Relegato nel più estremo lembo dell’Impero, il veterano di guerra Paulinus Maximus deve difendere i confini della Britannia dalla costante minaccia barbarica. Il coraggio, la lealtà, l’esperienza dimostrati in un’impresa tanto ardua gli valgono la nomina a Generale dell’Occidente, l’ambizione di una vita. Ma insieme al titolo giunge l’ordine di una missione destinata a segnare il futuro di Roma: Maximus deve raccogliere e guidare una legione romana per difendere la frontiera del Reno, confine cruciale nello scacchiere imperiale. Sull’altra riva del fiume, le popolazioni nemiche sono unite e preparano la conquista della Gallia, una scorribanda che in breve potrebbe arrivare dritta al cuore dell’Impero. Solo un grande generale può riuscire a impedire il disastro.
Anno di uscita: 1970
Formato: cartaceo
Pagine: 380
Editore: Castelvecchi
Aquila nella neve di Wallace Breem è un romanzo che, bisogna dirserlo chiaramente, soffre gli oltre cinquant’anni che ci separano dalla sua uscita. Non mi riferisco allo stile, come si potrebbe pensare, dacché la narrazione in prima persona al tempo passato è infatti solida e ben calibrata. Il problema, semmai, riguarda il contenuto esplicitamente storico, che in un romanzo di questo genere costituisce un elemento fondante.
Procediamo però con ordine. Protagonista e narratore del romanzo è Gaio Paolino Massimo (Va segnalata, per inciso, una scelta editoriale discutibile dell’edizione italiana, che mantiene i nomi nella forma inglese dunque in latino, parlando di Gaius anziché Gaio. È un dettaglio marginale, ma sintomatico della distanza culturale con cui il romanzo ci giunge oggi). Massimo o Maximus, comunque, è un veterano di lungo corso e comandante prima sul vallo di Adriano e poi sul limes renano negli anni 380-410, cioé gli anni finali dell’impero romano detto d’occidente prima del crollo dei confini. Le prime settanta pagine sono occupate dalla vicenda della “grande cospirazione”, cioé una delle ultime invasioni barbariche oltre il vallo ad essere respinta dalle forze romane; in seguito, ci si sposta in Gallia, dove il potente Stilicone ha affidato al nostro scarse forze – una legione e pochi ausiliari – con il compito di “tenere il fiume” mentre egli difende l’Italia. Difatti, un’immensa orda barbarica di Vandali, Alani, Quadi, Alemanni ecc. ricacciata dagli Unni si ammassa oltre il Reno, desiderosa delle terre della Gallia.
La premessa, dunque, è quantomai avvincente e stimolante: noi, lettori di oggi, sappiamo che il limes renano cadrà e la missione del nostro fallirà, ma non possiamo non rimanere avvinti dall’abnegazione e dal senso del dovere del protagonista e dallo scenario che l’autore evoca, cioé quello di un “pugno di ultimi eroi” che, destinato alla morte, combatte nonostante tutto contro forze esterne soverchianti e, anche, contro il declino morale interno della società. Proprio perché l’impianto narrativo è così efficace, diventa inevitabile interrogarsi sulla sua “tenuta” dal punto di vista storico.
Alcuni limiti storici
Qui subentra il primo problema: storicamente, è ormai accertato che l’invasione del 406-407, che vide il crollo del confine renano, non fu proprio una “invasione” in senso classico perché, in assenza di forze romane, non vi fu lotta, tanto che ormai oggi si parla di “attraversamento” del Reno; né, sembra, che il fiume abbia ghiacciato. Confesso, però, di cedere alla poeticità dello scenario descritto dall’autore. Accettata questa licenza, il romanzo trova la sua piena efficacia narrativa. Per trecento pagine, infatti, le battaglie lungo il Reno, le difese disperate delle fortificazioni, l’uso ingegnoso delle risorse limitate ecc. contribuiscono a mantenere alta la tensione e, ripeto, ad affascinarci. Il paesaggio gelato, il fiume immobile, la pressione incessante dei nemici traducono in immagini la condizione dell’impero stesso, irrigidito, stanco, incapace di adattarsi. L’ambientazione diventa così linguaggio simbolico, perfettamente coerente con il messaggio del romanzo: non si assiste alla caduta improvvisa di Roma, ma al suo lento esaurirsi, trattenuto solo dalla volontà di pochi uomini.
Il fiume che per secoli aveva segnato il limite della civiltà romana diventa così, nella finzione romanzesca, un varco improvvisamente aperto: non tanto per effetto della natura, quanto per l’esaurirsi della forza politica e morale che lo aveva reso invalicabile. Le terre dell’impero non producono più soldati, ma disertori che tagliano il pollice destro per evitare l’arruolamento. I templi degli antichi dèi sono deserti in favore delle basiliche del nuovo culto cristiano, che non ha nulla dire o da offrire per arginare l’invasione.

Si potrebbero discutere storicamente molte delle cose che l’autore descrive nel romanzo, ma “romanzo storico” non vuol dire semplicemente “saggio storico”; dunque l’autore, soprattutto se scrivente oltre cinquant’anni fa, ha per me sempre un suo margine di libertà e di azione, purché tale libertà sia rispettosa e sensata.
Meno scusabile, credo, è invece il continuo riferimento a termini come “legione”, intesa come la classica unità di 5000 uomini divisi in dieci coorti, e “forze ausiliarie”. Il panorama del tardo impero era ben diverso da quello che descrive Breem. Si fa riferimento alle forze limitanee, cioé coloro che servivano nell’esercito stanziale possedendo un pezzo di terra, ma, in effetti, non appaiono mai tali forze; né quelle comitantensi dell’esercito campale. Aleggia nell’intero romanzo il pregiudizio della “incapacità” delle forze militari romane tardo-imperiale, incapacità frutto soprattutto di 1una decadenza morale, decadenza che, ovviamente, inizia dalla società civile.
L’autore, infatti, attraverso la trama e gli eventi e il modo in cui ce li racconta delinea una visione manichea dell’epoca: le invasioni, qui, sono vere invasioni che portano alla distruzione di una civiltà. Il protagonista, Gaio Paolino Massimo, è il prototipo del militare romano integerrimo e virtuoso dei tempi andati. Il Reno divide la romanità dalla barbarie. Non che l’autore non ci offra anche la complessità della storia: ci viene spiegato chiaramente che i barbari si muovono alla ricerca di terra e cibo, a causa della pressione degli unni. I romani collaborano attivamente con alcune tribù barbare, a cui pagano sussidi (o tributi), ma il punto di vista attraverso cui vediamo e filtriamo ogni cosa ha una opinione netta della faccenda.
Conflitti psicologici

Il cuore umano del romanzo è affidato quasi interamente a due figure: il narratore-protagonista Paolinus e il suo più stretto collaboratore, l’ufficiale di cavalleria Quintus. Questo rapporto, fondato su fiducia, lealtà e divergenze mai del tutto esplicitate, costituisce uno dei pochi assi relazionali dell’opera. È qui che il romanzo mostra al tempo stesso la sua forza e uno dei suoi limiti. Da un lato, questa concentrazione consente a Breem di costruire un protagonista coerente, credibile, profondamente legato a un ideale di onore romano che ha ormai perso ogni riscontro politico. Il tema è chiaro e volutamente semplice: un uomo può scegliere di sacrificare sé stesso e gli altri in nome di un’idea di Roma che non ha mai visto, m a nella quale crede come in un principio assoluto. Dall’altro lato, la scelta di ridurre lo sviluppo psicologico a pochissimi personaggi comporta una certa povertà di caratterizzazione nel resto del cast. Molti ufficiali, alleati o avversari restano figure funzionali, talvolta indistinte, tanto che si è spesso costretti a ricorrere all’elenco dei personaggi. Il conflitto Paolinus-Quintus, pur carico di potenzialità etiche e drammatiche, non viene risolto in modo pienamente soddisfacente, restando più accennato che realmente esplorato fino alle sue conseguenze ultime.
Ci sarebbe poi anche un antagonista “ufficiale”, ma il suo ruolo e le sue apparizioni sono davvero troppo limitate e persino “forzate” perché questi costituisca un polo del romanzo.

Decolonizzazione di un impero, declino di un altro
A questo punto, l’interpretazione può spingersi oltre il contesto romano. Mi avventuro dunque in un’ipotesi: l’autore, ufficiale in India nella seconda guerra mondiale, ha forse raffigurato, nel declino dell’impero romano, la dissoluzione dell’impero britannico? Da questo punto di vista, il romanzo potrebbe essere una riflessione sulla fine degli imperi, sulla fragilità delle grandi strutture statali e sul valore — o sull’illusione — del sacrificio individuale. Non sorprende che l’opera, almeno in Italia sia stata riscoperta e ristampata nei primi anni Duemila, dopo il successo del film Il gladiatore: come in quel caso, il centro narrativo non è Roma come luogo, ma Roma come idea, come costruzione morale alla quale si resta fedeli anche quando essa ha già cessato di esistere nella realtà.
Il messaggio del romanzo è netto e non ambiguo: la fedeltà a un ideale può giustificare il sacrificio estremo. Questa chiarezza conferisce all’opera una notevole forza morale, ma al prezzo di una certa semplicità tematica. Aquila nella neve non problematizza davvero l’idea di Roma, né mette in discussione fino in fondo il valore di tale sacrificio: lo assume come dato tragico, quasi inevitabile.
In questo senso, il romanzo riflette pienamente il clima culturale della sua epoca (metà anni ’70): una visione ancora eticamente verticale, in cui l’onore individuale tenta di resistere al disfacimento delle strutture collettive, senza però interrogarsi troppo sulle responsabilità storiche di quelle stesse strutture.
Conclusione
Aquila nella neve resta un romanzo serio, onesto, profondamente coerente, che offre al lettore un’immersione convincente nel momento in cui Roma comincia a cedere sotto il proprio peso. È un libro ideale per chi desidera immaginare la vita sul confine della fine, più che comprendere ogni dettaglio storico. I suoi pregi — epicità dell’ambientazione e forza morale del protagonista — superano a mio giudizio alcuni difetti presenti.
Letto in questa chiave, Aquila nella neve non è solo un romanzo sul tramonto di Roma, ma una meditazione novecentesca sulla fine degli imperi e sull’ambiguità morale del sacrificio.
Aquila nella neve resta dunque un romanzo serio, onesto e coerente. I suoi pregi — l’epicità dell’ambientazione e la forza morale del protagonista — superano a mio giudizio i difetti storici e interpretativi, rendendolo una lettura consigliabile a chi cerca non tanto una ricostruzione filologicamente impeccabile, quanto una riflessione narrativa sul senso della fine.
Lascia un commento