[NEWTON COMPTON] I dimenticati di Mussolini – Giuseppina Mellace

Inizio finalmente la collaborazione con la prestigiosa Newton Compton Editori, che ogni settimana mi fornirà gentilmente romanzi o saggi in uscita che ritengo adatti a questo blog. Quindi, un doveroso grazie alla Newton Compton.

Il primo libro di cui vado a parlare è I dimenticati di Mussolini di Giuseppina Mellace, in uscita domani 28 marzo.


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In questa copertina mancano due altri grandi responsabili: Badoglio e Vittorio Emanuele III.

All’indomani dell’armistizio, l’8 settembre 1943, oltre seicentomila italiani rifiutarono di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco. Molti di loro furono deportati nei lager nazisti. Gli IMI, gli “Internati militari italiani”, furono inizialmente trattati come prigionieri di guerra, al pari degli altri soldati alleati catturati, ma presto la ritorsione del Reich li sottrasse alle garanzie previste dalla Convenzione di Ginevra. Per l’esercito dell’Asse erano traditori. Li attendevano sofferenze, privazioni e, soprattutto, la totale disumanizzazione: vissero in condizioni durissime, sottoposti allo stesso orribile trattamento delle vittime delle persecuzioni razziali. Vennero utilizzati come manodopera coatta fino alla fine della guerra, senza le tutele della Croce Rossa che spettavano loro. Il viaggio nei vagoni blindati verso la Germania, per giungere all’inferno dei campi, è l’aspetto che ha maggiormente segnato la memoria dei sopravvissuti. Una vicenda poco nota della storia recente del nostro Paese, che questo libro finalmente racconta. 

Le vicende degli Internati Militari Italiani (ufficialmente denominati IMI) costituiscono una delle più tragiche pagine della storia d’Italia. Dopo l’8 settembre 1943, che vide la proclamazione dell’armistizio (già firmato il 3 settembre) tra l’Italia e gli Alleati, l’esercito tedesco non tardò la sua rivalsa. Il centro e il nord della penisola furono occupati. Le centinaia di migliaia di soldati italiani sparsi in tutta Europa vennero semplicemente abbandonati a sè stessi, senza ordini chiari; in sostanza, senza alcun piano per gestire in sicurezza il cambio di campo. L’incertezza, la confusione e il caos furono totali. Per tutti, lasciati in balia dell’ex alleato, iniziarono mesi di sfruttamento, abbrutimento e degradazione fisica oltre che morale.

I dimenticati di Mussolini ricostruisce le sfortunate e tragiche vicende di questi nostri connazionali, ripercorrendole per intero. Perchè centinaia di migliaia di soldati si trovavano sparsi ai quattri angoli d’Europa mentre l’Italia veniva invasa dagli Alleati? Colpa di una politica militare scellerata e vanagloriosa che li aveva portati dai Balcani alla Francia, dalla Grecia alla Russia, da Rodi alla Corsica. La caduta del fascismo peggiorò la situazione. Nei giorni che vanno dal 25 luglio all’8 settembre, il governo Badoglio trattò segretamente l’armistizio con gli Alleati:

Tutta la gestione della resa italiana è stata costellata da infiniti errori, superficialità, ambiguità e speranze di poter raggirare sia i tedeschi sia gli Alleati, giocando su due tavoli contemporaneamente: gli italiani finirono per essere i veri sconfitti e beffati, pagando un tributo di vite umane e di sofferenze altissimo che Badoglio e il re avrebbero dovuto immaginare.

I tedeschi, dal canto loro, avevano preparato piani ben prima del 25 luglio, presagendo il crollo dell’alleato:

Sempre in quel fatidico mese di maggio, Keitel, comandante dell’OKW (Ober Kommando Wermacht), insieme agli altri capi dei comandi tedeschi incominciò a pianificare il futuro senza il debole alleato; tutto ciò fu redatto nel documento Panorama della situazione nell’eventualità del ritiro dell’Italia dalla guerra.

e ancora:

Hitler aveva diramato l’ordine dell’Operazione Achse (Asse), già definita nella primavera ’43 in un primo tempo per sostenere le difese italiane in vista di un probabile sbarco alleato soprattutto dopo la disfatta in Nord Africa.

Le contromisure dei comandi italiani (la cosiddetta Memoria Roatta) furono inefficaci e tardive, troppo a ridosso dell’armistizio perchè potessero coordinare migliaia di uomini sparsi su più fronti. Dopo l’8 settembre, l’ambiguità continuò. Soltanto tre giorni dopo fu dato ordine esplicito di considerare i tedeschi come nemici; e soltanto più di un mese dopo, a tragedia ormai largamente avvenuta, il neonato Regno del Sud dichiarerà guerra alla Germania.

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Il viaggio nei carri bestiame (Foto di anonimo), dal sito ANEI

L’autrice identifica questo ritardo come fatale per la sorte dei militari italiani.

Alle ore 23:45 dell’8 settembre, Kesselring aggiungeva: «Il Governo Italiano, nel concludere alle nostre spalle l’armistizio con il nemico, ha commesso il più infame dei tradimenti. […] Le truppe italiane dovranno essere invitate a proseguire la lotta al nostro fianco appellandosi al loro onore, altrimenti dovranno essere disarmate senza alcun riguardo. Per il resto non vi è clemenza per i traditori!».
Da questo momento si creava la qualifica di internati per coloro che erano stati catturati dopo l’8 settembre, svincolandoli da qualsiasi tutela internazionale e completamente in balìa del Reich senza che i Savoia si opponessero a questo lungo e tormentato sfruttamento dei propri sudditi.
Solo a coloro che furono catturati dopo la dichiarazione di guerra alla Germania fu riconosciuto un trattamento diverso e la disposizione di essere separati dagli internati veri e propri come ha rilevato lo storico Vittorio Giuntella in un documento del 29 aprile 1944.

Il libro racconta le vicende delle diverse unità militari sui vari fronti. Quasi ovunque, i tedeschi riuscirono, agendo rapidamente e senza esitazioni, a disarmare migliaia di uomini lasciati senza ordini e, soprattutto, in una precaria situazione di rifornimenti. Particolare attenzione viene posta al tragico destino della divisione Acqui di stanza nell’isola di Cefalonia.

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Ripartizione dei soldati del Regio Esercito all’8 settembre 1943. A questi vanno sommati i soldati in Russia e i prigionieri fatti dagli Alleati nei primi anni di guerra. Immagine presa da qui.

La sorte dei militari italiani fu durissima perchè su di essi, oltre alle difficili condizioni materiali, incombeva il disprezzo dei tedeschi, che li consideravano traditori. Ed è tuttavia degno di nota che, nonostante l’offerta tedesca della libertà in cambio della collaborazione con la Germania stessa o con la Repubblica di Salò, la stragrande maggioranza dei nostri militari abbia rifiutato quella che era una vera e propria imposizione.

Oltre cinquecentomila soldati cedettero le armi in Italia con una netta supremazia al Nord, dove la presenza tedesca era maggiore; «nella Francia meridionale circa 59 mila. Nei Balcani e nelle isole del Mediterraneo 430 mila. In totale furono disarmati 1.007.000 italiani. Di questi 197 mila circa riuscirono a fuggire; dei rimanenti 810 mila, 186 mila aderirono alla collaborazione con i tedeschi nel periodo tra la cattura e la primavera del 1944», e più di seimila e trecento furono uccisi in seguito agli ordini di Hitler del 12 settembre di giustiziare gli ufficiali che si fossero opposti alle direttive del Reich o che erano entrati in contatto con i partigiani del posto.

Il destino che si prospettò per la grande massa che rifiutò di collaborare fu gramo. Nel 1943 la Germania era all’apice del suo sforzo bellico; la mobilitazione totale aveva svuotato le fabbriche con una carenza di quasi un milioni di posti di lavoro. L’improvvisa disponibilità di una manodopera così vasta e “a buon mercato” permise alla Germania di continuare la guerra. Inizialmente, gli IMI furono destinati all’industria e all’agricoltura; da metà del ’44 all’industria bellica. Le condizioni di lavoro erano tremende.

Tra l’appello mattutino, il tempo impiegato per il raggiungimento del posto di lavoro, il turno e il ritorno, l’internato poteva restare fuori fino a sedici ore. Una volta giunti al campo vi era poi l’appello serale che durava un paio d’ore e per riposare restavano poco più che cinque ore.
A ciò si aggiunga la totale mancanza di sicurezza sul lavoro: gli infortuni erano molto frequenti con un’assistenza medica più che altro sulla carta.
Come se non bastasse, i bombardamenti nemici diventavano ogni giorno più frequenti e violenti, senza che gli internati venissero mandati nei rifugi; qualcosa mutò con il cambiamento di status che diede loro la facoltà di recarsi nei rifugi per stranieri sempre sotto sorveglianza, ma almeno ciò forniva loro una pausa dal lavoro.

In tutto questo, l’azione di Mussolini e della Repubblica Sociale fu insufficiente. La creazione del SAI (Servizio Assistenza Internati) fu un palliativo inefficace e anche la Croce Rossa Internazionale venne ben presto resa innocua. La situazione degli IMI era aggravata dalla impossibilità della fuga, stante la lontananza geografica dall’Italia e l’ignoranza della lingua. La situazione non migliorò dopo l’estate del ’44, quando lo status di IMI venne tramutato in “liberi lavoratori”. I tedeschi si illusero di poter così riguadagnare parte degli IMI alla propria causa; non fu così.

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La vita quotidiana: foto clandestina di Vittorio Vialli, da “Ho scelto la prigionia”, Anei (Associazione nazionale ex internati italiani), 1983.

Il libro ricostruisce la vita degli italiani in Germania con dovizia di particolari. Largo uso viene fatto delle fonti ufficiali e delle numerose testimonianze dei sopravvissuti, come Giovannino Guareschi e il suo Diario Clandestino o Alessandro Natta e L’altra resistenza. Anche  l’organizzazione e la gestione dei campi di concentramento (da non confondersi con i campi di sterminio) è ben spiegata, ripercorrendo le beghe politiche tra le varie branche dello stato tedesco, interessato a disporre liberamente di queste masse di lavoratori.

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Giovannino Guareschi internato militare in Germania.

I campi a cui gli italiani furono destinati furono essenzialmente di tre tipi: Oflager e Stalag (rispettivamente per ufficiali e soldati), i Lazarett (campi ospedale) e gli Straflager (i campi di punizione e rieducazione). Ognuno di essi è approfondito separatamente

Il merito del libro è quello di far emergere la resistenza morale degli internati italiani. Reclutati e poi abbandonati dal regime, dimenticati dai comandi e dalla monarchia, imprigionati e maltrattati dai tedeschi, gli internati seppero reagire moralmente. Delle enormi masse di milioni di uomini fatti prigionieri dai tedeschi nella guerra (circa 24-25 milioni di persone), gli italiani furono gli unici a cui fu offerta la possibilità di rimpatrio e che questo rimpatrio essi rifiutarono in massa. Questa la reazione più evidente e clamorosa. Anche nel piccolo, l’umanità degli internati è ricordata. Ad esempio, le vicende della radio chiamata “Caterina”, di cui ogni internato custodiva gelosamente un pezzo che, ogni sera, veniva ricomposto assieme agli altri così da poter ascoltare la radio e sapere come procedesse la guerra.

Il libro, inoltre, ricostruisce anche le vicende dei prigionieri italiani fatti dalle potenze alleate: inglesi, francesi, russi e americani. Una cosa mi ha colpito: la mortalità nei campi francesi, dislocati in Africa e spesso affidati a unità coloniali, fu percentualmente la più alta di tutto il conflitto, più alta persino dei campi tedeschi (in una situazione materiale ben peggiore):

La violenza non era solo nei campi; molti prigionieri furono costretti a marciare nel deserto per centinaia di chilometri, perché trasferiti in Algeria dalla Tunisia con poco cibo e acqua, sopportando un clima torrido.
Molti tentarono la fuga, non tanto per raggiungere la patria quanto almeno per togliersi da quell’inferno; infatti, molti si diressero verso i campi americani o inglesi.
Si stima che furono circa quarantamila quelli lasciati ai gollisti dagli Alleati in Tunisia, con un tasso di mortalità intorno ai quattromila per una percentuale quasi del 10%; mentre negli altri campi alleati questa scende al 1, massimo 2% e tocca il 7% nei lager tedeschi.

Infine, le vicende meno note dei campi di prigionia di partigiani e alleati nel periodo ’43-45. Mi ha colpito la sostanziale arretratezza degli studi su quest’ultimo argomento.

Il libro termina con numerosi documenti: convenzioni, proclami, ordini sul trattamento dei prigionieri ed elenchi (parziali) sul numero di prigionieri e sulla loro dislocazione.

In sostanza, un libro che consiglio caldamente non solo a qualsiasi appassionato di storia militare e storia italiana, ma in generale a chiunque. Questo perchè il libro ricostruisce un pezzo di storia collettiva che, per vastità e numero di coinvolti e conseguenze, non ha eguali nella storia della Penisola. Inoltre, per molti decenni un pregiudizio negativo ha pesato sugli internati, considerati alla stregua di imboscati se non anche di traditori. Soltanto di recente il loro “no” (pronunciato nella gravissima condizione di prigionieri dei nazisti) ha ritrovato dignità pari a chi combatté tra le file della Resistenza.


Il libro sul sito ufficiale della Newton Compton Editori.

Sito dell’ANEI, Associazione Nazionale Ex Internati e Volontari della Libertà.


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