Storia politica e storia letteraria di Roma
Il contributo che presentiamo oggi – settimo di una lunga serie firmata da Stefano Basilico – continua il nostro percorso dedicato al rapporto, nel mondo romano, tra letteratura, potere e cultura. Non si tratterà soltanto di osservare come gli intellettuali abbiano dialogato con l’autorità politica, ma anche di cogliere come ogni autore abbia elaborato idee capaci di lasciare un segno profondo, che ancora oggi continua a parlarci.
Questa pagina accoglie dunque un lavoro che unisce chiarezza e profondità, in cui rigore critico e sensibilità divulgativa si intrecciano con naturalezza. Da Sallustio a Livio, da Tacito a Virgilio, fino a Cicerone e Lucano, incontreremo alcuni dei grandi protagonisti della classicità latina, scoprendo come le loro opere abbiano posto domande che ancora oggi ci riguardano da vicino: dal cesarismo alle trasformazioni della sovranità, dal ruolo degli intellettuali alla costruzione della memoria collettiva.
Senza la pretesa di esaurire un tema tanto vasto, gli articoli offriranno un itinerario ampio e suggestivo, pubblicato a puntate nelle prossime settimane e destinato ad accompagnarci fino all’autunno inoltrato: un invito alla lettura e alla riflessione, capace di far risuonare voci antiche in chiave sorprendentemente attuale.
Piano dell’opera
- Gaio Sallustio e la concordia perduta
- Tito Livio e la sacralità della “res publica”
- Tacito, analisi politica e passione tragica
- Lucrezio, ragione e angoscia
- Cicerone, tra otium e negotium
- La crisi dell’arte retorica
- Petronio, arguzia ed estetica
- Alcuni storici minori
- “La satira, che è tutta nostra…”
- Lucano, crasi tra epica e storica
- Astrologia, filosofia e magia
- Ammiano Marcellino, soldato un tempo e greco per educazione
7. Tito Petronio Nigro, tra arguzia satirica e estetica letteraria
Un altro classico e prezioso contributo in materia di oratoria è rappresentato dall’opera di Seneca il Vecchio (famoso oratore e padre del filosofo), che scrisse dieci libri di Controversiae e uno di Suasoriae, tramandando nella sua compilazione una ricca serie di esempi dell’arte declamatoria del suo tempo. Cambiando totalmente genere letterario, proprio all’inizio di ciò che ci è pervenuto del testo del Satyricon di Tito Petronio Nigro, una delle più meravigliose e geniali opere dell’intera Letteratura Latina, l’Autore ci propone una spietata disamina delle cause della crisi della retorica nel I secolo d.C. (Satyricon, I-II):
[Sono forse di un altro tipo le smanie che tormentano i declamatori quando affermano: “Queste ferite me le sono procurate per la libertà del paese; quest’occhio l’ho perso per voi; datemi una guida che mi guidi dai miei figli perché i garretti recisi non mi reggono più in piedi”? Sproloqui come questi sarebbero di per sé sopportabili se facilitassero la strada a quelli che vogliono darsi all’oratoria. Ma a forza di tirate piene di niente e frasi berciate a vanvera, il solo effetto che ne deriva è di farli sentire in un altro mondo non appena mettono piede nel foro. Ed è per questo, a parer mio, che nelle scuole i ragazzi rimbecilliscono perché non vedono e non sentono niente di quello che abbiamo sotto mano, ma solo pirati che tendono agguati sulle spiagge con tanto di catene, tiranni che emettono editti con l’ordine ai figli di tagliare la testa ai propri padri, responsi di oracoli che impongono di immolare tre o più verginelle per placare un’epidemia, o ancora bolle di parole in salsa di miele e tutti quei fatti e detti che sono come conditi col sesamo e il papavero. (…) L’oratoria grande e – mi verrebbe da dire – onesta non vive di trucchi né di gonfiature, ma svetta per bellezza naturale. È da poco che questa logorrea tutta vuoti e turgori si è abbattuta dall’Asia su Atene, e come una stella del male ha invasato le menti delle giovani promesse, così che, una volta corrotti i princìpi, l’eloquenza è rimasta basita nel suo silenzio.]
Testo in latino
‹‹Num alio genere Furiarum declamatores inquietantur, qui clamant: “Haec vulnera pro libertate publica excepi; hunc oculum pro vobis impendi: date mihi ducem, qui me ducat ad liberos meos, nam succisi poplites membra non sustinent”? Haec ipsa tolerabilia essent, si ad eloquentiam ituris viam facerent. Nunc et rerum tumore et sententiarum vanissimo strepitu hoc tantum proficiunt ut, cum in forum venerint, putent se in alium orbem terrarum delatos. Et ideo ego adulescentulos existimo in scholis stultissimos fieri, quia nihil ex his, quae in usu habemus, aut audiunt aut vident, sed piratas cum catenis in litore stantes, sed tyrannos edicta scribentes quibus imperent filiis ut patrum suorum capita praecidant, sed responsa in pestilentiam data, ut virgines tres aut plures immolentur, sed mellitos verborum globulos, et omnia dicta factaque quasi papavere et sesamo sparsa. (…) Grandis et, ut ita dicam, pudica oratio non est maculosa nec turgida, sed naturali pulchritudine exsurgit. Nuper ventosa istaec et enormis loquacitas Athenas ex Asia commigravit animosque iuvenum ad magna surgentes veluti pestilenti quodam sidere adflavit, semelque corrupta regula eloquentia stetit et obmutuit.››
Petronio è tuttavia un autore unico, che sfugge alle classificazioni: maestro dell’arte della prosa, ci ha lasciato un’opera di una freschezza ed immediatezza anche linguistica ineguagliabile, che permette al lettore di proiettarsi e vivere nella realtà della società romana del I secolo d.C.; l’alba del romanzo nella letteratura occidentale: l’eredità culturale delle «Fabulae Mylesiae», esempio di novelle scollacciate dell’epoca (alle quali non è per esempio estraneo, almeno in parte, l’episodio della Matrona di Efeso – Satyricon, CXI-CXII).

La galleria dei personaggi nella cena di Trimalchione (XXVII-LXXVIII), che rappresenta il frammento centrale e meglio conservato dell’opera, il realismo della scelta lessicale (che ne fa un documento di incommensurabile valore letterario, ma anche sociologico), la parodia di una famosa lettera di Lucio Anneo Seneca a Lucilio («servi sunt, immo homines») nel discorso finale dello stesso Trimalcione, ormai del tutto ubriaco. La descrizione di Fortunata – moglie del padrone di casa, donna rozza e volgare nell’aspetto e nei modi – è il paradigma stesso dell’arte di Petronio (cap. XXXVII):
[Io non potetti gustare di più, ma rivolto a lui, per saperne di più iniziai a prendere la storia alla larga e aindagare chi fosse quella donna che andava qua e là. La moglie di Trimalchione, disse, si chiama Fortunata, la quale misura i soldi con lo staio. E or ora che cosa è stata? Il tuo genio mi perdoni! Non avresti voluto ricevere il pane dalla sua mano. Ora senza né perché né per come, è salita in cielo ed è la facciendiera di Trimalcione. Alla fine, se nel pieno mezzogiorno gli dicesse che è buio (lo) crederebbe. Egli stesso non sa che cosa possiede, a tal punto è ricchissimo! Ma questa prostituta vede tutto e (anche) quando non lo crederesti. È magra, non beve, di buoni consigli (intelligente): vedi soltanto oro. Tuttavia è una malelingua, una gazza da salotto. Chi ama ama: chi non ama non ama. Lo stesso Trimalcione possiede dei terreni (grandi) quanto volano i nibbi, soldi di soldi. Nella cella del suo portinaio giace più argento di quanto qualcuno possiede in patrimonio. Nella servitù credo davvero, per Dio, capperti capperi, che ci sia la decima parte che conosce il suo padrone. Insomma uno qualunque tra questi parassiti (lui) lo potrebbe buttare su di una foglia di ruta!]
Testo in latino
‹‹Non potui amplius quicquam gustare, sed conversus ad eum, ut quam plurima exciperem, longe accersere fabulas coepi sciscitarique, quae esset mulier illa quae huc atque illuc discurreret. Vxor, inquit, Trimalchionis, Fortunata appellatur, quae nummos modio metitur. Et modo, modo quid fuit? Ignoscet mihi genius tuus, noluisses de manu illius panem accipere. Nunc, nec quid nec quare, in caelum abiit et Trimalchionis topanta est. Ad summam, mero meridie si dixerit illi tenebras esse, credet. Ipse nescit quid habeat, adeo saplutus est; sed haec lupatria providet omnia, et ubi non putes. Est sicca, sobria, bonorum consiliorum: tantum auri vides. Est tamen malae linguae, pica pulvinaris. Quem amat, amat; quem non amat, non amat. Ipse Trimalchio fundos habet, quantum milvi volant, nummorum nummos. Argentum in ostiarii illius cella plus iacet, quam quisquam in fortunis habet. Familia vero — babae babae! — non mehercules puto decumam partem esse quae dominum suum noverit. Ad summam, quemvis ex istis babaecalis in rutae folium coniciet.››
In questo brano Petronio presenta il personaggio con grande realismo comico, ricorrendo ad una tecnica utilizzata anche per altri personaggi: a presentarla infatti non è il narratore, ma un altro convitato (Emerote). Questo personaggio è in tutto e per tutto omogeneo all’ambiente rappresentato: ne fornisce quindi – con il colorito linguaggio del liberto – una descrizione che vuole essere oggettiva, ma che risulta di fatto soggettiva. Secondo la acuta interpretazione di Erich Auerbach (rif. “Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale”, 1956), quella di Emerote è una descrizione “prospettiva”, cioè filtrata attraverso lo sguardo di un protagonista del racconto.



Più oltre (cap. LXVII), le vesti e gli accessori eleganti non valgono a celare l’essenza del comportamento tipico di una persona che ha l’animo del parvenu:
[Ma dimmi un po’, Gaio, te ne prego, com’è che Fortunata non è della partita? Come? Non lo sai – gli risponde Trimalcione – che quella, finché non ha rimesso a posto tutta l’argenteria e distribuito gli avanzi ai servi, non butta giù nemmeno una goccia d’acqua? Va bene, incalza Abinna, ma se lei non si fa vedere, io alzo le chiappe e tolgo il disturbo. E aveva già fatto il gesto di alzarsi, quando, su ordine del padrone, tutta la servitù si mette a chiamare Fortunata quattro volte e più. Così lei arriva, con il vestito tenuto su da una cintura giallina che le si vedeva sotto la tunica color ciliegia, i cerchietti intrecciati alle caviglie e gli stivaletti dorati. Allora, asciugandosi le mani con un fazzoletto che aveva al collo, si va a sdraiare accanto a Scintilla, la moglie di Abinna, e mentre questa batte le mani, la sbaciucchia dicendo: Te, beato chi ti vede!]
Testo in latino
‹‹Sed narra mihi, Gai, rogo, Fortunata quare non recumbit? Quomodo nosti, inquit, illam, Trimalchio, nisi argentum composuerit, nisi reliquias pueris diviserit, aquam in os suum non coniciet. — Atqui, respondit Habinnas, nisi illa discumbit, ego me apoculo. Et coeperat surgere, nisi signo dato Fortunata quater amplius a tota familia esset vocata. Venit ergo galbino succincta cingillo, ita ut infra cerasina appareret tunica et periscelides tortae phaecasiaeque inauratae. Tunc sudario manus tergens, quod in collo habebat, applicat se illi toro, in quo Scintilla Habinnae discumbebat uxor, osculataque plaudentem: Est te, inquit, videre?››
Del genere satirico nella letteratura latina si tratterà più avanti, in maniera maggiormente strutturata. Si può anticipare che quella petroniana è una satira in cui serpeggia una fredda ed elegante arguzia; lo spettacolo grottesco offerto da tutta una classe di nuovi arricchiti – il cui paradigma sono i liberti – non può non far pensare alla Apokolokýntosis (Ἀποκολοκύντωσις), nota anche come Ludus de morte Claudii: trattasi di una graffiante composizione satirica che è stata attribuita a Lucio Anneo Seneca. Ma c’è di più: in una sorta di sperimentazione letteraria, nel romanzo sono presenti anche due lunghi frammenti poetici che rendono conto dell’attenzione di Petronio al tema dell’estetica letteraria e della evoluzione della letteratura più in generale, sullo sfondo del quadro politico. Nella celebre scena della pinacoteca (LXXXIX-XC), la sassaiola e le invettive alle quali è fatto segno Eumolpo – interrompendone la declamazione della Troiae halòsis – potrebbero essere un espediente letterario per far terminare l’opera in corrispondenza di dove sarebbe iniziato un analogo componimento dell’imperatore Nerone; mentre più oltre la declamazione del Bellum Civile (CXVIII-CXXV, brano che riporta inevitabilmente alla Farsaglia di Anneo Lucano) ripropone una volta di più gli interrogativi sul rapporto – e forse la ibridazione – tra generi letterari: storia e poesia, il vero e il verosimile, secondo la celebre classificazione proposta da Aristotele nella Poetica (IX, 1451b).




Un contributo prezioso, anche parzialmente inatteso, al dibattito sulla crisi della retorica – ma anche più in generale della produzione letteraria – proviene dalle pagine di Velleio Patercolo, pregevole storico dell’età di Tiberio…
Prosegue con “Velleio Patercolo, Pompeo Trogo, Curzio Rufo: Celebrazione e dissenso”
Piano dell’opera
- Gaio Sallustio e la concordia perduta
- Tito Livio e la sacralità della “res publica”
- Tacito, analisi politica e passione tragica
- Lucrezio, ragione e angoscia
- Cicerone, tra otium e negotium
- La crisi dell’arte retorica
- Petronio, arguzia ed estetica
- Velleio Patercolo, Pompeo Trogo, Curzio Rufo: Celebrazione e dissenso
- “La satira, che è tutta nostra…”
- Lucano, crasi tra epica e storica
- Astrologia, filosofia e magia
- Ammiano Marcellino, soldato un tempo e greco per educazione
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