La “Grande Roma” dei Tarquini – La storia dietro “Romana Virtus”


A cavallo tra ‘800 e ‘900 una certa storiografia sottopose a pesante critica il racconto tradizionale dell’età arcaica di Roma. Non pochi autori ritenevano che la gran parte di quanto scritto dagli storici latini e greci dell’età antica fosse ai limiti della pura invenzione mitologica, o frutto comunque della propaganda politica della loro epoca. La Roma della monarchia, si credette quindi per un certo tempo, fu una città poco importante. Questo è ormai stato da tempo smentito dal dato archeologico e dalle riflessioni degli storici. Fondamentale, in questo senso, fu l’articolo (1936) dell’insigne filologo italiano Giorgio Pasquali che coniò un’espressione destinata ad avere fortuna: “La grande Roma dei Tarquinii”.

Due dati, tra i diversi presentati all’epoca da Pasquali e oggi ancor più confermati, sono sufficienti per illustrare che Roma era già “grande”:

  1. l’ampiezza della cinta muraria di età arcaica (11 km che racchiudevano un’area di 426 ettari), che era tra le maggiori del Mediterraneo, come ricorda anche Andrea Carandini nell’Atlante di Roma Antica;
  2. le dimensioni del tempio di Giove Capitolino, anch’esso uno dei più grandi dell’epoca. “Si ottiene così un edificio…” scrive Thierry Camous che, in un saggio biografico su Tarquinio il Superbo, cerca di stimare la grandezza del tempio “…più grande del Partenone di Atene e appena più piccolo dell’Artemisio di Efeso, una delle sette meraviglie del mondo.”

Se la grandezza della Roma di età monarchica è stata messa in dubbio in età moderna, ciò non accadde mai presso gli autori antichi; per essi, però, era preminente l’aspetto morale. Già Ovidio ricorda con nostalgia in un’ode i tempi più antichi dell’Urbe, quando “privatus illis census erat brevis, commune magnum” (“la ricchezza del singolo era modesta, grande quella comune”); ancor più esplicito è però Tito Livio nell’incipit del secondo libro della sua “Storia di Roma”. Così lo storico patavino scrive, dopo essere giunto alla fine della monarchia:

“I sovrani precedenti infatti avevano regnato in modo da poter essere tutti giustamente considerati come fondatori di una parte almeno della città, quella che essi aggiunsero come nuova sede per la popolazione da loro accresciuta. Non c’è dubbio che lo stesso Bruto, il quale tanta gloria si acquistò con la cacciata del re Superbo, avrebbe recato grave pregiudizio all’interesse della comunità, se per brama di una libertà prematura avesse tolto il regno a qualcuno dei monarchi precedenti.”

Stabilita l’importanza dell’esperienza monarchica, Livio scende nel dettaglio:

“Che cosa sarebbe avvenuto infatti, se quella turba di pastori e di stranieri, fuggita dai propri paesi, dopo aver ottenuto la libertà o almeno l’impunità sotto la protezione dell’inviolabile asilo, sciolta dal timore dell’autorità regale avesse cominciato ad agitarsi nelle tempeste scatenate dai tribuni e a scendere in lotta coi patrizi in una città non sua, prima che il pegno delle mogli e dei figli e la carità del patrio suolo, che si radica coll’andar del tempo, avessero uniti i loro spiriti? Si sarebbe disgregato nella discordia quello stato non ancora adulto, che un governo pacifico e temperato sviluppò e nutri conducendolo al punto che, essendo le forze ormai mature i cittadini furono in grado di cogliere i buoni frutti della libertà.”

Livio è chiaro: la monarchia creò il popolo Romano e lo condusse – mi si conceda la metafora – nel percorso dall’infanzia all’adolescenza; il regime repubblicano giunse al momento giusto, cioè quando il popolo, che ormai si riconosceva nel nome di “romano”, poteva cogliere i frutti della gestione pubblica del potere.

È proprio questo il punto di vista che ho voluto presente nel mio nuovo romanzo Romana Virtus: il passaggio dalla monarchia alla repubblica come la scoperta di nuove libertà; libertà che il potere dei re non poteva dare, né avrebbe mai voluto dare.


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Roma, 509 a.C. Alla notizia del suicidio della nobile matrona Lucrezia, violentata da Sesto, figlio del re Tarquinio, il popolo di Roma guidato da Lucio Giunio Bruto e Publio Valerio insorge e caccia il proprio sovrano.
È la Repubblica;
La libertà conquistata è però immediatamente minacciata dal ritorno di Tarquinio, il quale chiede alle ricche città dell’Etruria che esse l’aiutino ad essere ristabilito sul trono di Roma. Il potente Porsenna, signore di Chiusi, arma un grande esercito composto da Etruschi e Latini e marcia sulla città.
Tre giovani Romani sono chiamati alla difesa della patria in pericolo: il patrizio Orazio, discendente di un eroe leggendario; il giovane Muzio, che dalla tirannia di Tarquinio ha subito torti dolorosi; la fanciulla Clelia, determinata ad avere un ruolo nella difesa della città.
La difesa della libertas susciterà la virtus?

Pagine: 383
Data di uscita: 9 giugno 2024
Prezzo ebook: 4,99 € in prenotazione a 2,99 € fino alla data di uscita
Prezzo cartaceo: 14,99 €

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Romana Virtus, il mio nuovo romanzo

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