I protagonisti di “Romana Virtus” – Tarquinio il Superbo


Per quanto il tiranno abbia figura umana, tuttavia egli supera per ferocia le belve più mostruose.

Cicerone, La repubblica

È Cicerone a mettere in bocca queste parole a Scipione Emiliano nel dialogo La repubblica. L’arpinate scrive negli anni ’50 del I secolo a.C., quasi 450 anni dopo la caduta della monarchia; eppure, il tono è durissimo, come se l’avversario fosse ancora in vita. Non furono singoli atti di crudeltà, dei tanti che pure gli storici romani attribuirono al Superbo e alla sua famiglia, a spingere Cicerone ad usare simile durezza.

E del resto chi potrebbe giustamente dare il nome di uomo a uno che non vuole avere con i suoi concittadini e, quindi, con gli uomini in generale la comunanza del diritto e il vincolo societario che è proprio dell’umana natura?

Il ‘peccato originale’ di Tarquinio il Superbo fu quello di rifiutare la iuris communionem, la comunanza del diritto, con i propri concittadini. Tale comunanza, cioè eguaglianza di fronte alla legge, è la base della società umana ed è naturale aspirazione dell’uomo, secondo Cicerone. Come spiega anche il professor Andrea Carandini nella prefazione del saggio breve Res Publica:

“Perché vi sia una libertà «vera» è essenziale che tutti siano sottoposti alle leggi, cioè che le leggi siano più potenti degli uomini. Se in uno Stato vi è un uomo più forte delle leggi, la libertà dei cittadini scompare. E questa libertà «vera» quella inventata dalla Roma repubblicana alla fine del VI secolo e agli inizi del V secolo a.C.”

Il Superbo rinnegò tutto questo: prese il potere in maniera violenta e sacrilega cospirando per uccidere il proprio predecessore; abolì i comizi del popolo e terrorizzò il senato; schiavizzò la plebe nei lavori del tempio di Giove Capitolino. Fece della propria reggia l’unica sede del potere in Roma. Il tiranno, dunque, è un essere che rinnega l’umanità e la socialità politica che, secondo Cicerone e i Romani, è propria dell’uomo.

L’abbattimento di questo potere alieno, già reso scricchiolante dal venire meno del favore degli dèi, fu un fatto di portata tale che generazioni di Romani ne preservarono la memoria culturale. È proprio in questa ottica che ho voluto ricostruire la figura del Superbo nel mio nuovo romanzo Romana Virtus. Ovviamente, per poter dare un ritratto negativo di Tarquinio, ho anche studiato gli autori che invece hanno tentato di rivalutarne l’opera, come ha fatto Thierry Camous nella biografia tradotta per l’editrice Salerno, di cui ho parlato sul blog.

Il regno dell’ultimo re di Roma fu un periodo di “crisi religiosa”. La ritrosia nell’acquisto dei Libri Sibillini, i dissidi con l’augure Atto Navio, l’errata interpretazione dell’oracolo di Delfi: sono alcuni degli episodi in cui Tarquinio il Superbo si mostrò incapace e inadatto da un punto di vista religioso. Invece, è proprio Lucio Giunio, suo nipote per parte materna, a comprendere che il responso dell’oracolo, che chiede siano sacrificate “teste in cambio di teste”, non impone il sacrificio di essere umani ma, semplicemente, di teste d’aglio e di papavero, riecheggiando in questo un avvenimento del regno di Numa Pompilio. Questo fatto, non raccontato dagli storici di età classica, è invece ricordato da un autore tardo come Macrobio nel dialogo Saturnalia, scritto ormai al tramonto del mondo antico.

“A questo punto Albino Cecina intervenne: ‘Ho riscontrato un mutamento di sacrificio analogo a quello che hai menzionato, Pretestato, anche nei Compitali, quando per tutti i crocicchi della città si celebravano giochi istituiti, come è noto, da Tarquinio il Superbo in onore dei Lari e di Mania in séguito ad un responso di Apollo che aveva prescritto di intercedere con teste in favore delle teste. Tale precetto fu osservato per qualche tempo, e per la buona salute dei famigliari si immolavano fanciulli alla dea Mania, madre dei Lari. Giunio Bruto, divenuto console dopo la cacciata di Tarquinio, decise di modificare tale tipo di sacrificio. Ordinò di compiere le suppliche con teste di aglio e di papavero: si obbediva così all’oracolo di Apollo che parlava di teste senza peraltro compiere il misfatto di un infausto sacrificio.”

Macrobio, Saturnalia

L’uomo più perspicace, insomma, si rivela essere colui che per ragioni di sicurezza personale è costretto a fingersi tardo di mente e fuor di senno.

Anche questi elementi compaiono, in modo tragico e spero narrativamente avvincente, nel mio nuovo romanzo Romana Virtus.


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Roma, 509 a.C. Alla notizia del suicidio della nobile matrona Lucrezia, violentata da Sesto, figlio del re Tarquinio, il popolo di Roma guidato da Lucio Giunio Bruto e Publio Valerio insorge e caccia il proprio sovrano.
È la Repubblica;
La libertà conquistata è però immediatamente minacciata dal ritorno di Tarquinio, il quale chiede alle ricche città dell’Etruria che esse l’aiutino ad essere ristabilito sul trono di Roma. Il potente Porsenna, signore di Chiusi, arma un grande esercito composto da Etruschi e Latini e marcia sulla città.
Tre giovani Romani sono chiamati alla difesa della patria in pericolo: il patrizio Orazio, discendente di un eroe leggendario; il giovane Muzio, che dalla tirannia di Tarquinio ha subito torti dolorosi; la fanciulla Clelia, determinata ad avere un ruolo nella difesa della città.
La difesa della libertas susciterà la virtus?

Pagine: 383
Data di uscita: 9 giugno 2024
Prezzo ebook: 4,99 € in prenotazione a 2,99 € fino alla data di uscita
Prezzo cartaceo: 14,99 €

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Romana Virtus, il mio nuovo romanzo

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