Spie e confidenti anonimi: l’arma segreta del regime fascista
La prima e insuperata indagine storica del lato più oscuro del Ventennio: la delazione anonima, odioso strumento nelle mani di Mussolini per controllare la vita degli italiani. È il 1923 quando l’ex socialista Benito Mussolini, alla guida da pochi mesi del governo di coalizione, pone con una breve nota il primo mattone di un autentico mostro politico-burocratico che, con i suoi tentacoli intinti nel veleno di intercettazioni, delazioni e soffiate, stritolerà la vita pubblica italiana fino alla fine del regime fascista: “Caro Finzi, dispongo che le intercettazioni telefoniche siano d’ora innanzi recapitate solamente a me. Una copia sola, quindi, che tu riceverai e mi trasmetterai”. Mimmo Franzinelli, grazie a una ricerca accuratissima, non paga di uno scrupoloso scandaglio degli archivi ma ricca anche di testimonianze di prima mano (spesso terribili), ci mostra con chiarezza come sia stato possibile tenere sotto il tallone d’acciaio del terrore un intero paese, trasmettendo l’insicurezza profonda che è il primo ingrediente dell’obbedienza cieca. Quando nemmeno fra i muri della sua casa si sente al sicuro, quando i partigiani vengono scovati nei nascondigli più impensabili, quando le famiglie ebraiche vengono tradite dai vicini e dagli amici, il popolo è pronto, pur di non correre alcun rischio, a pagare il terribile prezzo di abdicare alla propria libertà.
Pagine: 464
Editore: Feltrinelli
Prima edizione: 2012
Formato: ebook e cartaceo
Un tassello scomodo della memoria nazionale
Il merito principale del lavoro di Mimmo Franzinelli sta già nell’impostazione: affrontare un tema rimosso, quasi volutamente lasciato ai margini della coscienza storica italiana. Come scrive l’autore, “La storia della delazione in epoca fascista si colloca tra due estremi: il suo diffuso impiego per finalità di controllo e di repressione e la cappa di silenzio stesa attorno a un fenomeno così inquietante”. Questa tensione tra diffusione reale e rimozione successiva costituisce l’asse portante del libro e ne spiega, in parte, anche l’urgenza.
Non si tratta semplicemente di un’indagine sul funzionamento della polizia politica o sugli strumenti repressivi del regime fascista: il punto è più profondo e riguarda la società italiana nel suo complesso. La delazione non è qui descritta come un’anomalia, ma come una pratica radicata, quotidiana, quasi banalizzata. In questo senso, il libro si inserisce in un filone storiografico che mette in discussione l’immagine autoassolutoria degli italiani, quella del “bravo popolo” sostanzialmente estraneo alle dinamiche più oscure del potere.
L’autore parla apertamente di una “storia di una rimozione”, invitando a colmare un vuoto: non tanto aggiungere un dettaglio marginale, quanto ridefinire il mosaico complessivo dell’Italia del Novecento. È un’operazione che può risultare “dolorosa, forse inopportuna e per qualcuno anche irritante”, ma proprio per questo necessaria. Il bersaglio polemico implicito è quella narrazione che contrappone il “buon italiano” al “cattivo tedesco”, attenuando o ignorando le responsabilità diffuse nella società.
La macchina della delazione: tra burocrazia e quotidianità
Uno degli aspetti più convincenti del volume è il rigore documentario. Franzinelli lavora su una massa imponente di fonti d’archivio, ricostruendo con precisione la trafila delle denunce: dalla lettera anonima fino all’intervento delle autorità, talvolta con il coinvolgimento diretto di Benito Mussolini. Questo livello di dettaglio consente di comprendere come la delazione non fosse un fenomeno caotico, ma inserito in un sistema amministrativo efficiente e strutturato.
La distinzione tra delazione “verticale” e “orizzontale” è particolarmente efficace. Se la prima riguarda segnalazioni indirizzate verso l’alto, la seconda – ben più diffusa – si sviluppa all’interno della società: colleghi che denunciano colleghi, vicini di casa, parenti, conoscenti. È qui che emerge il volto più inquietante del fenomeno, perché la repressione non appare più soltanto come imposizione dall’alto, ma come dinamica che coinvolge direttamente il tessuto sociale.
I casi riportati sono spesso minimi, quasi grotteschi nella loro banalità: un insulto pronunciato in un momento d’ira o una frase irriverente detta in pubblico. Eppure le conseguenze sono sproporzionate: confino, carcere, procedimenti penali. Questo squilibrio suggerisce una riflessione più ampia sul funzionamento del potere. Come osservato nel testo di partenza, il regime non reprimeva necessariamente perché ne avesse bisogno per sopravvivere, ma perché poteva farlo. La delazione diventa allora uno strumento che alimenta un meccanismo “infernale”, in cui l’arbitrio si trasforma in norma.
Interessante anche il confronto internazionale. A differenza dell’Unione Sovietica staliniana o della Germania nazista, dove la delazione era esplicitamente incoraggiata e strutturata ideologicamente, nell’Italia fascista essa rimane più discreta, quasi sommersa. Il Partito Nazionale Fascista, infatti, non controllava direttamente gli apparati repressivi, che restavano nelle mani della polizia e dei carabinieri. Ciò non significava una minore efficacia, ma piuttosto una diversa modalità: selettiva, accorta, meno appariscente ma non meno pervasiva.

Le sei fasi di un fenomeno in trasformazione
Uno dei contributi più chiari del libro è la periodizzazione del fenomeno in sei fasi, che ne mostrano l’evoluzione nel tempo. Nella seconda metà degli anni Venti, la delazione cresce in parallelo al consolidamento del regime e alla repressione delle opposizioni. Negli anni Trenta si stabilizza come elemento strutturale del rapporto tra potere e cittadini.
Il salto qualitativo avviene però con le leggi razziali: le denunce si moltiplicano e diventano più dettagliate, spesso legate a interessi economici oltre che ideologici. La persecuzione degli ebrei offre infatti nuove opportunità di profitto e di regolamento di conti personali. La delazione non è più solo politica, ma anche sociale ed economica.
Durante la guerra, soprattutto a partire dal 1941, il fenomeno assume un carattere ancora più drammatico: i delatori vengono utilizzati per individuare i “disfattisti”, in un contesto di crescente sfiducia verso il regime. Ma è con il crollo del 1943 e la nascita della Repubblica Sociale che la delazione diventa questione di vita o di morte. Nella guerra civile, le segnalazioni portano alla cattura e spesso all’uccisione di partigiani, oppositori ed ebrei.
Qui il libro raggiunge uno dei suoi vertici analitici: la delazione non è più solo uno strumento di controllo, ma un’arma letale nelle mani di individui mossi da motivazioni diverse – denaro, ideologia, vendetta. È il momento in cui emerge con maggiore evidenza la “degradazione” della morale pubblica di cui parla l’autore: “quantità di patteggiamenti deteriori, casi di tradimento miserabile e abissi di degradazione”.
Infine, il dopoguerra apre la fase della “controdelazione”: accuse contro i fascisti, giustizia sommaria, processi nelle corti straordinarie. Ma questa stagione è breve. Presto subentra una normalizzazione che porta a un sostanziale oblio, anche attraverso strumenti come l’amnistia. Il risultato è una mancata elaborazione collettiva del fenomeno.
Una storia incompleta: tra rimozione e responsabilità
La parte più stimolante del libro è forse quella riflessiva, in cui Franzinelli si interroga sulle ragioni della lunga rimozione del tema dal dibattito pubblico e dalla coscienza storica. La risposta chiama in causa non solo la storiografia, ma l’identità nazionale. L’insistenza sul mito dell “italiani, brava gente” ha portato a enfatizzare, anche in epoca recente, gli episodi di solidarietà – pur reali e importanti – a scapito di quelli di collaborazione e tradimento. Si è preferito studiare, insomma, il salvataggio degli ebrei piuttosto che l’“ausilio ancillare” fornito ai nazisti da una parte della popolazione. Allo stesso modo, il silenzio sulle modalità di cattura di molti partigiani ha nascosto il ruolo delle delazioni interne.
Il libro non nega gli aspetti positivi della società italiana, ma invita a integrarli con quelli negativi, per evitare una visione distorta. In questo senso, la tesi è equilibrata: non si tratta di sostituire una narrazione con un’altra, ma di completarla. Gli italiani, suggerisce l’autore, non sono stati né migliori né peggiori degli altri popoli, ma semplicemente umani, con tutte le contraddizioni che ciò comporta. Resta però una questione aperta, che emerge anche dalla lettura: quanto fu davvero “necessaria” la delazione per il funzionamento del regime? L’impressione, soprattutto per il periodo precedente alla guerra, è che essa non fosse decisiva. Il consenso e il controllo istituzionale erano già sufficienti. La repressione appare quindi, in molti casi, come un eccesso, un esercizio di potere fine a sé stesso.
Questa interpretazione rafforza l’idea di un potere che agisce non per necessità, ma per possibilità, e che trova nella delazione un moltiplicatore delle proprie capacità di intervento. Con la guerra civile, però, il quadro cambia radicalmente: qui la delazione diventa centrale, determinando concretamente la sorte di individui e gruppi. Il potere, insomma, “può” e quindi “fa”.

Due esempi
Il cuore del libro è costituito dalla narrazione precisa e puntuale di casi di delazione. Vale dunque la pena riportarne per esteso alcuni, a titolo d’esempio. Padre Agostino Gemelli, eminente studioso e religioso, fondatore dell’università cattolica del Sacro Cuore, nel 1933 segnalò alla polizia due studenti dell’ateneo perché filocomunisti. I due furono condannati al confino a Ponza, da cui evasero anni dopo. Padre Gemelli invece fu chiamato in giudizio sulla questione nel 1945, dopo la Liberazione. Il caso, ricostruito da Franzinelli, dimostra l’inestricabile fascio di intenzioni, paure e comportamenti in cui ogni singolo si trovava a cadere, quando viveva sotto un regime totalitario che faceva uso della delazione.
Le spiegazioni della segnalazione gemelliana sono probabilmente da ricercare in un freddo calcolo politico: la volontà di non prestare il fianco agli attacchi di quei fascisti che descrivevano a Mussolini il rettore della Cattolica come cattivo maestro della gioventù italiana. Il reverendo paventò che, qualora la Polizia avesse scoperto autonomamente le trame dei due studenti, l’episodio sarebbe stato utilizzato contro l’Università Cattolica, indicata quale fucina di antifascismo.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, migliaia di ebrei tentarono la fuga verso la Svizzera attraverso le Alpi, affidandosi a reti clandestine non sempre oneste. Accanto a forme di solidarietà, si sviluppò un vero mercato illegale di “passatori”, non pochi dei quali tradivano i fuggiaschi, li derubavano o li consegnavano a fascisti e nazisti. Le denunce di civili e le complicità locali resero frequenti arresti e deportazioni, spesso con la distruzione di intere famiglie. Solo una minoranza riuscì a salvarsi; per molti, il viaggio verso la salvezza si trasformò in un tragico percorso di inganno, violenza e morte.
Gli ebrei giungevano a Varese da Milano tramite i coniugi Ottorino ed Eleonora Cucchi, titolari di una drogheria e collegati all’Organizzazione soccorso cattolico agli antifascisti ricercati (OSCAR) coordinata da don Natale Motta. I Cucchi si facevano versare diecimila lire pro capite: metà della somma restava nelle loro mani, metà andava alle guide. Eleonora Cucchi accompagnava in treno i fuggiaschi sino a Varese e, sul calare della sera, li consegnava a due “passatori”, coi quali essi salivano sul tram diretto a Ghirla; iniziava quindi la rischiosa marcia notturna verso Cugliate e il monte della Nave, guadando il torrente Tresa, oppure in direzione di Viconago: tre o quattro ore in condizioni ottimali, assai di più in caso di pioggia. Qualche volta il viaggio terminava dinanzi alle guardie di frontiera, che senza alcuna fatica fermavano i fuggiaschi abbandonati poco prima dalle guide infedeli. Con questo sistema furono illusi e traditi una sessantina di ebrei
La famiglia Herskovits, di origine cecoslovacca e trasferitasi a Fiume, fu ingannata da passatori che indicarono una falsa rete di confine. Subito dopo, le guardie li arrestarono grazie a un segnale concordato. Deportati ad Auschwitz, quasi tutti morirono. Solo Agata sopravvisse, testimoniando il tradimento e la violenza subiti durante il tentativo di fuga.

Conclusione
Il libro di Franzinelli è un contributo importante e, per certi versi, destabilizzante. Non tanto per le singole rivelazioni, quanto per il quadro complessivo che ne emerge: una società attraversata da pratiche di denuncia diffusa, inserite in un sistema repressivo ma anche alimentate da motivazioni individuali spesso meschine. La forza del saggio sta nell’equilibrio tra analisi documentaria e riflessione interpretativa, in cui non c’è mai compiacimento né moralismo d’accatto, ma una volontà chiara di comprendere e far comprendere. Il risultato è un’opera che costringe il lettore a confrontarsi con una parte scomoda della storia nazionale.
Se c’è un limite, forse, è proprio nella difficoltà di integrare pienamente questo quadro con altre dimensioni della storia del fascismo, come il consenso o le politiche sociali, ma si tratta di un limite inevitabile in un lavoro che sceglie consapevolmente di concentrarsi su un aspetto specifico.
In definitiva, il libro raggiunge il suo obiettivo: aggiungere “qualche altra pagina” (le virgolette non sono riduttive, anzi!) a una storia ancora incompleta. E lo fa in modo convincente, offrendo strumenti utili non solo agli studiosi, ma anche a chiunque voglia comprendere meglio le dinamiche profonde del rapporto tra potere e società.
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