica Roma e del mondo giudaico, racconta e spiega questa battaglia titanica, perché quella politica di ostilità radicale servì gli interessi di Roma e come la prima generazione di Cristiani prese le distanze dalle proprie origini ebraiche divenendo sempre più ostile.
Editore: Laterza
Pagine: 736
Formato: cartaceo
Anno di uscita: 2007 in originale, 2009 in Italia.
Voglio subito fare una precisazione: non sono d’accordo con le tesi sostenute dall’autore nell’opera – mastodontica, quasi enciclopedica – di cui parliamo oggi. Ciononostante, bisogna ammettere che Martin Goodman è un’autorità della materia, come risulta anche dalla lettura del suo fondamentale Iudaea Capta (libro quasi introvabile, oggi), in cui analizzava, qualche decennio prima della presente opera, il ruolo dell’élite ebraica nello scoppio della guerra del 66 d.C.
La premessa, dunque. Ne Il principale testimone, primo capitoletto dell’opera, l’autore, ben consapevole che l’intera nostra conoscenza del tema – i rapporti tra il mondo greco-romano e quello giudaico – è filtrata da ciò che lo storico e sacerdote ebraico Flavio Giuseppe ci ha lasciato scritto, dedica le primissime pagine del volume ad una preziosa e chiara dichiarazione d’intenti: Flavio Giuseppe, scrive Goodman, è troppo coinvolto per poter essere considerato affidabile ed imparziale testimone degli eventi, di cui Giuseppe stesso spesso fornisce versioni contrastanti nelle sue opere (La Guerra Giudaica, Le Antichità Giudaiche e l’Autobiografia). Tuttavia, ad onore di Goodman, l’opinione di Giuseppe non viene sempre rigettata, ma valutata attentamente caso per caso.


Questa la premessa del metodo dell’autore. Qual è invece il filo conduttore del libro? È sempre Goodman a dircelo. L’iniziale intento era quello di scrivere un “semplice” confronto tra le civiltà romana e giudaica, che sono i mondi in cui visse Gesù Cristo e in cui operarono poi i suoi discepoli. Tale intento si trasformò, però, quando Goodman fece la seguente considerazione:
“I libri di storia, antichi e moderni, sono permeati dalla convinzione che, se nel 70 d.C. il conflitto si rivelò così catastrofico, vuol dire che dovette essere praticamente inevitabile.”
L’intero libro, si può sintetizzare in estremo, è dedicato alla smentita di questa inevitabilità della tragica e sanguinosissima guerra del 66-70 d.C. Per farlo, Goodman estende la sua analisi ad ogni aspetto del vivere sociale, sia esso in forma organizzata di collettività – dalla famiglia alla comunità più o meno grande – sia esso esplicitato nei suoi aspetti culturali ed economici. La profondità raggiunta dall’autore nella sua analisi è notevole sia quantitativamente, per la vastità di argomenti trattati, sia qualitativamente per la profondità a cui giunge. Cosa pensava un uomo romano del I secolo d.C.? Attraverso quali costumi e quali comportamenti un giudeo affermava la propria identità? Qual era la visione del cosmo presso le due civiltà? Quale il comportamento in pubblico di fronte alla nudità? Neanche gli aspetti geografici vengono trascurati, così come ampio spazio è riservato alla storia urbanistica delle due città di riferimento, Roma e Gerusalemme.
Un esempio di questa profondità d’analisi la riserva il capitolo Essere Romani ed essere Giudei: essere Romani era questione di riconoscimento statale, cioè dell’essere dichiarati legalmente cittadini; tale status però non disconosceva né annullava le numerose identità culturali delle varie etnie dell’impero, come dimostra il caso di san Paolo. Al contrario, dice Goodman, essere Giudei, pur richiedendo la presenza di segni e pratiche tangibili (la circoncisione, il divieto di consumo di maiale e altre cose) era soprattutto una questione di autoidentificazione, soprattutto in ambito femminile.
Fino allo scoppio della guerra nel 66 d.C. una generale tolleranza dei Romani verso i Giudei fu possibile: i Romani, pur non comprendendo i costumi giudaici – che trovavano anzi ridicoli -, ne rispettavano il culto e le pratiche, tanto che, come è noto, fu possibile per molte comunità giudaiche essere esentate dal servizio militare così come dall’adorazione degli dèi cittadini. Altrettanto intoccato fu il sistema fiscale giudaico che indirizzava le rimesse annuali di ogni giudeo, dovunque fosse nell’impero, verso il Tempio di Gerusalemme. Goodman, analizzando come detto sopra ogni aspetto della vita quotidiana e del sentire comune dei due popoli, smussa le asperità – come la concezione del tempo, il ruolo della religione e il differente ruolo educativo svolto dalle sinagoghe contro le scuole di retorica – e mette in risalto i punti di convergenza. La Giudea, già inserita nel mondo ellenico dopo la conquista di Alessandro, lo fu ancor di più ed ineluttabilmente nel mondo dell’impero romano. Ottaviano Augusto, infatti, si accontentò, come segno di sottomissione, di un sacrificio simbolico elevato per proprio conto al Dio unico dei Giudei.

Accanto a queste ricchissime e annotatissime pagine, ampio spazio viene riservato alla narrazione degli avvenimenti storici “tout court”. Il focus, qui, è ovviamente il resoconto del conflitto del 66-70 d.C. e, soprattutto, di ciò che accadde prima e ciò che ne seguì dopo. Goodman, a mio giudizio, si mostra un po’ troppo avventato nel minimizzare i numerosi episodi di disordini che si ebbero tra la morte di Erode il Grande e la rivolta del 66 d.C. e nel negare il carattere antiromano di questi disordini. Poco cambia, ai fini pratici, se i giudei si ribellassero ai Romani o al censimento dai governatori romani richiesto, perché l’impero di Roma (ritengo) era anche questo. Altrettanto minimizzata è la generale ostilità che divideva, nella parte orientale dell’impero, le comunità elleniche ed ellenizzanti dalle comunità giudaiche. È soltanto all’interno di questo quadro che si può comprendere lo scoppio di violenza nelle prime fasi della guerra (veri e propri pogrom ai danni dei giudei). Goodman dedica poi ampio spazio ad uno dei punti centrali della sua tesi: la mancata ricostruzione del tempio di Gerusalemme. Storicamente, il Tempio fu distrutto “per caso”, secondo Flavio Giuseppe; intenzionalmente secondo un autore più tardo che forse cita la parte delle Historiae di Tacito che non ci sono giunte.
“Una campagna che era cominciata per fa sì che i Giudei continuassero ad immolare regolari sacrifici al loro Dio a Gerusalemme per il benessere dell’Imperatore era finita rendendo del tutto impossibile qualunque sacrificio. La distruzione di Gerusalemme nel 70 fu il prodotto di una politica di non lungo respiro da entrambe le parti. Era stata il risultato finale di una combinazione di circostanze, la gran parte delle quali senza relazione in origine con il conflitto: la morte di Nerone, che suggerì il tentativo di Vespasiano di salire al potere a Roma e la ricerca di Tito dell’impresa propagandistica di una rapida conquista di Gerusalemme, nonché l’effetto devastante – nel caldo dell’estate – di un tizzone lanciato da un soldato nel Tempio di Dio.”
E fu da questo momento che la Storia iniziò a prendere una piega “diversa” da quello che era, secondo Goodman, lo “standard” con cui i Romani trattavano i popoli del proprio impero. La vittoria sulla Giudea divenne parte della propaganda imperiale e della gloria della nuova dinastia Flavia; una tassa fu imposta su ogni giudeo, colpevole in qualche modo della rivolta, in ogni angolo dell’impero. Il Tempio, infine, non fu più ricostruito. Ciò, secondo Goodman, è un evento inconsueto della storia romana.
Tale atteggiamento esacerbò ancor di più gli animi e portò direttamente alle rivolte del 115-117 e poi alla seconda guerra giudaica del 132-135: unica eccezione fu il breve regno di Nerva, che esentò i giudei dalla tassa. L’ascesa di Traiano fece rimpiombare i Giudei nella discriminazione perché il padre, che aveva servito come legato di legione durante la guerra, divenne parte del programma politico dell’optimus princeps, che nel 112 lo fece deificare.

“Nell’antichità era semplicemente un oltraggio. In tutto l’impero c’erano innumerevoli templi e altari per innumerevoli dèi. Non c’era nulla di particolare agli occhi dei Romani nei rituali dei sacrifici del Tempio di Gerusalemme, a parte l’assenza di un’immagine come oggetto di culto.”
Gerusalemme divenne sotto Adriano Aelia Capitolina, una colonia romana in cui l’ingresso era proibito ai Giudei. Nei secoli, tale politica di negazione del luogo di culto centrale agli ebrei ebbe dunque radici profondissime che s’innestarono poi, con l’avvento del cristianesimo, in un terreno fertile per la nascita dell’antisemitismo in epoca medievale.
In apertura d’articolo ho detto di essere in disaccordo con la tesi di fondo dell’autore. Per quel che vale la mia modesta opinione di semplice appassionato di storia, ritengo che Goodman inverta i termini del problema: non bisogna stupirsi dell’intolleranza dei Romani nei confronti dei Giudei ma chiedersi perché quelli che allora erano i padroni del mondo, sempre concilianti con gli sconfitti e tolleranti con i loro costumi, non lo furono in questo particolare caso. La risposta non può essere soltanto in alcuni accidenti storici (come, per fare un esempio, la ribellione al governo centrale del comandante incaricato, Vespasiano, di reprimere la rivolta dei Giudei) ma deve avere ragioni più strutturali, che l’autore ha però di fatto negato nell’analisi condotta nella prima metà del libro. Tali ragioni, credo, si possono identificare nelle parole di Giovanni Brizzi nel suo 70 d.C. La conquista di Gerusalemme:
“Resisteva inoltre, insormontabile, l’altro pregiudizio, quello legato al carattere che, viceversa, saldava tra loro gli Ebrei ovunque vivessero: il loro riconoscersi, cioè, in una base religiosa comune che esigeva come imprescindibile il totale rispetto della Legge… l’Ebreo cittadino era inesorabilmente diviso tra il rispetto delle realtà locali e l’obbligo di vivere secondo la Legge.”

Tale fattore, che io sappia, è unico nel mondo antico: e non è un caso che è proprio da tale realtà sia nato il messaggio evangelico di Gesù Cristo che, sciolto dai lacci e lacciuoli delle prescrizioni veterotestamentarie, poté espandersi all’intero mondo greco-romano.
Infine, una nota dolente è stata la traduzione. L’impressione è che molte frasi e periodi fossero troppo letteralmente tradotti dall’originale inglese; non rese, insomma, in un italiano fluido. Avendo già letto qualcosa dello stesso autore (sia in originale che in traduzione) posso escludere che questo sia lo stile di Goodman. In diversi punti, inoltre, la traduzione era così “sgraziata” che per comprendere il testo ho dovuto leggerlo e rileggerlo diverse volte.
Per concludere, nonostante le criticità appena dette, il libro è un “must” dell’argomento e va assolutamente recuperato. La quantità di materiale analizzata da Goodman è imponente e vastissimi sono gli argomenti trattati all’interno di una visione unitaria, su cui ovviamente si è liberi di concordare o meno e, soprattutto, approfondire grazie alla vastità dei suoi riferimenti bibliografici.
Gli libri di cui ho parlato sul blog: SAGGISTICA
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