“Tiberine pater te sancte precor, haec arma et hunc militem propitio flumine accipias.”
“O venerabile padre Tiberino, ti prego, accogli queste armi e questo soldato con corrente benigna.”
Orazio Coclite: un uomo contro un esercito
Uno dei protagonisti di Romana Virtus, il mio nuovo romanzo, è il leggendario eroe Orazio Coclite, difensore del ponte Sublicio e salvatore dell’Urbe. C’è davvero qualcuno che non conosce la sua storia? Gli etruschi di Porsenna stavano per irrompere in città dopo aver sbaragliato l’esercito romano: assai presto, scrive Livio, vi sarebbero stato più nemici sul Palatino che non sul Gianicolo. Un uomo però s’oppose a questo fato già scritto e, prima con l’aiuto di due valorosi compagni e poi da solo, resistette alla marea nemica e diede così tempo perché il ponte fosse distrutto quel tanto che bastava da impedire un passaggio agevole.
Questo il fatto miracoloso a cui lo stesso Livio, nella Storia di Roma (II, 10) lascia intendere di credere, seppur con qualche riserva (“l’impresa fu tale” scrive Livio “che Orazio ottenne più fama che fede presso i posteri”). Anche altri storici hanno fornito resoconti di quest’impresa: Dionigi di Alicarnasso nelle Antichità Romane (V, 23-25) differisce per alcuni particolari, ma racconta nella sostanza lo stesso fatto: Orazio resiste al ponte con due compagni, poi da solo, infine, quando il ponte è stato sabotato, si getta con le proprie armi nel fiume e nuota fino all’altra riva, dove giunge in salvo.
Differisce alquanto Polibio che, nelle Storie (VI, 54-55), invece, “fa morire” il nostro eroe proprio per l’essersi gettato con le proprie nel fiume. L’inserto polibiano è però prezioso perché fuori da un contesto storico: Polibio cita la storia di Orazio come esempio per antonomasia dei racconti con cui i Romani esaltavano il proprio passato con la funzione di educare e spronare i giovani alla virtù.

È stato però un altro particolare della storia di Orazio a colpirmi, ancor più di questo incredibile exploit. Dopo che il ponte era stato sabotato Orazio, ancora rivestito delle proprie armi, rivolse una preghiera al padre Tevere e si gettò nel fiume. Spinto da una corrente benigna fece ritorno a Roma; non la fuga di un soldato che, per quanto valoroso, è stato sconfitto, ma una ritirata con le proprie armi ancora rivolte al nemico. E tale ultima impresa non fu merito diretto del nostro ma fu, secondo gli antichi, per intervento degli dèi, che dal nostro erano stati invocati.
Del resto, lo stesso dio del fiume appare in sogno ad Enea, nel canto VIII (vv. 26-78) dell’opera di Virgilio: all’esule troiano il dio appare in sogno (“lo velava il lino leggero di glauco mantello e i suoi capelli ombrifere canne coprivano”, scrive il poeta), predice il luogo in cui fonderà la sua città e gli consiglia di raggiungere il regno di Evandro, dove troverà aiuto e alleati. Enea e Orazio si rivolgono al dio quasi usando le stesse parole: accoglici, padre Tevere, dicono i due eroi.

La storia di Orazio Coclite, insomma, racchiude in sé esemplarmente i pilastri fondanti il comune ethos degli antichi Romani: la virtù militare; la pietas verso gli dèi, cui ci si affida senza timore; l’amor di patria. Nel resoconto di Dionigi di Alicarnasso, inoltre, il nostro Orazio è detto essere discendente dei tre fratelli Orazi protagonisti della leggendaria sfida contro i Curiazi di Alba Longa. La gloria di questi primi eroi, però, era stata offuscata dall’assassinio della sorella Orazia, colpevole d’aver amato uno dei nemici Curiazi; l’antico Orazio aveva salvato se stesso dalla condanna capitale soltanto promettendo che egli, e i suoi discendenti dopo di lui, praticassero un sacrificio espiatorio annuale.
Ogni anno il capofamiglia degli Orazi avrebbe dovuto passare sotto un primitivo arco di legno, banalmente chiamato “trave” e poi divenuto noto in epoca storica come il Tigillo Sororium, cioè la “trave della sorella”, e sacrificare a due dèi antichissimi: Giano Curiazio e Giunone Sororia. Tale luogo compariva anche nel percorso trionfale: le truppe vincitrici, cioè, dovevano anch’esse purificarsi dalla guerra a cui avevano appena partecipato.
Perché un simile eroe si trovava dunque nelle retrovie, alla difesa del ponte Sublicio? Quel giorno, infatti, l’esercito etrusco di Porsenna aveva conquistato con un assalto a sorpresa l’accampamento romano sul Gianicolo ed era disceso verso il fiume; l’esercito romano aveva provato ad intercettarlo prima che varcasse il Tevere. Le fonti definiscono Orazio “Coclite”, cioè “ciclope” perché orbo di un occhio perso in una precedente battaglia; battaglia di cui non ci viene però detto nulla.
In Romana Virtus ho cercato di racchiudere tutti questi elementi – eroismo, colpe ancestrali, mutilazioni – in una narrazione coerente e avvincente, che restituisse ciò che, almeno io credo, i Romani delle epoche successive (e non solo loro!) videro in questa figura di eroe: la testimonianza più incredibile ci viene offerta da una medaglia commemorativa fatta incidere, in piena età imperiale, dall’imperatore Antonino Pio. Il reperto contiene davvero tutto: i Romani che distruggono il ponte (sulla sx del rovescio), gli Etruschi minacciosi sulla riva opposta e un soldato armato che nuota con tanto di elmo e scudo.

E secoli dopo, in piena età vittoriana, anche il politico e intellettuale sir Thomas Babington Macaulay, nella raccolta di ballate Lays of Rome dedicò un lungo scritto in versi proprio al nostro eroe Orazio: tale poemetto acquistò presto fama propria e divenne famosissimo nei paesi anglosassoni. Winston Churchill ne aveva una particolare venerazione ed è proprio il più famoso brano di questo Horatius moderno ad essere citato nel film Darkest Hour (2016), dedicato alla solitaria resistenza britannica contro il nazismo nel primo anno della seconda guerra mondiale:
Then out spake brave Horatius,
the Captain of the Gate
“To every man upon this earth
Death cometh soon or late.
And how can man die better
than facing fearful odds,
For the ashes of his fathers,
And the temples of his Gods.
Allor l’invitto capitano Orazio,
Della porta custode favellò:
“Per ogni uomo su questa Terra,
la morte giunge presto o tardi.
E come può l’uomo morire meglio
se non affrontando un destino temibile
per le ceneri dei suoi padri
e per i templi dei suoi dèi?”.

Roma, 509 a.C. Alla notizia del suicidio della nobile matrona Lucrezia, violentata da Sesto, figlio del re Tarquinio, il popolo di Roma guidato da Lucio Giunio Bruto e Publio Valerio insorge e caccia il proprio sovrano.
È la Repubblica;
La libertà conquistata è però immediatamente minacciata dal ritorno di Tarquinio, il quale chiede alle ricche città dell’Etruria che esse l’aiutino ad essere ristabilito sul trono di Roma. Il potente Porsenna, signore di Chiusi, arma un grande esercito composto da Etruschi e Latini e marcia sulla città.
Tre giovani Romani sono chiamati alla difesa della patria in pericolo: il patrizio Orazio, discendente di un eroe leggendario; il giovane Muzio, che dalla tirannia di Tarquinio ha subito torti dolorosi; la fanciulla Clelia, determinata ad avere un ruolo nella difesa della città.
La difesa della libertas susciterà la virtus?
Pagine: 383
Data di uscita: 9 giugno 2024
Prezzo ebook: 4,99 € in prenotazione a 2,99 € fino alla data di uscita
Prezzo cartaceo: 14,99 €
Disponibile in Kindle Unlimited di Amazon
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