“La sottile linea rossa” di James Jones

1942, Arcipelago delle isole Salomone. Nelle prime, tiepide ore del mattino di una bella giornata tropicale, due navi americane da trasporto si avvicinano  all’isola di Guadalcanal, occupata dai giapponesi. Per i loro equipaggi non si  tratta d’altro che di una missione ordinaria: trasportare truppe fresche di rinforzo. Ma per i fanti che formano il carico delle navi questo viaggio non è né ordinario né noto. Ammassati sul ponte come pecore, gli uomini accendono le sigarette e scrutano la riva. È una bella vista, quella che si gode dal ponte. Sotto il fulgido sole tropicale del mattino una brezza marina agita le fronde delle minuscole palme da cocco dietro la spiaggia grigiastra dell’isola più vicina.
Si direbbe che nulla possa scalfire questo paradiso terrestre, se un’ansia  profonda, un’incontrollabile eccitazione nervosa non si impadronissero degli uomini a bordo. Vengono da una divisione regolare d’anteguerra, ma non hanno mai avuto un battesimo del fuoco. Mentre si preparano allo sbarco sanno che un certo numero di loro rimarrà sull’isola, privo di vita, non appena vi metteranno piede. Ignorano, tuttavia,  la sorte che spetterà ai sopravvissuti, una volta inoltratisi all’interno di Guadalcanal: una sorte fatta di malaria e colera, scarsità d’acqua e di  rifornimenti, e continue, snervanti, micidiali schermaglie coi giapponesi.

Pagine: 512
Editore: Neri Pozza
Anno di uscita (originale): 1962
Formato: cartaceo ed ebook


“Questo libro è allegramente dedicato alla più grande e più eroica di tutte le imprese umane, la Guerra; voglia il Cielo che essa non cessi mai di darci la gioia, l’emozione e lo stimolo adrenalinico di cui abbiamo bisogno; di fornirci gli eroi, i presidenti e i condottieri, i monumenti e i musei che erigiamo loro in nome della Pace.”

Un classico esigente e necessario

La sottile linea rossa, pubblicato nel 1962, resta uno dei vertici più alti della narrativa di guerra del Novecento. Non si tratta soltanto di un romanzo sulla campagna di Guadalcanal, ma di un’opera che ambisce a farsi anatomia dell’esperienza umana portata al limite. In un panorama letterario spesso incline alla semplificazione spettacolare del conflitto, James Jones scelse la via più ardua: quella della complessità, della lentezza deliberata, della coralità profonda.

Fin dalla celebre dedica iniziale — apparentemente entusiastica nei confronti della guerra — il lettore comprende di trovarsi davanti a un dispositivo ironico; ma non soltanto ironico. Jones non è un guerrafondaio, ma neppure un pacifista nel senso militante e moraleggiante che il termine ha assunto in epoca contemporanea. La sua posizione è più inquieta e tragica: la guerra è insieme orrore e rivelazione, abisso e lente conoscitiva. Questo doppio registro attraversa l’intero romanzo e ne costituisce la vera forza perturbante.

Il primo dato che colpisce il lettore contemporaneo è proprio il passo narrativo. Siamo di fronte a un libro che richiede pazienza e disponibilità all’immersione. Non è la lunghezza — pur considerevole — a renderlo impegnativo, quanto piuttosto il ritmo per certi versi ostinatamente anti-spettacolare. Jones può permettersi di dedicare decine di pagine al semplice sbarco a Guadalcanal, e in questa scelta si rivela tutta la sua poetica: la guerra non è soltanto sequenza di azioni concitate, ma un’esperienza che si deposita lentamente nella coscienza fino a provocare, dopo le prime esperienze di combattimento, un “torpore” negli uomini che vi hanno preso parte.

In un’epoca in cui la narrativa tende spesso a farsi “visiva” e rapida, quasi mimetica rispetto al linguaggio cinematografico, La sottile linea rossa appare come un romanzo d’altri tempi nel senso più nobile dell’espressione. Non concede scorciatoie emotive, non blandisce il lettore con facili effetti, ma lo costringe a un confronto progressivo con la materia umana del conflitto. È un libro esigente, sì — ma la pazienza che richiede viene largamente ripagata.

La C-come-Charlie: una compagnia-mondo

Uno degli elementi di maggiore singolarità dell’opera è la sua struttura corale. La protagonista è, difatti, la compagnia C-come-Charlie nel suo complesso: dal capitano che la comanda all’assistente del cuoco, passando per sergenti, fucilieri e scritturali. Ovviamente, la compagnia così intesa non è semplicemente un’unità militare, ma un vero microcosmo di umanità. Jones introduce un personaggio dopo l’altro con una sistematicità quasi ossessiva, soffermandosi ogni volta sulla sua interiorità, sul suo modo specifico di percepire la guerra, sui suoi timori e sulle sue illusioni. La caoticità della guerra e la precarietà dell’uomo in essa è resa dalla continua introduzione (ed eliminazione) di personaggi. La C-come-Charlie che sbarca a Guadalcanal dopo alcuni combattimenti non è già più la stessa nella maggior parte dei suoi componenti.

Punto di forza di Jones è che questa proliferazione di personaggi (e punti di vista) non è mai gratuita. Al contrario, risponde a un progetto narrativo estremamente ambizioso: fare dell’esercito una miniatura del mondo. L’autore, cioé, costruisce una costellazione di temperamenti diversi che diversamente reagiscono alla medesima esperienza estrema. Ne nasce un affresco umano di impressionante densità, in cui le differenze individuali convivono con analogie profonde e strutturali.

È proprio questa profondità psicologica a distinguere La sottile linea rossa da gran parte della narrativa bellica più convenzionale. Qui non vi sono eroi monolitici, ma uomini attraversati da contraddizioni, paure, impulsi oscuri. La guerra, più che rivelare virtù preesistenti, funziona come un reagente chimico che porta in superficie ciò che normalmente resta sepolto: il codardo che si scopre eroe, l’uomo normale che rimane scioccato dalla guerra, l’apatico che perde ogni sensibilità di fronte all’orrore, il capitano “umano” ecc.

Ambivalenza della guerra e verità dell’esperienza

Ridurre il romanzo a un semplice libro “contro la guerra” sarebbe fuorviante quanto leggerlo come un’esaltazione del conflitto. La grandezza di Jones sta proprio nel rifiuto di ogni semplificazione ideologica. La dedica iniziale — ironica e volutamente disturbante — prepara il terreno a uno sguardo bifronte, refrattario alle categorie consolatorie.

Da un lato, il romanzo insiste con forza sulla disumanizzazione della guerra moderna. La tecnologia bellica ha reso obsoleti molti dei valori tradizionalmente associati al combattimento: il coraggio individuale, la forza fisica, persino l’abilità tattica appaiono impotenti di fronte alla casualità di una mina o alla pioggia impersonale delle mitragliatrici. Jones registra con lucidità quasi clinica questa perdita di senso, mostrando come la morte possa colpire in modo arbitrario e assurdo. Emblematica è la descrizione del bombardamento sulla spiaggia: i soldati sotto le bombe si rendono pienamente conto che la morte non ha nulla di eroica ma è soltato puro e cieco caso, di fronte a cui si è impotenti.

Doll era appena partito quando i portaferiti furono di ritorno con Jacques. Stein scoperse di non potere resistere alla tentazione di guardarlo. E così fu anche per gli altri. Lo avevano disteso sulla barella a pancia in giù. Il medico teneva una compressa di garza sulla ferita, ma era evidente che nel dorso di Jacques, all’altezza della vita, c’era un lungo squarcio guizzante. Il viso pendeva oltre il bordo della barella, e gli occhi semichiusi, svuotati di ogni intelligenza dalla morfina e dallo choc nervoso, tradivano solo una strana espressione interrogativa. Sembrava che chiedesse loro, o a qualcuno, perché, perché lui, John Jacques, fosse stato scelto per quel particolare destino. In qualche posto uno sconosciuto aveva lasciato cadere un involucro di metallo dentro un tubo, senza sapere con esattezza dove sarebbe piovuto, senza nemmeno sapere dove voleva che piovesse. Era salito al cielo ed era ricaduto. E dov’era piovuto? Su John Jacques? Quando era esploso, migliaia di schegge e frammenti di metallo dagli orli taglienti erano partiti sibilando in tutte le direzioni. E chi era stato l’unico a esserne colpito? John Jacques! Perché? Perché proprio lui? Nessun nemico aveva puntato l’arma su John Jacques. Nessun nemico sapeva che esi- stesse un John Jacques. Non più di quanto lui conoscesse nome, carattere e personalità del giapponese che aveva lasciato cadere nel tubo l’involucro di metallo. Perché, dunque? Perché proprio lui? Perché John Jacques? Perché non un altro? Perché non uno dei suoi amici? E adesso era fatto. Presto sarebbe morto. Stein s’impose di guardare altrove.

Dall’altro lato — ed è qui che l’opera si fa veramente perturbante — lo scrittore non censura la componente di fascinazione che la violenza esercita sugli uomini. In alcune pagine memorabili emerge il piacere oscuro del combattimento; altrove la narrazione assume tonalità febbrili nel descrivere l’ebbrezza dello scontro. Non si tratta di compiacimento, ma di onestà conoscitiva. Jones vuole restituire l’esperienza nella sua interezza, senza l’illusione moralmente rassicurante di poterla ridurre a una semplice condanna. Gli americani trovano due cadaveri di commilitoni deturpati dai giapponesi: la risposta è il massacro degli occupanti din una postazione nemica. In questo senso la sua posizione differisce nettamente, per esempio, dal nichilismo antimilitarista di Louis-Ferdinand Céline, per il quale la guerra è soprattutto una truffa grottesca orchestrata dai potenti. Jones è meno ideologico e più tragico: non smonta soltanto il mito della guerra, ma osserva ciò che accade agli uomini quando quel mito si incrina.

Emblematico è il modo in cui terrore ed entusiasmo finiscono talvolta per confondersi nei soldati, fino a diventare indistinguibili. La guerra appare così come un dispositivo che porta allo scoperto l’ambivalenza costitutiva della natura umana: capacità di solidarietà e impulso distruttivo, fraternità virile e brutalità primordiale, slancio altruistico e desiderio di sopraffazione.

E non credeva di combattere la guerra per la libertà o la democrazia o la dignità della razza umana. Quando l’analizzava, come cercava di fare adesso, riusciva a trovare una sola ragione della sua presenza in quel luogo: si sarebbe vergognato se la gente lo avesse creduto un vigliacco, l’avrebbe imbarazzato essere messo in galera. Ecco la verità.

Su tutto aleggia un senso persistente di mistero. Più volte il narratore suggerisce che nemmeno i protagonisti sappiano spiegare fino in fondo le proprie azioni — soprattutto quelle che dall’esterno appaiono eroiche. È una delle intuizioni più profonde del romanzo: l’uomo in guerra non è pienamente trasparente, neanche a se stesso. Così riflette il capitano Stein, comandante della C-come-Charlie, congedato dopo la battaglia:

Aveva avuto troppo fretta, certo, a respingere l’ordine di attacco di Tall, avrebbe dovuto temporeggiare in attesa di scoprire che cosa poteva fare Beck sulla catena, Il problema fondamentale era un altro. E Stein non conosceva la soluzione nemmeno di questo. La domanda era: Stein aveva veramente disobbedito all’ordine di Tall perché temeva per i suoi uomini, perché tanti dei suoi uomini si stavano facendo ammazzare? O aveva disobbedito all’ordine di Tall perché temeva per sé, perché temeva di poter essere ucciso? Nessuno aveva mai accennato, o anche alluso, a una cosa simile. Ma Stein non lo sapeva. Ci aveva pensato e ripensato nelle notti in cui era rimasto seduto in solitudine sotto la piccola tenda, sentendo il rumore delle incursioni aeree, eppure non lo sapeva. Forse era stata un po’ l’una e un po’ l’altra cosa. Ma se erano state tutt’e due, allora qual era stato l’impulso più forte? Che cosa aveva veramente determinato la sua decisione? Non lo sapeva, e basta. E se non lo sapeva in quel momento, non lo avrebbe saputo mai. Sarebbe rimasto in lui, irrisolto. Era una cosa che si sarebbe portato dietro tutta la vita, ma d’altra parte Stein trovava che non gli importava più un fico secco di ciò che pensava suo padre, il maggiore della prima guerra mondiale. Gli uomini cambiavano le loro guerre negli anni che seguivano dopo averle combattute. Era la solita storia: “Io crederò alle tue menzogne su di te se tu crederai alle mie menzogne su di me”. La storia. E Stein sapeva che suo padre aveva mentito; o, se non mentito, che aveva in- fiorato. E Stein sperava di non fare mai una cosa simile. Avrebbe potuto farlo, ma sperava di no.

Una certezza emerge con forza inequivocabile: la guerra cambia tutti. La “sottile linea rossa” non separa soltanto vivi e morti, insomma, sani e folli, ma soprattutto il confine invisibile che divide chi ha conosciuto la guerra da chi ne è rimasto fuori.

Il film del 1998: cosa ha fatto Malick

Con The Thin Red Line, Terrence Malick non realizza una semplice trasposizione, ma una vera rifondazione poetica del materiale di Jones.

Il film conserva alcuni nuclei essenziali del romanzo — la coralità, Guadalcanal, l’attenzione alla interiorità dei soldati — ma li rilegge in chiave decisamente più metafisica e contemplativa. Dove Jones resta ancorato a un realismo psicologico e antropologico, Malick spinge la materia verso una meditazione cosmica sul rapporto tra uomo, natura e violenza.

La differenza più evidente riguarda il tono morale. Il romanzo di Jones è tragico ma concreto, radicato nell’esperienza vissuta del fante; il film di Malick tende invece a spiritualizzare la guerra, trasformandola in una sorta di dramma ontologico sul male e sulla perdita dell’innocenza. Le celebri voci fuori campo, la centralità del paesaggio, il montaggio ellittico producono un’opera di grande potenza lirica, ma anche più rarefatta rispetto alla densità materiale del libro.

James Caviezel nei panni del soldato Witt, che nel film è molto diverso da ciò che è nel libro…

Si può dire che Malick abbia colto perfettamente l’anima meditativa del romanzo, accentuandone però la dimensione elegiaca e filosofica a scapito della concretezza quasi documentaria che caratterizza Jones. Il risultato è un film di altissimo livello artistico, profondamente rispettoso nello spirito ma autonomo nella forma.

Letto e visto in sequenza, romanzo e film offrono così due prospettive complementari sulla stessa esperienza limite: Jones ci consegna la verità umana della guerra vissuta dal basso; Malick ne distilla una meditazione visiva sul mistero del male e della violenza. In questa tensione tra materia e contemplazione continua a vibrare, ancora oggi, la forza inesauribile della sottile linea rossa che, giova ricordare, è un’espressione che nacque dalla penna di un giornalista che, nell’800, duranta la guerra di Crimea, voleva esaltare gli sforzi della “sottile linea rossa di eroi” dei soldati britannici.

Nel ‘900 cadde, per il nostro mutato spirito verso la guerra, il termine eroe…


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