Un libro meraviglioso, che restituisce incorrotto il senso di una tragedia: umana, in primo luogo, oltre che storica, politica e militare: Frank Thiess, «Tsushima, il romanzo di una guerra navale» (1936).
27 maggio 1905 – La tragedia della Seconda Squadra del Pacifico


L’epica di Frank Thiess
Questo libro è con ogni probabilità il più conosciuto tra le opere di Frank Thiess (1890-1977), baltico, giornalista e scrittore di romanzi e saggi. È molto di più che il resoconto di un viaggio: tramanda la storia – consegnandola alla leggenda – della flotta russa nella guerra del 1904-1905, contro il Giappone; questa narrazione, che seguirà il percorso delle navi che battono la bandiera con la Croce di Sant’Andrea dal Mar Baltico (erano partite da Kronstadt nell’ottobre 1904) fino alla sua conclusione nelle acque dell’isola di Tsushima alla fine di maggio del 1905, è il racconto di una tragedia: una tragedia, umana e storica, secondo i criteri classici del termine.
La squadra stessa, in quanto tale – la denominata «Seconda Squadra del Pacifico», già a far tempo dalla sua costruzione fino ad arrivare all’appuntamento con un destino inesorabile, dopo un viaggio intorno al mondo – costituisce la cornice, lo scenario dove la tragedia si dipana; la flotta come elemento unificante, qualcosa come una “unità dinamica” dove confluiscono le tre unità di tempo, luogo e azione che già aveva proposto Aristotele nella Poetica, a sancire gli immortali criteri della tragedia classica come canone letterario.
Dietro questo scenario, la psicologia dei Russi e dei Giapponesi, come popoli e come individui; le decisioni politiche e strategiche a livello mondiale, non meno che i cambiamenti sociali ed economici, in quel periodo che della «Belle Époque» che si avviava alla sua conclusione con gli scontri tra nazioni e imperi: prima che fosse trascorso un decennio, gli spari di Sarajevo avrebbero segnato il tramonto di un’intera epoca. E forse, di un mondo.
Una lettura affascinante, che inevitabilmente richiama suggestioni profonde della letteratura classica: con il ricordo di letture antiche.
Un primo e più immediato riferimento è Tucidide. Figura gigantesca di storico, di una grandezza che – a tratti – lascia ammutoliti. La teoria dello “κτῆμα ἐς αἰεί”: la storia come messaggio valido per l’eternità, da tramandare alle generazioni future perché ne conservino memoria ed insegnamento. Tra le pagine immortali che ci ha lasciato il grande storico ateniese, nel racconto della Guerra del Peloponneso, c’è sicuramente quell’embrione di analisi della psicologia della folla in vista della partenza dal Pireo della grandissima flotta diretta in Sicilia (un’isola di cui, come lo stesso Tucidide commenta con amarezza, gli Ateniesi non conoscevano neanche le esatte dimensioni). Da un lato, l’orgoglio e la sicurezza dello spettacolo di una grande flotta, che suscita un’impressione di potenza; quando non di invincibilità. D’altro canto, il senso di un’angoscia sottile: quella flotta che se ne va, quelle navi che oltre a rappresentare una risorsa militarmente non sostituibile salpano cariche del fior fiore della popolazione maschile ateniese (tra marinai e opliti), verso un destino incerto e forse senza ritorno. La penna di Frank Thiess ricrea esattamente quella temperie spirituale, nelle pagine in cui descrive la partenza della flotta russa dal Baltico per il lontano mare di Corea, nell’ottobre 1904: quel cielo grigio ad incombere sulla rada di Libau, su un orizzonte che si confonde con la distesa delle acque; le quattro grandi nuovissime navi da battaglia che costituiscono il nerbo e la punta di lancia della Squadra (corazzate Borodinò, Kniaz Aleksandr Suvorov, Örel, Imperator Aleksandr III) che salpano infine per ultime, ad inseguire le altre, dopo essere faticosamente riuscite a liberarsi da un impasto di fango e alghe che ne aveva bloccato le eliche: come se la Ròdina facesse un ultimo estremo tentativo per non lasciarle andare, in rotta verso un destino talmente remoto da sembrare irreale…
Un’impressione profonda, una suggestione potente anche proprio in nome di grandi analogie: perché alla fine uguale sarà stato anche il disastro; infatti, Siracusa sarà stata la Tsushima degli Ateniesi: in una traiettoria che dopo il dramma delle latomie vedrà il suo epilogo nelle acque delle Arginuse e poi agli Egospotami.
Ma torniamo all’inizio del XX secolo, alla narrazione di Frank Thiess che è come un grande affresco. Nella cornice, sullo sfondo: Mukden e Lüderitz, Port Arthur e Nossi Bé, Singapore e la Baia di Kamrah; in prima fila, su questi scenari dinamici, si muovono ed interagiscono gli attori della tragedia: Kondratenko, Kuropatkin, Nogi, Makarov, Togo, Rožestvenskij, Fölkersam, Kamimura.



Suggestioni tucididee
L’ammiraglio russo Zinovij Petrovič Rožestvenskij è l’incarnazione stessa della tragedia; il suo sguardo fermo e serio, all’atto della accettazione dell’incarico da parte dello Zar, consapevole del fatto che si trattasse di un compito che andava ben al di là di quanto fosse umanamente possibile; le lunghe notti di veglia, in navigazione: il suo volto sempre più scavato, giorno dopo giorno, gli occhi brillanti per la febbre; la solitudine del comando, in primo luogo di fronte alla sua lealtà e senso dell’onore; la sua fortezza d’animo, attitudine e disponibilità a farsi carico di tutto, senza pausa; la incessante preoccupazione per la Squadra, e per tutti i suoi marinai: che impararono ad amarlo e saranno con lui fino alla fine, consapevoli che l’ammiraglio sia l’unico che possa guidare le loro navi, e si meriti di farlo.
Preoccupato di non tradire la sua Patria, quella Santa Madre Russia che è molto di più delle miserie di una monarchia inetta o l’infamia di una intera classe di nobili corrotti e funzionari avidi; egli sente che lo spirito stesso della Russia vive nella sua flotta: in più, molte delle unità portano il nome di valorosi predecessori della storia russa, a cominciare dalla corazzata Kniaz Aleksandr Suvorov (nave ammiraglia della squadra); poi ci sono il Kuzma Minin, il Dmitri Donskòi, il Vladimir Monomàch, l’Admiral Nachimov…
Consapevole di tutto: della superiorità bellica del nemico giapponese, non meno che degli intrighi dei suoi nemici nel Palazzo dello Zar Nicola II, che congiurano allo scopo di pugnalarlo alle spalle, nella lontana San Pietroburgo; la notizia della caduta di Port Arthur, che lo raggiunge mentre è in navigazione e che segna il conseguente definitivo annientamento della «Prima Squadra del Pacifico», lo porta alla decisione di fare rotta direttamente su Vladivostok: la sua fermezza d’animo, il suo sguardo di ghiaccio; il suo atteggiamento ogni giorno più cupo ed inesorabile verso se stesso non meno che verso gli altri, nella accettazione di un destino imparabile, sembra riflettere quello di Hagen Tronje, l’eroe della Canzone dei Nibelunghi: fare il proprio dovere lottando con onore, con tutto e malgrado tutto, fino alla fine.
La lezione di Tacito: ratio e fortuna
Il senso del fato ci porta ugualmente una suggestione antica: le riflessioni di Cornelio Tacito, il massimo storico della latinità, permeate di quel diacronico umanesimo che gli permette di parlare ai suoi lettori come se fossero sempre suoi contemporanei. Proponendo un travaglio interiore che ugualmente continuiamo ad avvertire come anche nostro, incorrotto attraverso secoli e millenni.
Tacito è storico di eccezionale modernità: non solo ha una ineguagliabile capacità descrittiva, ma oltre a riportarci le vicende storiche ne investiga le cause e cerca di interpretarle. Le Historiae sono opere della sua maturità politica e letteraria; la figura di Rožestvenskij, nelle pagine di Frank Thiess, evoca il nitido ricordo di due passaggi dove lo storico latino appare dominato dalla convinzione che un destino supremo ed immutabile domini le vicende umane («quae fato manent, quamvis significata, non vitantur», Hist. I, 18; «nihil arduum fatis», Hist. II, 82).
Tuttavia, sempre nelle Historiae (I, 4) in precedenza aveva distinto tra gli avvenimenti che dipendono spesso dal caso e le loro cause razionali, cioè le loro connessioni causali («ut non modo casus eventusque rerum, qui plerumque fortuiti sunt, sed ratio enim causaque noscantur»); secondo l’interpretazione proposta da Concetto Marchesi, questo orientamento sembra escludere un determinismo fatalistico: “La causa non implica la necessità del fatto storico, ma la sua attuabilità: vale a dire, lo storico può ricercare e trovare le condizioni che hanno reso possibile un fatto, il quale poteva anche non accadere, ma non poteva accadere senza quelle determinate condizioni”; «ratio enim causaque»: sia detto per inciso, anche questa analisi tacitiana trova un’eco nelle pagine di Thiess, nell’analisi sul perché la Russia non avrebbe mai potuto vincere quella guerra con il Giappone.
Infine, la conquista militare e l’impero stesso sono stati interpretati da Tacito come il prodotto di otto secoli di «fortuna disciplinaque» (Hist. IV, 74), dove la «disciplina» è il complesso delle cause e la «fortuna» è il complesso degli eventi (questa parola in latino esprime il concetto di una sorte cieca che può sfavorire o favorire, in modo del tutto afinalistico): la disciplina è stata la causa che ha reso possibile, non necessaria, la fortuna dell’Impero Romano. Più avanti, in quegli Annales che sono l’ultima opera della sua vita, rinnoverà ancora un dubbio – o forse meglio un arcano – che non sa risolvere: «Sed mihi haec ac talia audienti in incerto iudicium est fatone res mortalium et necessitate immutabili an forte volvantur» (VI, 22) [Quanto a me, nell’ascoltare tali e simili fatti, sono incerto nella valutazione se le vicende dei mortali si snodino secondo il destino ed una necessità immutabile o in base al caso].
Quello di Rožestvenskij è un destino al quale non si può sfuggire. Proprio così, «quae fato manent, quamvis significata, non vitantur»: lo sapeva lui, così come di ciò erano consapevoli anche i suoi più fidati ufficiali. All’immediata vigilia della partenza della Flotta dalle acque metropolitane, al termine di una cena di gala con la presenza di dignitari e nobili dame: un evento che segnava la conclusione di giorni permeati da sorda frustrazione. Pur con la consapevolezza di dover colmare delle enormi lacune in termini di addestramento e messa a punto, di dover fare in poche settimane ciò che i giapponesi avevano avuto anni per preparare, di doversi apprestare a circumnavigare mezzo mondo con la necessità di arrivare dall’altra parte del globo in condizioni da potersi misurare con il nemico: con tutto ciò, gli equipaggi dovettero passare giorni a pulire le loro unità e lustrare gli ottoni, nell’imminenza della visita di nobili e alti dignitari della corte imperiale sulle navi della flotta che si apprestava a salpare per l’Estremo Oriente.
Una cena di gala, un assurdo evento mondano. Nelle parole di Thiess, tutta la drammaticità di una lacerante e lucida disperazione nelle parole del capitano di vascello Buchvostòv, il comandante della corazzata Imperator Aleksandr III.
“Buchvostòv aveva bevuto, e ad ogni nuovo brindisi di una principessa o di un ciambellano, aveva dovuto portare il bicchiere alle labbra con un sorriso luminoso. All’improvviso perdette il controllo. Si alzò, poggiò i pugni sulla tovaglia, guardò tutti con i suoi chiari occhi azzurri da capitano di mare, come se avesse voluto cercare proprio quello che si proponeva di mangiarsi, sospirò profondamente e proruppe:
«Ci avete augurato a tutti il buon viaggio ed avete espresso la convinzione che noi con i nostri valorosi marinai sapremo battere i giapponesi. Vi ringraziamo per questo buon concetto che avete, ma esso ci fa capire soltanto che voi non sapete perché partiamo. Ma noi lo sappiamo. Noi sappiamo anche che la Russia non è una potenza marittima e che il denaro pubblico destinato alle costruzioni navali è stato scialacquato. Voi ci augurate la vittoria, ma la vittoria non ci sarà. lo temo che perderemo metà della squadra durante la traversata. Forse questo non avverrà e finiremo per arrivare dove ci mandano; ma allora Togo ci distruggerà. Perché la sua flotta è migliore di questa, ed i giapponesi sono veri uomini di mare».
Buchvostòv non vedeva più le facce esterrefatte se non come una pallida nebbia, immobile e fredda. E alzò la voce e gridò verso quella nebbia, come se fosse stato sul suo ponte di comando durante la tempesta: «Ma di una cosa rispondo: sapremo tutti morire; non ci arrenderemo!».
La pubblicazione del discorso fu proibita dalla censura. Ciò non impedì che andasse di bocca in bocca e più tardi fosse riportato da A. S. Suvorin sul «Novoje Vremja» quando poté confermare che Buchvostòv aveva mantenuto la sua promessa. Era affondato con la sua nave presso Tsushima.”
Non solo l’ammiraglio Rožestvenskij, o gli alti ufficiali dello Stato Maggiore della flotta. Nelle parole di Buchvostòv, una verità più profonda: i suoi uomini, dai cannonieri al più anonimo dei marinai, di tutto ciò ebbero con ogni probabilità una magari più oscura e indistinta intuizione; ma una volta arrivati nelle acque di Tsushima, si batterono con coraggio e abnegazione, contro un nemico preponderante sotto ogni punto di vista, in uno scontro dove non avrebbero mai potuto avere alcuna speranza di vittoria.
Questo è un libro che ne contiene molti, come se l’Autore nella narrazione stesse adottando una tecnica a intarsio: dal senso dello scorrere del tempo alle intuizioni della diplomazia e delle relazioni internazionali, con il tutto pervaso da una humana pietas.



Il giuramento di Buchvostòv
Lo scorrere del tempo. Dopo l’assalto a tradimento delle torpediniere giapponesi che nella notte del 8-9 febbraio 1904 avevano colpito le navi russe alla fonda nella rada esterna di Port Arthur, danneggiando le corazzate Retvizàn e Tsesarevič, unitamente all’incrociatore protetto Pallada: un’azione proditoria, perpetrata prima di qualsiasi dichiarazione di guerra, che può essere considerata una Pearl Harbor ante litteram; e dopo la scomparsa dell’ammiraglio Stepan Osipovich Makarov, affondato con la corazzata Petropavlosk il successivo 31 marzo: un episodio che – come nota prontamente Thiess – segna un ante e un post nello sviluppo di questo conflitto, marcandone inesorabilmente l’esito. Come in una gigantesca partita agli scacchi, dove una mossa sbagliata ancora in una fase iniziale dell’incontro ne condizionerà il risultato.
Dopo l’annuncio da parte dello Zar Nicola II di voler predisporre l’invio di una squadra dalle acque del Baltico verso il mare di Corea, un clima di febbrile ansietà permea l’anima di entrambi i contendenti: con lo sguardo rivolto al calendario, e con l’incombere del ticchettio di un orologio che scorre, inarrestabile. La flotta russa dislocata in estremo oriente, pur danneggiata e messa a dura prova dagli scontri con le navi del Sol Levante, non era stata ancora annientata: le navi della Prima Squadra del Pacifico – tornate in efficienza dopo i danni subiti – erano alla fonda nella rada interna di Port Arthur, vigilata e protetta dalla fortezza sulla Montagna Alta (quella “Cima delle Aquile” che i Russi difendevano disperatamente, guidati dal generale Roman Isidorovich Kondratenko), in attesa di vedere all’orizzonte le loro “sorelle” che dovevano arrivare dal Mar Baltico; per uscire e avvolgere il nemico in una manovra a tenaglia. Mentre le navi di Togo, che erano ormai provate dalla lunga crociera, si logoravano partecipando all’assedio: mentre avrebbero avuto invece la assoluta necessità di andare in bacino per manutenzione.
Ancora una volta, le parole di Thiess rendono compiutamente tutta la drammaticità del momento:
“Tuttavia i giapponesi avevano avuto una serie di disgrazie: due navi di linea ed un grosso incrociatore affondati, un esploratore incagliato, ed un altro affondato. E nei cantieri russi si martellava, si ribadiva, si costruiva giorno e notte, notte e giorno. La Seconda Squadra cresceva; gemevano e danzavano i bilancieri, i cilindri di acciaio nei Cantieri Putilov; si costruivano i siluri, si fondevano i tubi per cannoni, le granate, le torpedini. Cresceva ciò che avrebbe dato un raccolto feroce. Quando sarebbe stato pronto? Togo correva senza posa su e giù come una tigre davanti a Port Arthur, nido di aquile corazzato in cui il Retvizàn, il Tsesarevič e il Pallada avevano ripreso la loro efficienza. Quando sarebbero usciti fuori? Quando avrebbero attaccato?
Passarono settimane. La Russia aveva tempo. Il Giappone no. E la sfortuna non era finita: il 5 luglio l’incrociatore Kaimon urtò sopra una torpedine e scomparve. Il 26 luglio l’incrociatore Chiyoda fu molto danneggiato da una torpedine e dovette essere preso a rimorchio. La torpedine è un’arma a doppio taglio. Il defunto Makarov si vendica, dicevano i marinai giapponesi.
Questa situazione offriva una sola via di uscita: distruggere la flotta russa per mezzo dell’esercito del generale Nogi. La fortezza doveva essere espugnata. Togo si rivolse a Nogi: noi non possiamo aspettare come fa la flotta di Port-Arthur; in due mesi dobbiamo impadronirci della Montagna Alta (quota 203), altrimenti Oyama può vincere finché vuole, ma rischia di trovarsi un giorno tagliato fuori come Bonaparte in Egitto.
Nogi riconobbe che si trattava di bere o di affogare. E cominciò con i suoi assalti. Ma Kondratenko riduceva in poltiglia tutto ciò che andava ad urtare contro le sue fortificazioni. Quando una ridotta veniva presa, i russi la facevano saltare in aria ed uscivano al contrattacco contro quelle macerie fatte di pietre, di terra e di cadaveri. I reggimenti si dissanguavano, interi battaglioni andavano a cozzare invano contro le colline, i forti, i reticolati. La conquista della Montagna del Lupo costò ai giapponesi quasi 10.000 uomini. Kondratenko costrinse Nogi a coprire di cadaveri ogni passo che faceva sul terreno. Ed i giapponesi si scavarono il passo a metro a metro. Il mondo vide con orrore e ammirazione lo spettacolo di vero eroismo che davano i due avversari in quel punto lontano dell’Asia orientale. Essi erano degni l’uno dell’altro. Gli orologi marciavano, il tempo passava. Il Giappone contava i giorni, le settimane; il grande nido di aquile resisteva, la Montagna Alta resisteva alla conquista. E le navi restavano intatte nel porto. Spesso gli incrociatori e le cannoniere uscivano e con le loro armi sparavano sul fianco sinistro dei reggimenti giapponesi. Nogi faceva i suoi conti: se le cose continuavano così, il suo esercito nel prossimo dicembre sarebbe stato come esaurito, mentre la Squadra del Baltico avrebbe diretto verso Formosa.”
Quella flotta che aveva suscitato sentimenti opposti: a fronte di chi scherniva il progetto dell’invio di una flotta di simili dimensioni dall’altra parte del mondo, ritenendola una follia (tecnicamente e militarmente), c’era chi invece aveva preso terribilmente sul serio quella minaccia. In primo luogo l’ammiraglio giapponese Heiachiro Togo, che aveva grande rispetto del suo avversario e conosceva il valore e la determinazione dei Russi nel combattimento, malgrado si trovassero a lottare in obiettive condizioni di inferiorità. In secondo luogo, gli Inglesi: quegli Inglesi che, alleati del Giappone, avevano tentato di ostacolare con tutte le armi della guerra, degli intrighi e della diplomazia la marcia dei Russi attraverso gli oceani, già subito con il grottesco “incidente di Hull”. Ma gli Inglesi, da veri uomini di mare, si dimostrarono avversari leali.
Singapore, 7 aprile 1905 – la Flotta russa (che era salpata dal Mar Baltico il 14 ottobre precedente) passa in perfetto ordine, in schieramento da battaglia e con gli equipaggi al posto di combattimento, con alla testa le quattro corazzate «classe Borodinò», davanti alla poderosa base navale britannica, dopo aver attraversato lo Stretto di Malacca: rotta a levante, senza fermarsi né rallentare. Quella “flotta fantasma”, alla quale nessuno credeva, e che per lungo tempo era scomparsa tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano, si era materializzata nelle acque della Malesia… Dagli incrociatori che sorvegliano l’entrata del porto orgogliosamente soprannominato la “Gibilterra dell’Estremo Oriente”, gli ufficiali di guardia con occhi attenti scrutano la Squadra da dietro i cannocchiali e fanno la conta: «45 navi: tutte, ci sono tutte…; quest’uomo sa il fatto suo: è un valoroso». Un omaggio all’uomo, ancor prima che all’ammiraglio.

Il fattore tempo a Port Arthur
La diplomazia e le relazioni internazionali. Abbiamo già imparato a conoscere il Generale Kondratenko, l’anima della difesa di Port Arthur: ma in momento della narrazione Thiess ce ne fa intravedere anche un profondo acume politico.
“Ma non cessavano le voci intese a sostenere essere ormai inutile che la squadra partisse. Come in tutte le guerre disgraziate, venne un momento in cui tutti cominciavano a dire che la guerra stava per finire, che si sarebbe conclusa la pace, che i delegati erano già in viaggio. I riservisti ormai partivano con la speranza che non avrebbero mai messo piede sul teatro della guerra.
[…]
In questo periodo di incertezze cade la compilazione di una lettera sorprendente. Proveniva dalla penna del difensore più glorioso e più valoroso dell’esercito russo, del “vero” difensore di Port-Arthur, il generale Kondratenko.
Kondratenko il 1° ottobre diresse una lettera a Stössel per indicargli che, prima della caduta di Port Arthur, gli sembrava fosse ormai venuto il momento per concludere una pace onorevole. Gli insuccessi avvenuti in altri teatri di guerra non dovevano essere considerati come particolarmente umilianti.
«Se invece, a quelle sconfitte si aggiunge ancora la perdita della fortezza e delle navi che vi si trovano, la guerra è davvero irrevocabilmente perduta e il nostro insuccesso assume una proporzione deprimente sull’onore della nostra patria. Poco vi è da contare sopra una tempestiva liberazione di Port Arthur per opera del nostro esercito o della flotta. Perciò l’unica via di uscita onorevole da una situazione simile appare la conclusione della pace, adesso, prima della caduta di Port-Arthur, perché indubbiamente si potrebbero ottenere condizioni di pace favorevoli, che non ferissero il nostro amore proprio nazionale. È molto probabile che i fatti vengano presentati all’imperatore coloriti in un modo che non corrisponde alla realtà. Un rapporto onesto, veritiero, devoto potrebbe forse risparmiare una grande sventura alla nostra patria. V. E. non ritiene possibile, come massimo rappresentante del potere imperiale ed onorato dalla sovrana fiducia, di esporre con un telegramma cifrato a Sua Maestà la vera situazione dell’Estremo Oriente?».
La storia ha confermato la giustezza della penetrazione politica di Kondratenko. La pace conclusa in quell’epoca sarebbe stata di vantaggio per ambe le parti. La Russia avrebbe evitato la rivoluzione.”
L’altare degli eroi
Ma la guerra continuò, così come l’assedio di Port Arthur. Il 2 dicembre, Kondratenko risultò mortalmente ferito dal bombardamento diretto dell’artiglieria giapponese sulla fortezza. Il 6 e il 7 dicembre, i Giapponesi conquistarono a Montagna Alta: una volta issati in vetta gli obici da 280 mm, i soldati del Generale Nogi poterono annientare le ormai indifese unità della Prima Squadra del Pacifico, all’ancora nella rada.
Dopo la fine del conflitto, il corpo di Kondratenko fu trasportato a San Pietroburgo e sepolto nella Lavra di Aleksandr Nevskij. Ma prima, in memoria del suo coraggio, i Giapponesi avevano eretto un cenotafio di granito nel luogo della sua morte.
Un atto di humana pietas, pur in uno scenario di disperazione. Coerente con un “sentire” profondo e doloroso, riflessioni permeate di un umanesimo condiviso, quale traspare compiutamente dalle pagine di Thiess, all’indomani della caduta della piazzaforte di Port Arthur:
“In tal modo anche da quella terra sanguinosa era balzato fuori il doppio volto della Russia: quello molle e senza forma, misticamente vitreo, egoisticamente debole che era nei tempi e meritava la sua dura sorte, e quello eterno, non mai realizzato eppure veramente vivo dell’amor militare, il volto immortale della nazione. Le 38.400 croci di quanti erano caduti in tale spirito stavano con onore presso i 58.000 giapponesi, che, posti uno accanto all’altro, formavano un’immensa linea, lunga quanto l’intera Corea, per la quale erano morti, onde tornasse ad essere giapponese come era stata una volta.
Ma la loro forza non l’avevano tratta soltanto dai loro corpi, l’avevano tratta anche dall’eterna profondissima fonte della loro religione. Erano gli spiriti dei morti, che avevano riportato con loro la vittoria:
«I nostri spiriti tornarono ai loro posti
Montarono la guardia degli spiriti sulle colline di Arturo,
Usarono la spada degli spiriti nella battaglia degli spiriti
Ed aiutarono i loro camerati a lottare per il diritto.
Ora sventola la bandiera del Sole nascente
Sopra il porto. La nostra opera è compiuta,
Torniamo all’altare degli innamorati della patria,
Per riposare fra gli eroi benedetti.
Combattemmo, morimmo; Iddio ci dette la vita,
Torniamo a Dio, siamo contenti».
Ma i russi per chi morirono? Dove andarono a riposare gli spiriti dei loro morti? Dov’era la terra che avrebbe protetto i loro resti dall’ardente marea del tempo che tutto travolge? Anche il loro eroismo aveva le sue radici nel profondo della vita. Ma quella profondità non era già sconvolta? La fede del popolo non era già scossa? il fuoco distruttore non minacciava già il nucleo centrale della loro religione? Avrebbe saputo farlo scoppiare? Oppure la sostanza ultima di un popolo è indistruttibile ed è più forte di qualunque despotismo? Il loro tempo non dette la risposta attesa. Nemmeno il nostro tempo l’ha ancora data. Ma davanti a Dio, mille anni sono come un giorno. E coloro che morirono per la loro fede sono rapiti fuori del tempo e vivono nella pace sorridente della storia.”
Quella humana pietas che permea anche il racconto delle fasi della battaglia navale del 27-28 maggio 1905 nelle acque di Tsushima: l’atto finale della tragedia. Tra le navi aggregate in un secondo momento alla squadra guidata da Rožestvenskij c’era l’incrociatore corazzato Vladimir Monomàch: una nave antiquata, varata nel 1882 e ormai del tutto inadatta a un combattimento di questo tipo, intitolata a un Principe del secolo XI. Una nobile figura, di cui ci sono state tramandate queste parole: “Sopra ogni altra cosa non dimenticatevi mai dei poveri, ma per quanto nelle vostre possibilità nutriteli; offrite all’orfano, discolpate voi stessi la vedova, impedite ai potenti di distruggere il prossimo. […] Il povero villano e la vedova in miseria mai abbandonai alle ingiurie dei potenti”. Il Principe Vladimir Monomach venne successivamente canonizzato e dichiarato santo dalla Chiesa Russa Ortodossa, in un percorso analogo a quello del Principe Aleksandr Nevskji.
Il canto del guerriero: la fine della Monomàch
Quando il ciclopico combattimento è ormai quasi al termine, dopo la fase notturna della battaglia, la fine del Vladimir Monomàch nelle parole di Frank Thiess assume i contorni della laudatio funebris di un antico guerriero.
“Ecco il vecchio incrociatore corazzato Vladimir Monomàch, che Rozdestvenskij aveva assegnato alla squadra degli incrociatori dell’ammiraglio Enquist. È un ferro da stiro di Njebogatov, una pentola di latta, ma in questa pentola ci sono degli uomini, e combattono. Insieme al Dmitrij Donskòj non aveva più potuto seguire gli incrociatori veloci di Enquist, ed insieme al cacciatorpediniere Gromkij aveva tentato di forzare il passaggio verso Vladivostòk. Un siluro gli produce uno squarcio gigantesco. L’equipaggio tramortito tampona la falla, la inchioda, la puntella, e la nave continua la marcia.
Sopraggiungono nuove siluranti nemiche: compariscono nella notte come profilo della morte. Il comandante Popòv ordina di correre alla massima forza; allora i cerotti si staccano, le ferite si riaprono, la vecchia nave si piega su un fianco, l’affondamento è inevitabile. Il comandante ordina al Gromkij di continuare da solo verso Vladivostòk, e con la velocità di una chiocciola dirige su Tsushima. I giapponesi continuarono a sparare, e la Monomàch risponde. Gli attacchi delle siluranti vengono respinti. Sorge il mattino; dalla foschia dell’alba si declina il profilo di una nave. È la nave di linea Sisòj Velikij! Vengono scambiati segnali, ma anche quella è già ferita a morte non è più in condizioni da poter prendere a bordo l’equipaggio del Monomàch. La Sisòj Velikij scompare di nuovo, ed al suo posto sorge un’unità giovane e fresca: l’incrociatore ausiliario giapponese Sado Maru. Manovra svelto e deciso e spara contro la Monomàch. Ma essa è alla fine delle sue forze. Il comandante Popòv ordina di fermare le macchine, di aprire i kingston, di mettere in mare le imbarcazioni, e tutto è finito.
L’incrociatore sprofonda lentamente davanti agli occhi di tutti. È un’ora meravigliosa! Il disco del sole si alza sopra alle nuvole dell’alba, colore del cromo e della porpora, ed arrossa leggermente l’acqua mossa che sembra sangue uscito dalla nave morente. I giapponesi vedono come essa cominci ad immergersi con la prora, vedono le onde montare in coperta, vedono prima i fumaioli ancora un po’ fumiganti, poi soltanto gli alberi sporgere dalle onde inesorabili, ed uno di loro, preso da improvvisa commozione, intona un antichissimo canto di guerra: «Con la sciabola in mano».
Altri si uniscono, ed alla fine tutto l’equipaggio dell’incrociatore nemico Sado Maru canta in coro nutrito l’inno del guerriero morente; lo canta mentre i suoi cannoni tacciono, sopra la tomba ondosa del Monomàch, fino a quando non scompare anche l’ultima cima dell’albero con la bandiera mezzo stracciata che ancora sventola. E i marinai russi che sono in acqua e quelli che sono stati salvati dalle imbarcazioni, gridano l’ultimo hurrà al loro vecchio incrociatore. Il vecchio ebbe in tal modo un’onorata sepoltura; non tutti gli incrociatori russi furono accompagnati morendo dal canto dei giapponesi.”
Infine, proprio nelle pagine conclusive, l’Autore ci lascia idealmente con un’ultima immagine: la narrazione ci porta nell’Ospedale Militare di Sasebo, in Giappone, alcuni giorni dopo la battaglia navale.
L’ammiraglio giapponese Heiachiro Togo – che indossa un’uniforme semplice e senza decorazioni – fa visita al suo avversario, che è lì ricoverato in quanto gravemente ferito nel combattimento dello Stretto di Tsushima; una breve chiacchierata, uno scambio di parole piene di rispetto reciproco: una conversazione non lunga, per non affaticare eccessivamente il suo collega. Poi, Togo se ne va: i suoi passi leggeri, nei corridoi dell’ospedale; l’espressione del volto che rispecchia i suoi pensieri: il destino, la lealtà, l’onore, la perseveranza e la disciplina, la caducità dell’essere umano, la linea a volte molto sottile tra sconfitta e vittoria; la piccolezza del singolo individuo davanti alla storia: una storia che tuttavia ognuno di noi contribuisce a costruire…
«Tsushima» di Frank Thiess è un libro appassionante e profondo, capace di catturare il lettore: una pagina dopo l’altra. Una lettura che si vorrebbe non finisse: da “Politici e soldati” a “Il romanzo di una squadra” e poi a “L’antibolgia”; quell’anticamera dell’inferno, dal Madagascar all’Annam, fino ad arrivare a “La battaglia”: quel momento in cui il lettore spera di arrivare il più tardi possibile. Perché nonostante ciò possa suonare paradossale, questo è un libro in grado di suscitare una sensazione dicotomica; se da un lato risulta difficile interrompere la lettura, d’altro canto il lettore soffre nel vedere che il numero delle pagine che restano da leggere si assottiglia progressivamente; e inesorabilmente.
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